Perché guardare Workin’ Moms su Netflix, racconto surreale ma accattivante su maternità e dintorni (recensione)

La sitcom canadese di e con Catherine Reitman offre svariati spunti su cosa fare, e soprattutto cosa non fare, nel caso si sia madri in carriera

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La serialità canadese non aveva mai raggiunto lo splendore internazionale degli ultimi anni. Le ottime produzioni prima relegate ai confini dell’America settentrionale riescono finalmente a oltrepassare le barriere geografiche grazie alle piattaforme di streaming. Dopo Orphan Black, Wynonna Earp, Schitt’s Creek e tante altre è il turno di Workin’ Moms, su Netflix dal 29 agosto con gli episodi della terza stagione. Si tratta di una sitcom dramedy creata, diretta e interpretata da Catherine Reitman, star canadese del web poi migrata nel mondo televisivo e cinematografico.

Com’è facile intuire, Workin’ Moms è la storia di un gruppo di donne costantemente sotto attacco. Le loro vite sono assediate dalle inevitabili necessità dei figli piccoli, dalle pretese di datori di lavoro misogini o quantomeno poco comprensivi, dall’atteggiamento di mariti e familiari spesso egoisti o non abbastanza cooperativi. Queste difficoltà si manifestano e colpiscono in modo diverso le varie coprotagoniste: Kate, Anne, Frankie e Jenny.

Kate (Catherine Reitman) si occupa di pubblicità e pubbliche relazioni in un’importante agenzia di Toronto. È estremamente brillante, dedita alla carriera e consapevole del proprio talento, dunque poco incline a sacrificarlo per soddisfare esclusivamente i propri doveri di madre. La sua vita in ufficio è troppo impegnativa, d’altro canto, e i colleghi troppo competitivi perché Kate possa riuscire a bilanciare le esigenze lavorative e quelle familiari senza scatenare alcuna frizione. A ciò si aggiungono la naturale propensione all’umorismo fuori luogo, l’abilità di cacciarsi in guai perfettamente evitabili, e un marito, Nathan (Philip Sternberg), piuttosto critico nei confronti del suo ordine di priorità.

Anne (Dani Kind) è una psicologa e psicoterapeuta competente, ma con un carattere talvolta aggressivo e rabbioso che influenza profondamente le sue relazioni interpersonali. La più complicata è quella con la figlia maggiore Alice (Sadie Munroe), preadolescente con la quale non riesce a instaurare un rapporto basato su trasparenza e fiducia e che tenta di gestire con l’aiuto di Renya (Jess Salgueiro), giovane baby sitter apostrofata tutto il tempo come Tata cattiva. Nonostante goda del sostegno incondizionato del marito Lionel (Ryan Bellevile) e della migliore amica Kate, Anne si ritrova dilaniata da profonde insicurezze e deve pagare le conseguenze dell’abitudine sconsiderata di gestire in piena autonomia i propri problemi.

Frankie (Juno Rinaldi) è un’agente immobiliare, sposata con Giselle (Oluniké Adeliyi) e madre della piccola Rhoda. La sua indole fantasiosa, rilassata e alquanto incurante di limiti e convenzioni si scontra presto con la depressione post-partum. Pur sostenuta dalla moglie, Frankie fatica ad affrontare la propria condizione in modo produttivo e languisce fra attività di poco conto che riescono soltanto a rendere più tese e potenzialmente disastrose le relazioni con chi le sta intorno.

Jenny (Jessalyn Wanlin) è una donna splendida e piena di sé, ma del tutto incapace di instaurare e mantenere relazioni sane con chiunque la circondi. A fare le spese del suo egoismo narcisista sono la figlia neonata Zoe e il marito Ian (Dennis Andres), sceneggiatore squattrinato che trascorre in casa la maggior parte del tempo e diventa così il doppio genitore della bambina. L’immaturità relazionale di Jenny si mostra anche sul lavoro, una mansione d’ufficio fra cubicoli che svolge nel totale disinteresse, dedicandosi al gossip con i colleghi e flirtando con il caporeparto per il semplice gusto di mettere alla prova la propria avvenenza.

