J’accuse di Roman Polanski conquista Venezia 76, l’affare Dreyfus diventa spy story dai toni attuali (recensione)

Le polemiche non fermano J’accuse di Roman Polanski: alla prima proiezione, il film del contestato regista polacco viene applaudito per l’eleganza nella ricostruzione storica del famoso affaire Dreyfus

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Un inno all’onore e all’integrità, J’accuse di Roman Polanski è un’elegante rivisitazione di un caso politico che ha scosso la Francia tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo. Lo scandalo creò scalpore e alimentò le successive crisi all’interno del governo francese, che sarebbero culminati con la Prima Guerra Mondiale. A 86 anni, il regista polacco, capace da sempre di dividere le masse, regala un’elegante rivisitazione dell’affaire Dreyfus, trasformando l’episodio in un thrille politico a tinte attuali.

Siamo in Francia nel 1894. L’ebreo Alfred Dreyfus, capitano delle forze armate, viene accusato di aver passato informazioni agli odiati nemici tedeschi. Nonostante la scarsità di prove, viene condannato all’ergastolo ed è costretto a passare i suoi giorni all’Isola del Diavolo, lontano da tutto e da tutti, senza possibilità di comunicare con le guardie che lo tengono sotto controllo. La condanna di Dreyfus, come insegna la storia, fu un clamoroso errore giudiziario, avvenuto durante un infelice contesto storico, un periodo buio per l’Europa tra spionaggio militare e il forte antisemitismo imperversante nella società francese. Contro questo clima insostenibile si scagliarono diversi intellettuali, tra cui editori e lo scrittore Èmile Zola, autore del celeberrimo J’accuse, da cui il film prende il nome. Nella sua lettera, pubblicata sul giornale L’Aurore, lo scrittore faceva i nomi dei veri colpevoli che avevano incastrato Dreyfuss, indirizzandola al Presidente della Repubblica francese.

Polanski mette in scena una storia intrisa sì di fiction, ma in cui abbonda il mistero. Il film può essere diviso in due parti: nella prima ora seguiamo le indagini di George Piquart, un ex colonello ora commissario del controspionaggio che con il suo intuito (non si fida di nessuno se non della verità stessa) scopre che la condanna di Dreyfus è nient’altro che frutto di un clima politico instabile e antisemita. La seconda metà del film entra nel vivo della spy story, e le indagini di Piquart si tramutano in una ricerca della verità estenuante e agonizzante. Scavando più a fondo, capisce che con il suo arresto il flusso di informazioni ai tedeschi non è mai cessato. C’è un’altra spia all’interno dell’artiglieria francese? Chi ha voluto incastrare Dreyfus? A Jean Dujardin (Oscar per The Artist) viene affidato il compito di dare il volto a George Piquart, un uomo integro che crede fortemente nel valore dell’onore, ed è disposto a perdere tutto pur di fare giustizia. Louis Garrel (presto in Little Women di Greta Gerwin) è invece lo sfortunato Dreyfus.

J’accuse è il manifesto di chi si sente perseguitato, nonché una difesa messa in atto dallo stesso Polanski. L’antisemitismo, in contrapposizione all’esaltazione della potenza francese, è lo specchio di un’isteria di massa che sbocca in un contesto socio-culturale non cosí lontano da noi.

Il film J’accuse di Roman Polanski sarà nei cinema italiani dal 21 novembre con il titolo L’Ufficiale e La Spia.

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