La Mafia Non È Più Quella Di Una Volta, e nemmeno Franco Maresco, purtroppo

Il film del creatore di Cinico Tv è una requisitoria sulle retoriche di facciata dell’antimafia mediatica. Maresco però è chiuso in un disperato pessimismo. E non prova più né vera curiosità né compassione per i personaggi che racconta

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La Mafia Non È Più Quella Di Una Volta di Franco Maresco ha vinto all’ultima Mostra di Venezia il Premio Speciale della Giuria. Il film rimanda al precedente Belluscone, di cui riprende uno dei protagonisti, il surreale promoter musicale Ciccio Mira, cui viene stavolta accostata la figura diametralmente opposta di Letizia Battaglia, la vivacissima fotoreporter ottuagenaria che col suo incessante lavoro nell’ultimo cinquantennio ha documentato la ferocia delle guerre di mafia, le miserie e la bellezza ferita della sua adorata Palermo.

Stavolta lo spauracchio ingombrante di Berlusconi viene messo da parte. Ma questo non vuol dire che le cose vadano meglio. Perché, come mostrano le celebrazioni ufficiali del 23 maggio, anniversario della morte di Giovanni Falcone, a venticinque anni di distanza il senso del sacrificio del magistrato palermitano sembra completamente smarrito. Un’attonita Letizia Battaglia, andata in piazza con le migliori intenzioni, si trova catapultata in una sagra di paese, con ragazzi che ballano, odore di caldarroste e un oratore che parla della “scomparsa di Falcone e Borsellino”, quasi fossero morti di morte naturale. E commenta rammaricata che “essere qui non significa niente”.

Ha meglio presente gli umori del popolo invece Ciccio Mira, il quale fiutando l’aria che tira ha addirittura organizzato nel quartiere Zen un concerto di neomelodici per Falcone e Borsellino. Proprio lui, che nel film precedente mostrava preoccupanti collusioni con la malavita organizzata. Ma ciò accade, questa la tesi sconsolata di Maresco, semplicemente perché la retorica dell’antimafia è ormai svuotata di qualunque significato, e anzi, nel suo impegno puramente di facciata diventa persino funzionale alle logiche criminali.

Tesi in sé più che condivisibile. A lasciare perplessi semmai è la tensione apocalittica dello sguardo di Maresco su un mondo che lui racconta come totalmente privo di speranza, sfociando in un pessimismo che conduce la narrazione in un vicolo cieco.

Intendiamoci, l’idea che quello palermitano e siciliano sia un paesaggio devastato e irredimibile è connaturata al modo di vedere di Maresco sin dai tempi di Cinico Tv, la creatura cui diede vita insieme a Daniele Ciprì. Era quello un mondo di carnalissimi spettri, di corpi abnormi, brandelli di una realtà residuale talmente agghiacciante che l’unica cosa che restava da fare era ridere istericamente. Ma lì c’erano una lavoratissima struttura formale, una sgradevolezza programmatica che non ammiccava ai gusti di nessuno e, soprattutto, una fortissima pietas verso la vitalità fisiologica di quegli uomini grotteschi scolpiti dopo la fine del tempo, cui si riconosceva la paradossale dignità dell’essere i diversi e i malinconicamente ultimi della Terra.

Ma se La Mafia Non È Più Quella Di Una Volta, allora si potrebbe dire lo stesso anche di Franco Maresco. Perché stavolta il suo sguardo, seguendo sempre formalmente la stessa dinamica, con la sua voce fuori campo a pungolare con le domande i protagonisti, ha perduto la capacità di empatia. La sensazione è che un tempo Maresco, sotto la scorza di uno stile inflessibile, si sentisse coinvolto e nutrisse una forma di rispetto per i suoi singolari personaggi. Adesso, sarà per il solidificarsi d’un pessimismo privo di aspettative, pare al di là della situazione. E allora emergono da un lato la derisione – quando il regista sottolinea gli strafalcioni linguistici di Ciccio Mira, in gag troppo insistite –, dall’altro le ovvietà, con le domande prevedibili e reiterate di Maresco sulla mafia, cui altrettanto prevedibilmente gli intervistati dànno risposte evasive.

Maresco si accontenta dell’effetto di superficie, non allarga il campo e non analizza il contesto che aiuterebbe a rendere più comprensibile il comportamento dei suoi bizzarri protagonisti. E c’è una ricerca insistita del caso umano, del freak – il cantante Cristian Miscel, il produttore Matteo Mannino – su cui Maresco indugia freddamente finendo, sicuramente senza volerlo, per schernire soggetti deboli che sono già vittime di loro.

Maresco pare essere consapevole della durezza unilaterale del suo sguardo, per questo lo stempera ricorrendo al contraltare dell’ottimismo inesauribile di Letizia Battaglia, dalla quale si fa mandare apertamente a quel paese. Ma questo non basta a mitigare l’impressione di trovarsi di fronte a un film chiuso dentro ossessioni che appartengono prima alla misantropia di Maresco che alla materia narrata.