È morto Daniel Johnston, artista mostruosamente bravo, poetico, di quella poesia folle di chi è appunto poeta e folle al tempo stesso

Con Lui se ne va quel suo modo di raccontarci l'anima, quel suo modo di vivere la vita cercando l'amore, l'amore che alla fine, se vero, ti trova

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Chi se ne frega della retorica. Oggi avrei voluto scrivere uno dei miei pezzi lunghissimi e massimalisti, in cui partivo parlando di un qualche mio ricordo adolescenziale, non perché io sia un egoriferito come immagino un lettore distratto sia portato a pensare, ma perché sto provando a spostare la mia poetica da un’altra parte, dove si parla di età, di invecchiamento, di generazioni a confronto. Ecco, oggi avrei voluto scrivere uno dei miei pezzi lunghissimi e massimalisti, in cui partivo parlando in un qualche mio ricordo adolescenziale per poi passare a parlare, sul finale, portandovi prima a spasso per un po’ con me, ché oggi sono un po’ triste, tutti i miei quattro figli sono tornati a scuola, di colpo mi si è svuotata casa, per poi passare a parlare, quindi, di due ascolti che ieri mi hanno riempito il cuore. Sì, io, quello della musica demmerda, il cattivo accusato spesso di distruggere e basta, quello che non ha capito che la critica deve essere costruttiva, avrei parlato di come è bello, in certi giorni di inizio settembre, quando ormai non è più caldo caldo, ma non è neanche ancora autunno, incappare casualmente in un gioiello puro come Io Sono L’Altro di Niccolò Fabi, una canzone, ce ne fosse bisogno, che dimostra come si possa essere al tempo stesso fuori dal tempo, nel senso più nobile ipotizzabile, cioè lontano dalle mode passeggere, effimere, e al tempo stesso essere così strettamente contemporaneo, capace, cioè, di cogliere con una canzone che sarebbe potuta uscire venti anni fa come tra venti anni, lo zeitgeist, l’oggi puro e semplice. Una canzone che ci riconcilia con la musica, perché di essere riconciliati con la musica ne abbiamo molto bisogno, a breve vedremo oggi più che mai, che oggi è un giorno tremendo, tremendissimo per la musica. Ecco, oggi avrei voluto scrivere uno dei miei pezzi lunghissime e massimalisti, in cui partivo palando di un qualche mio ricordo adolescenziale per passare poi a parlare, sul finale, di Io Sono L’Altro di Niccolò Fabi, ma anche di un lavoro altrettanto inaspettato, molto più inaspettato, a dirla tutta, perché seppur oggi ci sembra, ci sarebbe sembrato, ché oggi siamo tutti devastati, immagino, seppur oggi ci sarebbe sembrato che la collaborazione tra Robyn Hitchcock e Andy Partridge fosse da sempre scritta da qualche parte, non solo e non tanto probabile, ma ovvia, scontata, naturale, sapere che i due in questione si sono ritrovati e hanno tirato fuori un gioiello, quello un po’ meno contemporaneo, ma sicuramente altrettanto fuori dal tempo, e fuori dal tempo perché loro, di questi due cazzo di fottuti geni, un gioiello dal titolo Planet England, sorta di incrocio altissimo di quello che uno si potrebbe immaginare da queste due fervide e bellissime teste, un po’ Soft Boys, ma molto più Robyn Hitchcock e un po’ XTC, ma più Andy Partridge, quattro canzoni che sembrano da sempre lì, da qualche parte, in attesa che le ascoltassimo, beatlesiani, lisergici, architettonicamente complessi, ma di quelle complessità “echeriane” che, a vederle, sembrano la cosa più semplice da pensare, come di chi per passare da A a B decide che la via più breve tocchi anche tutte le altre lettere dell’alfabeto.

Ecco, io oggi avrei voluto scrivere di Niccolò Fabi e della sua Io Sono L’Altro, di come sia stato possibile, il talento dell’artista sta lì anche per quello, decodificare la paura per il diverso, ma al tempo stesso di come sia stato perfettamente possibile disinnescarla, quella paura, il tutto in poco più di quattro minuti e mezzo, e già solo il fatto che un artista oggi proponga una canzone lunga quattro minuti e mezzo, nell’epoca della frammentarietà e della vaporizzazione è confortante. Ecco, io avrei voluto scrivere di Niccolò Fabi e ella sua Io Sono L’Altro ma anche di Robyn Hitchcock e Andy Partridge e del loro Planet England, consapevole che a mettere insieme mele e pere si rischia sempre di scontentare tutti, o magari di tirare fuori una bella macedonia. Avrei voluto dire, per una volta, vedete, il mondo non è poi sull’orlo dell’Apocalisse come da tempo mi ostino a gridare, incurante di passare per menagramo, ancor più incurante di far incazzare i tanti, per purtroppo tanti sono, che quell’Apocalisse la stanno sonorizzando, anzi, la stanno apparecchiando. Avrei voluto dire, oggi, almeno oggi, il mondo è un posto meno spaventoso, un posto più rassicurante, più confortevole.

