È uscito Submergence, l’ultimo film di Wim Wenders. Ma non ne parla nessuno. Perché?

Con due anni di ritardo arriva al cinema l’ultima opera di finzione del regista tedesco. Un tempo i cinefili lo veneravano come un maestro, oggi fanno finta che non esista. Cerchiamo di capire come mai

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Lo scorso weekend è uscito nel disinteresse generale Submergence, l’ultimo film di finzione di Wim Wenders. Ultimo si fa per dire: sì tecnicamente lo è, ma è di due anni fa e fino a oggi nessuno l’aveva voluto distribuire. Eppure i protagonisti sono due quasi divi, il premio Oscar Alicia Vikander e James McAvoy. Ne hanno parlato in pochissimi. È la maledizione di Wim Wenders: negli anni Settanta e Ottanta era la punta di diamante del nuovo cinema tedesco, oggi sembra quasi che non esista.

Wenders un tempo era adorato per titoli che distribuivano cinefilia intelligente a piene mani (Nel Corso Del Tempo, il proverbiale Lo Stato Delle Cose). Quando poi fiutò l’aria di riflusso degli anni Ottanta, cambiò stile e si mise a intagliare un cinema allo stesso tempo di genere e d’autore, in film che strizzavano l’occhio al ceto medio riflessivo mescolando emozioni e pensosità filosofica. Paris, Texas, dolorosa storia familiare con un geniale titolo enigmatico e spaesante. Poi Il Cielo Sopra Berlino: e tutti, davanti all’estenuante lentezza in bianco e nero d’una storia arrivata con tempismo perfetto un attimo prima della caduta del Muro (era il 1987), ascoltarono estasiati la voce off che ricordava di “quando il bambino era bambino”. Fu uno sfracello: il grande film d’autore globale.

Giunto all’apice del successo e della fama, che è successo? Difficile capire cosa sia scattato. Wim Wenders è riuscito nel giro di pochissimi anni a disperdere un credito enorme. Ci si è messo d’impegno a rovinarsi con le sue mani: prima preda di un’ossessione che in ultimo s’intitolò Fino Alla Fine Del Mondo, ardita riflessione su immagini, cinema e sogno in cadenze di guazzabuglio intellettualistico di enorme pretenziosità. Dopo venne Così Lontano Così Vicino, evitabile sequel del cielo berlinese: ma tutti fecero finta di niente. Si apprezzò invece che aiutasse l’Antonioni anziano a tornare dietro la macchina da presa (Al Di Là Delle Nuvole).

Poi si aprì la lunga stagione delle opere apolidi in giro per il mondo. Alcune intrise di cinefilia (Lisbon Story). La maggioranza zavorrate dalla retorica, in film che parlano del destino dell’uomo, il rapporto con la tecnologia, l’eclissi dei valori, la crisi ambientale, imprecisi anche quando sinceri (La Terra Dell’Abbondanza, Palermo Shooting), e ingombri di simbologie, metafore, citazioni.

Non è un caso che lo stesso Wenders si sia sempre più spesso smarcato dalla sua inaridita vena narrativa provando il documentario. Qualche volta gli è andata bene: Buena Vista Social Club, trainato dalla irresistibile musica cubana che lui stesso ha contribuito a trasformare in fenomeno di costume globale; Pina, sulla Bausch, buono ma parassitario, perché la bellezza più che al film appartiene alle coreografie dei balletti. Qualche volta gli è andata meno bene: Il Sale Della Terra, in cui la retorica di Wenders si somma al didascalismo monumentale della fotografia di Salgado. Senza contare esiti da cineforum parrocchiale come Papa Francesco, su Bergoglio.

Regista tra i più lucidi della sua generazione, Wenders s’è fatto superare dai tempi. Forse perché intrappolato in una idea di cinema irrigidita nel Novecento, incomprensibile al pubblico di oggi (ci sono giovani che guardano i suoi film?). Forse semplicemente perché, invecchiando, non riesce a capire i princìpi di funzionamento della contemporaneità. Allora può succedergli di rifugiarsi in un testo inattuale di Peter Handke sull’uomo e la donna trattati come concetti astratti, fuori della storia (I Bei Giorni di Aranjuez). E talvolta a quelle astrazioni cerca di dare un corpo, un volto, una voce nei film di finzione che si ostina a girare.

Submergence

È il caso di Submergence, quasi un bignami del suo peggio. C’è la grande storia d’amore: che sboccia tra la bio-matematica Danielle (Vikander) che studia gli abissi marini convinta che lì si annidi l’origine e il senso della vita, e James (McAvoy), spia britannica sul punto di partire per una missione in Somalia. C’è la grande metafora impegnata: perché c’è un filo che unisce l’oscurità indagata da Danielle (“l’altro mondo nel nostro mondo”) e il cuore nero della realtà impazzita tra violenza e terrorismo attraversata da James. Ma entrambi nutrono la speranza che, partendo dal fondo del mare e dal fondo dell’animo corrotto dell’uomo, sia ancora possibile fare qualcosa. Allora Submergence, dopo la prima parte sentimentale, monta in parallelo la storia di lei tra gli abissi e il dramma di lui, catturato dagli jihadisti.

Il trailer di Submergence

Insomma c’è tutto, compreso il grande, urgente tema di cronaca. Purtroppo non c’è il film: o meglio, c’è un argomento vagamente politico usato come sfondo per un melodramma artefatto sulla forza dell’amore. Ma è inutile mostrare l’orrore della guerra e le torture (sempre impeccabilmente fotografate). Perché di Submergence, tratto dal romanzo omonimo di J.M. Ledgard, quel che resta negli occhi dello spettatore sono le scogliere, l’oceano in tempesta, il fuoco del camino, i languidi abbracci, le parole improbabili (“qui c’è solo l’oscurità, come quella che conosci tu, mia Dani”). E allora capisci perché tanti recensori, invece di accanirsi a parlarne male, fanno finta di niente. Per una forma di rispetto e nostalgia verso l’artista che Wim Wenders è stato.