Lover di Taylor Swift è il disco della maturità di una popstar che sa addolcire anche il dissenso (recensione)

18 tracce che sono tante vite raccontate in tanti stili, dal country-pop all'elettronica anni '80

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Per parlare di Lover di Taylor Swift è d’uopo partire da una premessa: sulla soglia dei 30 anni abbiamo a che fare con una presa di coscienza, perché gli strani meccanismi esistenziali che colpiscono i comuni mortali non hanno pietà nemmeno degli artisti più amati della scena contemporanea, tanto meno di Taylor Swift. Con questo disco colorato, fresco e maturo, la cantautrice si è risvegliata e ha detto la sua su tante cose, a partire da un’invettiva contro Donald Trump e la sua politica, riprendendo un discorso interrotto nel 2018 per ricordare al mondo intero che dietro l’artista c’è la persona che combatte, vota e si fa portavoce di un sentimento comune.

Gli artisti, da sempre, si sono fatti portavoce dell’amore, del malcontento e del dissenso, e Taylor Swift è una di essi. Il suo album è ricco: 18 tracce nelle quali troviamo tutte le sfumature – dal pop deliberato di Cruel Summer alle stanze acustiche in 6/8 di Lover, la title-track che nei giorni scorsi ha anticipato il disco. Alla sua ottava prova in studio troviamo un raccordo perpendicolare tra le sue influenze, le sue pulsioni emozionali e le sue fragilità, che in questi nuovi brani vengono messe sul piatto con tutte le spezie del caso.

Rolling Stone parla di “Liberazione di Taylor Swift”, e proprio per questo si parla di colori, gli stessi che in Almost Blue di Elvis CostelloYellow dei ColdplayBlack n. 1 dei Type O Negative, Pink degli Aerosmith e tanti altri diventavano persone, contesti e stati d’animo. Taylor Swift non perde tempo a nominarli, questi colori, bensì li usa nella copertina per regalarci un’esperienza visiva che ci dia un’idea di ciò che andremo ad ascoltare. Con brani scritti insieme a Jack Antonoff (lavorò con lei anche nel 2017 per Reputation) troviamo una collisione tra i synth degli anni ’80 – diciamolo, Stranger Things ci ha resi tutti nostalgici – e scelte sonore più moderne, quasi un upgrade di quanto detto dai mostri sacri della musica negli ultimi 40 anni per riportare agli Swifters (i suoi endorser) un linguaggio intelligibile.

Morbida e frizzante, I Forgot That You Existed è l’essenziale che apre il disco, un brano breve come accade nella media delle 18 tracce che percorrono Lover di Taylor Swift che in un’ora di musica ci regala il basso in synth “so eighties” di Cruel Summer che spesso ricorre nell’album. Una freschezza vintage che ritorna in The Man, un inno di incoraggiamento al mondo femminile con un taglio movimentato, una corsa nella quale Taylor si domanda quanto sarebbe stata diversa la sua vita se fosse stata quella di un uomo.

Possiamo guardare le stelle a bordo della nostra bicicletta con un extraterrestre sul cestino anteriore mentre ascoltiamo The Archer, un “pulsar” dove la cassa è un rintocco sommesso e soffocato da riverberi e pad, per creare qualcosa che si colloca tra la ballata e l’evanescenza di un crescendo da stadio, illuminato da mille luci. La stessa formula appartiene a Miss Americana & The Heartbreak Prince, con più esplosioni e più contemporaneità sonora, come accade nelle scelte sonore di Cornelia Street che colorano d’autunno la nostra immaginazione. Autunno, sì, perché quando Taylor Swift strizza l’occhio agli anni d’oro di Madonna, di Cindy Lauper e di Samantha Fox ci fa capire che il tempo è cambiato. Di Cornelia Street convince soprattutto il beat, che si fa sempre più incalzante nel galoppo continuo del brano.