Poi, però, vai sui social, cioè nel nonluogo più luogo che ci sia oggi, ditelo a Marc Augé, e di colpo scopri che no, non è affatto vero quello che avevi in mente. Non puoi scrivere una cazzata del genere. Non puoi scriverla oggi. Nonostante ci sia in giro la bellezza cristallina di Io Sono L’Altro, nonostante le architetture perfettamente sghembe e al tempo stesso solidissime di Robyn Hitchcock e Andy Partridge. E non puoi perché oggi un pezzo di bellezza è scomparso. Anzi, chiamiamo le cose col proprio nome, è morto. Sì, perché è morto Daniel Johnston, artista mostruosamente bravo, poetico, di quella poesia folle di chi è appunto poeta e folle al tempo stesso. Bambino, certamente, per certe sue dinamiche mentali, ma anche tormentato come un adulto può essere tormentato se non ha le armi per difendersi da certi fantasmi, e Daniel quelle armi non le aveva. Verrebbe da aggiungere per fortuna, perché è grazie a quel mix tra poetica ingenuità semi-infantile, non prendete queste parole come un insulto, non lo sono affatto, fermatevi a sentire e guardare i bambini se avete dubbi a riguardo, e la impraticabile gestione di quei fantasmi sono nati, immagino, quei tanti gioielli che, dagli anni Ottanta in poi, Daniel Johnston ci ha dispensato generosamente.

Come molti l’ho conosciuto grazie alle riviste specializzate, così avveniva prima dell’avvento di Internet. Poi, ovvio, non lo nego, quella t-shirt di Kurt Cobain me lo aveva fatto amare ancor di più, inducendomi a una ricerca, dapprima difficoltosa, di tutto quello che aveva fatto. Aveva cinquantotto anni, Daniel Johnston, e a ucciderlo è stato, ci ha fatto sapere il suo ex manager, un attacco di cuore, lui che col cuore e quella testa tormentata dalla schizofrenia, ci ha sempre fatto i conti.

Ecco, se mai avessi potuto, e probabilmente lo avrei indebitamente fatto, usare la parola outsider per parlare di Robyn Hitchcock e Andy Partridge, che un po’ outsider lo sono, a modo loro, lo avrei fatto ben consapevole che era per uno come Daniel Johnston che la parola outsider andava usata coerentemente. Per quel suo modo di raccontarci l’anima, quel suo modo di vivere la vita cercando l’amore, l’amore che alla fine, se vero, ti trova, tanto per citarlo. Chi lo ha amato, e in tanti lo hanno fatto, anche tra artisti molto noti come Tom Waits o Beck, che hanno anche coverizzato suoi brani, per non dire di David Bowie, del già citato Cobain o di un altro genio, assai poco outsider, come Matt Groenig, non ha potuto non amare anche quel suo modo di comunicare con noi, non meno efficace delle sue canzoni, quintessenza del cantautorato americano, in quella landa spaziosa e bellissima che va da un Jeff Tweedy a Gram Parsons, un modo di comunicare attraverso i suoi disegni, i suoi dipinti, sempre abitati, come la sua testa, di alieni, mostri simpatici, esseri a noi indecifrabili. Niente di pauroso, intendiamoci, solo malinconia a palate, struggente.

Ecco, dovessi usare un aggettivo, uno solo, direi che Daniel Jonhston era struggente, come struggente è stata la notizia della sua morte. Non perché fosse una presenza fissa nella mia vita, intendiamoci, non ho mai avuto modo di vederlo dal vivo, e anche i suoi album non hanno mai stazionato per lunghi periodi nei miei ascolti, troppo difficili da decifrare, per chi cinicamente prova a tenere il passo con questi tempi.

Chi se ne frega della retorica, quindi. Oggi è un giorno triste. Perché è morto un grande artista. Qualcuno, immagino, rabbrividendo, tirerà in ballo Van Gogh, per quel suo essere in bilico tra poesia e malattia mentale. Qualcuno, è forse il caso di farlo tutti, andrà a tirare fuori un suo album e lo metterà su un piatto, perché niente come un cantautore che prova a curarti l’anima mettendo a nudo la propria è analogico, in questo mondo vaporizzato e digitale. Io avrei voluto scrivere uno dei miei pezzi lunghissimi e massimalisti, in cui partivo parlando di un qualche mio ricordo adolescenziale per poi arrivare a parlare di Niccolò Fabi e della sua Io Sono L’Altro e di Robyn Hitchcock e Andy Partridge e la loro Planet England, ma non lo faccio. L’amore vero alla fine ti trova, dicevi, speriamo sia vero, almeno lì dove ti trovi ora.

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