I concerti delle star con ologrammi a domicilio, è la fine dei contatti umani?

Lo sviluppo degli ologrammi sembra aver dato inizio ad una nuova forma di intrattenimento, l'house concert personalizzato delle pop star internazionali, valutiamo i costi di questo futuro possibile

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Spazio 1999. Sono nato nel 1969 e da bambino in televisione davano questa serie tv, credo allora si chiamassero semplicemente telefilm, ambientato nello spazio in una base lunare in un futuro futuro, il 1999, appunto. Inutile dire che il 1999 descritto da quei telefilm non coincida affatto con quello che è andato in scena esattamente venti anni fa. E lo stesso si può dire per tanti altri film, telefilm o romanzi di fantascienza. Per dire, il 2019 è l’anno in cui Ridley Scott decise di ambientare il suo Blade Runner, tratto dal romanzo di Philip K. Dick, e anche in questo caso la realtà poco ha a che vedere con quanto ipotizzato. Verrebbe da aggiungere, per fortuna. Nei fatti, credo, tutto questo ha generato una sorta di sguardo benevolo e spocchioso verso gli autori di fantascienza, spesso indicati come simpatici cialtroni, affatto ancorati alla scientificità che il nome del genere da loro praticato in qualche modo pretenderebbe, sicuramente visionari ma anche tanto tanto creduloni. Ce lo diciamo ogni volta che ci capita di incappare in una di queste ricorrenze, dalla data in cui è ambientato Ritorno al futuro a quella di un qualsiasi romanzo: e dire che gli scrittori di fantascienza pensavano che nel nuovo millennio saremmo andati in giro a bordo di astronavi, nutrendoci di pillole, magari in altri pianeti. Le cose non stanno esattamente così.

Nel senso, è vero, c’è tutta una parte della fantascienza, quella che si è occupata di viaggi spaziali, di astronavi, di pianeti sconosciuti e alieni, che forse non è stata molto precisa nell’indicare un’idea di futuro, o quantomeno non ha azzeccato il calendario, ma ci sono alcune intuizioni della fantascienza che non solo ci hanno azzeccato eccome, ma hanno indicato la via da seguire a studiosi e scienziati, finendo per tratteggiare il futuro più che predirlo. Perché se è vero come è vero, siamo freschi freschi delle celebrazioni del cinquantennale dell’allunaggio, che in effetti no, non viviamo circondati da alieni come in uno degli episodi di Man in Black, o quantomeno non ne siamo stati informati, e che Marte resta un pianeta distante, come del resto resta impraticabile anche la Luna, è pur vero che quella che presumibilmente è la vera grande rivoluzione che ha reso differente il modo di vivere la terra non so se di tutti i suoi abitanti umani, ma quantomeno di tutti quelli che vengono genericamente indicati come “occidentali”, è in qualche modo stato intuito prima da un manipolo di scrittori di fantascienza e solo poi dagli scienziati. O meglio, è stato raccontato pubblicamente prima da un manipolo di scienziati e solo in un secondo momento reso pubblico a tutti, perché probabilmente racconti e esperimenti sono andati avanti di pari passo. Parlo del Web, di internet, e di conseguenza del mondo dei social. Non dico nulla di nuovo, sapete già tutti di William Gibson e del Cyberspazio raccontato nei suoi racconti e romanzi, in modo particolare in Neuromante, pubblicato nell’anno del Signore 1984, cioè sette anni prima che si parlasse in pubblico di Web e di http, prima comparsa del cyberspazio (o Matrice, tanto per non lasciare fuori da questo discorso anche i fratelli, ora sorelle, Watchowski).

Sapete tutti di come da lì si sia poi mutuata quella parola, cyberspazio, e anche l’idea di surfare in rete. Nel libro di uno scrittore di fantascienza, di un autore in qualche modo indicato come uno dei padri di un movimento, quello cyberpunk, che ha ridato nuova vita alla fantascienza tutta, spostando l’attenzione dallo spazio alla rete, dai pianeti e dagli alieni alle città e all’ambiente, insomma, sapete già di cosa parlo. Il tutto, ovviamente, non è sfuggito a chi di ricerche scientifiche si occupa, e non a caso la Nasa e l’Esa, ovvero sia gli enti spaziali americani e europei, hanno al loro interno dei reparti che si occupano proprio di monitorare le pubblicazioni fantascientifiche al solo scopo di lasciarsi suggestionare, traendo non solo ispirazione diretta, ma anche solo cercando qualche intuizione lasciata lì, tra le pagine. Ora, visto quanto detto fin qui verrebbe non solo da rivalutare un giudizio sommario sulla fantascienza tutta, sempre che si faccia parte di quella massa che in qualche modo l’ha derisa nel tempo, ma di guardare con una maggiore attenzione a quanto gente come i Cyberpunk di cui sopra, a partire da quello che è stato il loro padre putativo Philip K. Dick, ma anche lo stesso Orwell o Wells, per andare più lontano nel tempo, o gente come China Mieville e Neal Stephenson più recentemente ha scritto. Non dico di studiarseli come fanno alla Nasa e all’Esa, ma quantomeno di prestare un po’ di attenzione a certe intuizioni, perché sembra che dietro quella tanto sbandierata visionarietà ci sia, piuttosto, un certo lume lucido e cosciente.