A partire dal microcosmo comune del nido gestito da Val (Sarah McVie), le protagoniste di Workin’ Moms su Netflix vivono vite parallele infarcite di sfide personali. I temi sui quali la sitcom si propone di riflettere si snodano dai contrasti fra i doveri della maternità e il desiderio di non sacrificare le ambizioni personali. In questo senso l’esperienza di Kate è la più realistica, in quanto mostra i molteplici ostacoli che una donna competente e ambiziosa è costretta ad affrontare non soltanto per emergere, ma già solo per veder riconosciute eque condizioni di partenza. Inoltre il supporto del marito Nathan è intermittente e non sempre d’aiuto; in cuor suo, infatti, si aspetta che la moglie ridimensioni i propri piani professionali per dedicare la maggior parte del suo tempo al figlioletto Charlie. Kate non ha intenzione di farlo, al contrario tende a prendere ogni sorta di decisione senza consultare il marito per scansarne l’opposizione, e questo scatena frequenti battibecchi fra i due.

Attraverso le vicende di Anne, invece, Workin’ Moms sfata il mito della maternità come puro e semplice istinto naturale. Per quanto la psiche sia il suo oggetto di studio e il fulcro del suo lavoro, Anne non riesce a leggere la mente della figlia o non sa interpretarne i segni, finendo in un rompicapo emotivo la cui soluzione è sempre e solo parziale. Le sue sbavature di donna e madre, i dolenti conflitti interiori e i tentativi sinceri, seppur talvolta maldestri, di essere ciò che dovrebbe ne fanno la figura più umana della serie.

Le personalità di Frankie e Jenny sono tratteggiate in maniera meno dettagliata, ma restano funzionali perché capaci di suggerire le insidie di altre sfide della maternità. Nel caso di Frankie, la depressione post-partum è osservata in modo a dir poco superficiale, ma è chiaro come questa condizione spesso sottovalutata sia in realtà profondamente invalidante per una madre, soprattutto nei casi in cui non riceva il giusto riconoscimento e sostegno.

La povertà interiore di Jenny, invece, serve a evidenziare come la maternità non possa e non debba considerarsi una scelta universale, né una panacea per ogni donna. Con il suo egoismo, l’incapacità di assumersi responsabilità e provare empatia nei confronti degli altri esseri umani, inclusi quelli a lei più cari, Jenny dimostra come essere madre debba esser frutto di una vocazione, un desiderio e un impegno, e non il risultato di una scelta scriteriata di cui è possibile dimenticarsi a proprio piacimento.

Non che tutto ciò faccia di Workin’ Moms su Netflix una bibbia della maternità. Le donne della serie non sono mai davvero sull’orlo del precipizio, le loro vite di altoborghesi privilegiate nella Toronto residenziale non sono mai scosse alle fondamenta. Nessuna di loro è un modello di comportamento, né è mai davvero priva di una rete di sicurezza, che si tratti di una baby sitter, di una madre, di un marito docile o un’amica. Insomma, è difficile cogliere nei loro umanissimi problemi quella nota di urgenza e verosimiglianza che servirebbe a far crescere l’empatia nei loro confronti.

Detto ciò, è altrettanto difficile pensare che qualcuno guardi Workin’ Moms su Netflix per trovare risposte alle sfide della maternità, quella vera. La serie offre ottimi spunti da estrapolare ed elaborare per riflettere sullo sbilanciamento della vita contemporanea a favore degli uomini e a scapito delle donne-mamme-e-lavoratrici, ma fa anche e soprattutto dell’altro. Racchiude cioè le sue analisi e le sue pillole di saggezza in un contesto leggero, a volte frivolo, ma perlopiù irresistibilmente comico. Rispetta la sua natura di sitcom, insomma, e regala un prodotto frizzante e non troppo impegnativo che soddisfa il nostro bisogno di ridere e sorridere delle piccole disavventure altrui.

Workin’ Moms è su Netflix dal 29 agosto con gli episodi della terza stagione, mentre la quarta è in produzione e andrà in onda nel 2020. Ecco il trailer della serie.

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