Il Signor Diavolo, Pupi Avati ritorna con un horror crepuscolare che non fa paura

A ottant’anni il regista firma un film del terrore, ricollegandosi al cinema degli esordi. Anni Cinquanta, ambientazione padana, cattolicesimo bigotto: è il mondo dei suoi quattordici anni, guardato con un affetto che non aiuta a costruire un racconto dell’’orrore

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In una intervista recente su FilmTv rilasciata in occasione dell’uscita de Il Signor Diavolo, l’ottantenne Pupi Avati ha detto che “questo periodo è fantastico perché hai davvero quella sensazione del ritorno. In tutte le cose della vita sto tornando ad assomigliare a quel ragazzetto quattordicenne che stava a Bologna”. E certamente è un ritorno il suo nuovo film che, tratto dal suo romanzo omonimo pubblicato nel 2018 e sceneggiato dal regista insieme al fratello Antonio e il figlio Tommaso, riporta Avati alle sue terre d’elezione padane. E a quel 1952, anno in cui si svolge l’azione, in cui aveva esattamente 14 anni.

Soprattutto, Il Signor Diavolo riattiva il dialogo con l’horror, il genere dei primi film della sua carriera, declinato nelle cadenze d’un gotico padano che segnava una via italiana al racconto del terrore, in parte debitore delle atmosfere coeve di Dario Argento. Celebre, su tutti, La Casa Dalle Finestre Che Ridono (1976), ma anche altri titoli con venature tra grottesco e fantastico – Zeder (1983), il più tardo L’Arcano Incantatore (1996). I quali restano tra i frutti migliori d’una carriera che dagli anni Ottanta s’è indirizzata con successo crescente su toni crepuscolari, inaugurati da Una Gita Scolastica (1983), d’una morbidezza che raccontava il passato e la provincia sembrando rifugiarsi in essi. È con comprensibile curiosità quindi che il pubblico, specie quello più cinefilo tante volte perplesso da troppe sue operine esangui, attendeva Il Signor Diavolo.

La storia è incentrata sul delitto compiuto nel Nord est cattolico e democristiano dei primi anni Cinquanta da Carlo, un ragazzino che ha ucciso il compagno di classe Emilio. Voci sostengono che sia stato spinto a commettere il crimine da una suora e un sagrestano, che l’avrebbero plagiato convincendolo che la vittima fosse un’incarnazione del maligno, per via della deformità e la dentatura da fiera. Il Ministero invia un ispettore, Furio Momentè (Gabriele Lo Giudice), dall’aria invero piuttosto imbelle, a controllare l’istruttoria del processo, preoccupato del fatto che la madre di Emilio (Chiara Caselli), influente possidente capace di spostare fette consistenti di elettorato, dopo la tragedia abbia cominciato a manifestare una pubblica ostilità verso la Dc, il partito di governo. Che dunque, attraverso il suo messo, vorrebbe cercare di insabbiare la cosa.

L’ambientazione consente ad Avati di dispiegare il senso di un immaginario religioso in cui cattolicesimo ufficiale, credenze popolari e folklore si mescolano, costituendo l’ingrediente essenziale che stabilisce le coordinate misteriose e cupe del racconto – il cui pregio maggiore è nella fotografia slavata, quasi un bianco e nero d’una tinta grigia uniforme – e l’architrave degli accenti orrifici, che per la sensibilità contemporanea sono assai moderati e stilisticamente antiquati, con grandangoli, abuso del ralenti, suoni sinistri.

Più che un horror contemporaneo Il Signor Diavolo è un horror crepuscolare, con un effetto nostalgia accentuato dalla presenza di troppi volti iconici del cinema del regista, Lino Capolicchio, Gianni Cavina, Alessandro Haber, Massimo Bonetti. Avati punteggia la vicenda di notazioni che hanno il sapore affettuoso di ricordi personali. Si veda per esempio il modo in cui racconta l’affiorare del desiderio sessuale in un quattordicenne di un’epoca culturalmente bigotta e sessuofobica. Ma ci sono troppe figurine collaterali – l’inutile parentesi del rapporto tra Momentè e l’infermiera che accudisce il padre, con tutti i difetti del bozzettismo sentimentale avatiano – e la scelta d’un protagonista che non ha la forza per sorreggere una storia del terrore.

Il problema principale de Il Signor Diavolo, al di là di alcuni squilibri nella tenuta narrativa, sta nel tono, perché è praticamente impossibile fare paura con la nostalgia. E Avati vuol troppo bene agli anni e forse persino agli elementi che pure giudica retrogradi della cultura che sceglie di raccontare, per riuscire a mostrare davvero quanto quel tempo potesse essere spaventoso.