Order In Decline dei Sum 41 è l’album di una band metal che ci crede poco (recensione)

La band canadese si affaccia ad argomentazioni maggiormente legate all'attualità, non mancano i messaggi contro Trump

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Order In Decline dei Sum 41 è il settimo album della band canadese, figlia della scia rivoluzionaria pop di Dookie dei Green Day e di tutta la cultura radiofonica che ha dato vita a nuove band come i Blink 182, i Paramore e via discorrendo. I canadesi guidati da Deryck Whibley erano partiti con il rapcore di All Killer No Filler (2001) che un po’ faceva il verso ai Beastie Boys ma proponeva un pop punk contrastante: le violenze chitarristiche rappate si alternavano a ritornelli altamente commerciali – Fat LipIn Too DeepMotivation – e tracciare una linea di separazione tra il punk melodico già presente e le novità dei primi 2000 si faceva sempre difficile.

Tuttavia, con questo nuovo album i Sum 41 si rivelano per ciò che sono: una band metal che ci ha sempre creduto poco. Lo abbiamo capito con i tanti tributi ai Metallica presenti in rete – del resto furono loro ad aprire l’MTV Icon Metallica con un medley di For Whom The Bell Tolls, Enter SandmanMaster Of Puppets – ma la stessa attitudine emerge in piccolissime frazioni presenti all’interno dei brani.

L’apporto del chitarrista Dave Baksh si fa sentire: i riff metallari e gli assoli sono degni di nota, ma tutti conveniamo che la voce di Deryck sia troppo “innocente” per fare dei Sum 41 una band metal. Order In Decline non è il capolavoro, non è la svolta e non è la maturazione discografica della band di Ajax: è un disco coerente e lineare, che si fa ascoltare senza impegno ma che non contiene la hit spaventosa dopo Still Waiting.

Possiamo dire, però, che Order In Decline dei Sum 41 è l’album più aggressivo. Lo dimostrano le dichiarazioni di Deryck, da sempre restio a parlare di socialità e politica nei brani, ma durante un’intervista rilasciata a Consequence Of Sound si era confessato: “L’ultima cosa che volevo fare era scrivere un disco di protesta sociale o politico, e Order in Decline non lo è. Ma è molto difficile non provare qualcosa per tutto ciò che sta succedendo nel mondo”. Non a caso, Whibley è anche il produttore del disco.

I crescendo percussivi di Frank Zummo sono una costante del disco che si apre con Turning Away, introdotta da una pioggia di note inquietanti eseguite al pianoforte. Il brano esplode dopo qualche giro, quando le chitarre alterate dall’LFO creano il groove che fa saltare il pubblico durante i live per poi placarsi quando inizia il canto. Il ritornello si veste con abiti pop punk che ben conosciamo, e si può dire lo stesso di Out For Blood, la classica canzone rabbiosa dal ritmo veloce che alterna canto e strida.

In The New Sensation troviamo una collisione tra i Muse di Uprising, gli AFI di Miss Murder e i The Strokes di Heart In A Cage, ma anche con Green Day di Holiday, con tutte le influenze metal del caso. A Death In The Family si apre con rintocchi distorti che toccano anche una quinta diminuita nel crescendo iniziale, dove i tom di Zummo accompagnano con tribalità il basso di Cone McCaslin per poi lasciare spazio al punk rabbioso che inveisce contro una società carica di odio e intolleranza. Notevole il solo di Baksh dai toni metal, che si accosta ai virtuosismi di El Hefe dei NoFx.

Heads Will Roll è un tentativo blues nell’intro, con lo shuffle incalzante e impreziosito dal muting delle chitarre ma che si fa decisamente violento e metal in 45 (A Matter Of Time), con i riff cupi e decisi che fanno da cornice a un testo che spara a zero contro la politica americana, nella persona di Donald Trump.

In sostanza, Order In Decline dei Sum 41 è un album con distorsioni ad alto potenziale. Troviamo un po’ di calma in Never There Catching Fire: la prima è una ballata malinconica che parla di relazioni consumate, mentre la seconda canta la possibile fine di un amore in modo celebrativo, quasi una mossa di autoconvinzione sulla resilienza necessaria a superare un punto di rottura. I Sum 41, con questo brano, propongono un’atmosfera corale che potrebbe strizzare l’occhio ad Are We The Waiting dei Green Day e Dreams dei Cranberries e chiudono il disco con sentimento.

Poco prima di socchiudere la porta, però, Eat You AliveThe People Vs… ci regalano altra energia. Con la prima si ritorna allo shuffle – questa volta più vicina al punk rispetto a 45 (A Matter Of Time) – mentre la seconda si sposta più verso l’hardcore, anche certe parti melodiche sembrano rendere tributo a Battery dei Metallica. Il fill di batteria poco prima dell’ultimo ritornello, infine, scimmiotta l’intro di Painkiller dei Judas Priest, o almeno ci prova.

Order In Decline dei Sum 41 è un album molto spinto nelle dinamiche e inedito per le argomentazioni sempre più vicine all’attualità, ed è vero che a questo giro la band canadese ha scelto la rabbia come filrouge per tracciare la lista delle nuove canzoni. Tuttavia, si tratta comunque di un disco dei Sum 41, meno rapcore rispetto agli esordi e più metal nell’animo, uno stile che la band propone quasi con timidezza, come avesse qualche riserva nello sconfinare troppo da un canone, scegliendo dunque di abbracciare soluzioni più melodiche e meno animose, più allineate all’orecchio del grande pubblico.

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