E proprio da una mezza intuizione del solito William Gibson vorrei partire. Una mezza idea che, come nel caso del cyberspazio raccontato in Neuromante, è stata in qualche modo premonitoria, se non vera e propria fonte di ispirazione. Si tratta del romanzo Aidoru, seconda parte della trilogia del Ponte (insieme ai romanzi Luce Virtuale e American Acropolis). Come in quasi tutti i lavori di Gibson, specie di quelli usciti negli anni Ottanta e Novanta, il romanzo ha forte tinte noir, e racconta le vicende di più personaggi. C’è Colin Laney, esperto informatico, e nel dire esperto informatico sto praticando quel tipo di semplificazione che ti fa dire che Diego Armando Maradona era un tizio che prendeva a pedate un pallone, c’è Chia McKenzie, capo del fanclub della teen-band più famosa del pianeta, i Lo/Rez, c’è Rez, cantante cino-irlandese a capo della medesima band e c’è lei, Rei Toei, un agente software che da vita a una cantante virtuale di cui Rez si innamora. Non è mia intenzione, qui, addentrarmi nella trama, anzi, nelle varie trame che, altro tratto tipico di Gibson, formano l’unicum di Aidoru. Quello che mi interessa è vedere come, nell’anno del Signore 1997 lo scrittore americano, naturalizzato canadese, avesse ancora una volta intuito uno scenario futuro prossimo. Rei Toei, infatti, è a tutti gli effetti una popstar, non diversa da quelle che siamo abituati a vedere e sentire, con la sola differenza che non esiste. È virtuale, e pensiamo che stiamo parlando non dell’oggi frammentato dei social network e della vaporizzazione dei rapporti cui l’odiernità ci ha abituato, ma di un’epoca in cui anche solo l’idea di avere internet in casa sembrava privilegio destinato a pochi, figuriamoci di aver fatto del virtuale parte integrante del nostro quotidiano.

Ci vorranno dieci anni, dieci eh, non qualche mese, prima che quella stessa Tokyo in cui è ambientato Aidoru facesse la conoscenza di Hatsune Miku, una ragazzina dai capelli verde/blu di sedici anni destinata a diventare una delle più importanti popstar giapponesi, primo caso al mondo di cantante virtuale. Nata grazie a un programma di sintetizzazione vocale, il Vocaloid2, e poi sviluppata sotto forma di ologramma, Hatsune Miku ha seguito l’iter preciso di una qualsiasi popstar, dischi, singoli, concerti, un primo ritiro dalle scene, gadget, iconografia. Insomma, tutto vero, seppur virtuale. Al punto che il 12 novembre 2018 il trentacinquenne Akihiko Kondo è convolato a nozze con l’Idol virtuale, creando una sorta di corto circuito tra fiction e realtà. Ma se in fondo Hatsune Miku, proprio come Rei Toei, è frutto della fantasia di un qualche autore, si tratti di uno scrittore come Gibson o gli sviluppatori di una azienda come la Crypton Future Media, è su un altro fronte che il corto circuito tra reale e virtuale corre il rischio di superare anche le più fantasiose previsioni. Perché se nel corso degli ultimi anni ci è capitato di sentire di performance fatte attraverso l’utilizzo di ologrammi da parte di artisti ormai morti, si pensi al famoso duetto virtuale tra Nathalie Cole con suo padre Nat King, o si pensi alle varie e progressive esibizione ologrammatiche di 2Pac Shakur, di Ronnie James Dio, di Frank Zappa, di Whitney Houston, di Amy Winehouse e chi più ne ha più ne metta. Al punto che sono cominciati a spuntare in giro locali, il primo risulta essere stato l’Hologram USA di Los Angeles, dove si esibiscono solo ologrammi di cantanti, non necessariamente morti.

E arriviamo quindi a oggi, anzi, a domani. Perché se da una parte è ormai imminente il periodo da resident singer dell’ologramma di Michael Jackson a Las Vegas, un po’ una sorta di versione futuribile di quanto fatto abitualmente da Celine Dion o Tom Jones, con una nuova tecnologia talmente evoluta e tattile da permettere non solo all’ologramma in questione di riproporre un po’ tutte le mosse e i versi fatti dal vero Jacko, ma di farne di nuovi, frutto di uno studio fatto su oltre trecento concerti, dall’altra questa accelerazione sul fronte dello sviluppo degli ologrammi sembra aver dato la stura a una nuova forma di intrattenimento, l’house concert personalizzato delle popstar internazionali. Pensateci, nel momento in cui il mercato sembra in balia di algoritmi in grado di generare traffico, ma non si è ancora ben capito di muovere che tipo di economie, momento che ovviamente sta inducendo tutta la filiera musicale a guardare con speranza verso il mondo del live ecco che spunta la possibilità non solo di avere a disposizione artisti ormai deceduti, ma di farli addirittura cantare canzoni che non hanno mai fatto, magari in combinazioni mai avvenute prima e di poter assistere al tutto comodamente seduti sul proprio divano di casa. Certo, una chance, al momento, solo ipotizzabile, e probabilmente, almeno in una prima fase, a appannaggio di un pubblico assai benestante, capace di sostenere spese non proprio leggere, ma comunque una possibilità concreta, neanche troppo virtuale. Alcuni artisti, Psy, il tipo di Gangnam Style, hanno tenuto già in  passato concerti da residenti senza mai dover presenziare sul palco, ma in futuro gli potrebbe capitare, e se non a lui a qualcun altro, di tenere in contemporanea concerti in più luoghi contemporaneamente. L’idea della casa privata, ovvio, è quella definitiva sorta di cristallizzazione di una società futura in cui tutto diventa virtuale, iperconnessi ma senza nessun contatto gli uni con gli altri, o semplicemente la nuova versione dei concerti di corte che un tempo i Mozart di turno tenevano per i reali, con almeno il conforto di non dover poi finire in una fossa comune.

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