La trasposizione definitiva dell’ossigeno degli anni ’80 nel soffocante simposio digitale dei nostri giorni avviene, infine, in You Need To Calm Down, scritta insieme a Joel Little e che si traduce in un dardo con la punta color arcobaleno scagliata contro gli omofobi, una parata LGBT con i colori più chiari dei brani precedentemente descritti, dalle tonalità decisamente più estive.

Il sound più acustico e tipico di Taylor Swift che troviamo in Lover, un chiaro passo indietro fino ai tempi dell’album 1989 (2014), è presente anche in Paper Rings, un country-pop da ascoltare con i capelli al vento a bordo di una jeep che fende paesaggi estivi. Questi due brani sono lo specchio al quale Taylor Swift osserva se stessa e si compiace della sua maturità, una consapevolezza raggiunta nell’inevitabile sfilata di vicissitudini che sono proprie di ogni artista.

L’artista, oggi, coniuga suoni passato e presente in I Think He Knows, nella quale gioca su falsetti e cori per cercare una spensieratezza frivola da sbeffeggiare – è sempre interessante sapere quanto una star sappia prendersi poco sul serio – nei panni della ragazza svampita che tenta la carta della seduzione con il ragazzo che le piace. Per cercare una parola che descriva Death By A Thousand Cuts, dove le migliaia di tagli sono il risultato di un “addio”, dovremmo scomodare il vocabolo “dreamy”, grazie alle voci riverberate che aprono il brano e a quel piano che gioca sulle scale e che ai più disattenti può sembrare fuori tempo, ma è la frenesia di una fase REM che disturba il sonno di chi vede la sua vita lacerarsi da una storia che finisce.

La voce di Taylor sa spostarsi lungo le ottave senza sbavature, e la sua abilità canora è la vera protagonista del disco. Prende e perde fiato intenzionalmente in London Boy, dove si rende necessario un controllo sul respiro per stare dietro a una base che gioca sulla calma apparente del beat elettronico, ma che è utile riempire per completare e abbellire. Di bellezza, infatti, possiamo parlare per ogni nota suonata in Lover di Taylor Swift e abbiamo l’esempio di Soon You’ll Get Better, registrata insieme a Dixie Chicks. È decisamente il brano più intenso, una carezza degna di I’ll Stand By You dei Pretenders accompagnata dall’arpeggio confortevole di una chitarra acustica.

Lo strazio di False God è il dipinto nero di una disperazione: un amore che si rende necessario anche se si rivela essere un “falso dio”, un’illusione che crea il disincanto e la rassegnazione, ma vitale. In Afterglow ritroviamo quanto detto per Cruel Summer: pop evanescente, notturno e vivo più che mai, l’antipasto che ci prepara alla motivazionale ME! nella quale troviamo anche Brendon Urie dei Panic! At The Disco e che per il suo stile decisamente eterogeneo rispetto a Reputation aveva mandato fuori di testa i suoi fan, tanto da costringere Taylor Swift a spiegare che il disco che oggi ascoltiamo sarebbe stata un’opera particolare.

Troppo radiofonica, in effetti, per essere un prodotto della popstar degli Swifties. It’s Nice To Have A Friend è il brano più atmosferico, con una tastiera continua che si colora di grigio con l’apporto di un coro lontano, il tutto intorno alla voce di Taylor che celebra l’amore dopo l’amicizia, con un pugno in pieno naso a chiunque parli di friendzone.

Daylight chiude Lover di Taylor Swift e riassume tutto: dolcezza, potenza sonora, evanescenza, bellezza e maturità, grazie al beat timido che non invade ma sottolinea gli altri strumenti mentre la popstar canta il ritrovato amore dopo una vita fatta di relazioni sbagliate, le stesse esistenze che gli Swifters, in questo album, fanno proprie perché hanno trovato un nuovo capitolo per raccontarsi attraverso una cantautrice che non smette di sorprendere, nemmeno quando gioca a cambiare stile, pur mantenendo un’inossidabile passione.

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