Le Ragazze del Centralino 4 ha perso mordente e si è trasformata in una soap surreale (recensione)

Le Ragazze del Centralino 4 non ha invertito la deriva verso il registro da telenovela della scorsa stagione, ma il finale lascia ben sperare

8
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Le premesse lasciavano ben sperare, eppure Le Ragazze del Centralino 4 non ha fatto l’unica cosa che le si chiedeva: invertire la rotta della deriva della terza stagione verso il genere soap opera e tornare ad essere una serie drammatica in costume.

Peggio della terza stagione davvero non si poteva fare, ma la quarta avrebbe dovuto e potuto fare molto meglio per la saga delle centraliniste della Compagnia dei Telefoni di Madrid della Spagna dei primi anni Trenta, la prima serie spagnola targata Netflix.

ATTENZIONE SPOILER!

La trama di questi otto episodi, pur partita dall’interessante trovata della candidatura a sindaco di Madrid di Carlota nel 1931, è stata un susseguirsi veloce – troppo veloce e per questo per nulla plausibile – di eventi dettati dalla necessità di salvare la stessa dalla pena di morte per l’accusa di aver ucciso il suo rivale politico, un conservatore misogino e omofobo che la ricattava con le prove della sua relazione omosessuale.

La scelta di puntare sull’impegno attivo in politica di una delle protagoniste, con le altre pronte a sostenerne la campagna elettorale, avrebbe potuto aprire la strada ad una serie di spunti interessanti che potevano diventare i temi portanti della stagione: la lotta per la parità di genere e la conquista dei diritti civili delle minoranze, il sessismo in politica, il ruolo delle donne nella società civile degli anni Trenta e tutto ciò che ne consegue in termini di rappresentazione di personaggi femminili in un contesto storico che avrebbe favorito il racconto della loro evoluzione.

Invece, tutte queste possibilità sono rimaste perlopiù sullo sfondo e si è preferito puntare su un giallo da risolvere: l’individuazione del colpevole dell’omicidio di Gregorio e contemporaneamente i tentativi di salvare l’innocente Carlota dalla condanna alla garrota hanno tenuto banco per tutta la stagione. Le tre amiche Lidia, Angeles e Marga si sono trasformate prima in Sherlock Holmes in gonnella a caccia di prove che la scagionassero, poi in improbabili supereroine pronte a sostituirsi alla polizia corrotta ed inefficiente. Finché la sua compagna Sara/Oscar ha deciso di immolarsi costruendo prove a supporto della propria colpevolezza pur di salvare la ragazza dall’esecuzione capitale: inizia così la seconda parte della stagione, in cui l’obiettivo del gruppo diventa far evadere la reoconfessa Sara dalla prigione e permetterle di scampare alla pena di morte. Il tutto con l’aiuto del capitano Cuevas, mentre ognuna di loro è impegnata anche a risolvere le proprie vicissitudini personali.

La trama portante è debole nel suo intreccio perché scarsamente credibile per modi e tempi con cui le quattro amiche cercano di salvare Carlota. Non solo le ragazze si inventano trovate un po’ ridicole (come fingere uno svenimento in strada per provare a distrarre poliziotti a cui rubare documenti, fallendo miseramente) ma lo stesso omicidio risulta fondato su un movente trito e ritrito (il figlio illegittimo che si vendica del padre che lo ha abbandonato prima che nascesse) e anche gli altri filoni del racconto sono ormai un po’ stantii.

Lidia è perennemente incastrata nel triangolo tra Carlos e Francisco, col primo ritratto sempre come un debole esposto ai ricatti della madre e terrorizzato all’idea di perdere la sua compagna mentre il secondo santificato come il martire della storia. Marga – che aveva avuto la storyline più ridicola della scorsa stagione tradendo suo marito col suo gemello, come nelle migliori telenovelas sudamericane – si convince che Pablo sia gay, salvo poi riappacificarsi con lui nel finale nonostante abbiano chiesto il divorzio (appena legalizzato in Spagna). Ma la meno credibile di tutte è Angeles: dopo essere stata informatrice della polizia per evitare la galera per l’omicidio del marito, è diventata “Il Mirlo”, un’indefinita e losca figura che gestisce traffici illeciti nascondendo a tutti la sua identità, passando da donna vittima di abusi domestici a boss del malaffare nel giro di pochi anni. Carlota e Sara sono sicuramente i personaggi che escono meglio da questa quarta stagione, portando addosso il peso della drammaticità delle accuse che sono rivolte loro, non solo per il delitto ma per il giudizio sociale sulla loro storia d’amore all’epoca certamente incomprensibile nella bigotta e cattolicissima Spagna.

Non mancano elementi interessanti – purtroppo oscurati dal susseguirsi rocambolesco di indagini, delitti e corse contro il tempo – come la transizione di Sara verso la sua identità maschile, l’ingresso di un altro personaggio omosessuale come il nuovo capo della contabilità e i progressi verso l’indipendenza delle protagoniste, ora tutte in ruoli professionali apicali all’interno della Compagnia telefonica. Ma la sceneggiatura resta debole perché scritta come quella di un feuilleton frettoloso. Anche i dialoghi lasciano molto a desiderare, al punto da riuscire a far recitare male perfino ottime attrici come Maggie Civantos (ma è deliziosa, nell’ultimo episodio, la sua citazione di un “Vis a vis“, come l’omonima serie di cui è protagonista). Sarà il suo personaggio ad avere la peggio nel finale: in meno di un giorno le ragazze organizzano la fuga di Sara dal carcere attraverso un tunnel scavato in pochi minuti, ennesima trovata decisamente surreale, ma fuggendo Angeles viene colpita da un proiettile. La scena della sua morte è scritta talmente male, a mo’ de Il Segreto, da rendere l’epilogo patetico più che tragico. E a rendere tutto eccessivamente melodrammatico contribuisce per l’intera stagione la voce fuori campo della protagonista, narratrice della storia che si spertica in definizioni simil-poetiche dell’amore, della vita, dell’amicizia, con uno spessore da aforismi dei Baci Perugina.

La speranza di recuperare il fascino di questa serie, nata come delizioso ritratto femminista della condizione delle donne nella Spagna di inizio secolo scorso non sono però del tutto perdute. Sebbene Le Ragazze del Centralino 4 si concluda con le protagoniste costrette alla fuga all’estero, lontane le une dalle altre, la voce di Lidia preannuncia che anni dopo la figlia di Angeles le avrebbe riportate tutte a Madrid costringendole ad affrontare la più grande tragedia: la Guerra Civile spagnola. La quinta stagione, dunque, sarà ambientata tra il 1936 e il 1939, con un salto temporale di circa cinque anni rispetto al finale della quarta. E questo depone a favore di un recupero dello spessore e dello spirito originario di questa serie, le cui vicende iniziali erano spesso legate al contesto storico della Spagna degli anni Venti e Trenta. A sfavore della quinta stagione gioca invece l’assenza di Maggie Civantos, decisamente la più talentuosa delle attrici del cast: la sua uscita di scena era già stata annunciata all’inizio del 2019 (sarà impegnata nello spin-off di Vis a Vis, la serie spagnola ideata dai creatori de La Casa di Carta e disponibile su Netflix).

Le Ragazze del Centralino 5 è già in produzione.

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