La modestia è dei modesti, gli artisti, di contro, devono essere artisti!

L'umiltà ha rotto il cazzo, lo ripeto, e se non siete d'accordo con me pazienza, tanto voi non siete nessuno

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Ripetete tutti in coro con me: l’umiltà ha rotto il cazzo, l’umiltà ha rotto il cazzo, l’umiltà ha rotto il cazzo.

Partiamo dai punti fermi, l’umiltà ha rotto il cazzo, appunto. Non tanto per colpe sue, ma per quanto sia stata utilizzata malamente negli ultimi anni, anzi, per quanto sia stato usato malamente il suo nome, quasi mai associato a quello che umiltà in effetti è.

Credo sia tutta colpa di Maria De Filippi.

Spesso è colpa di Maria De Filippi, anche a sua insaputa. Perché con quel che ha fatto in televisione negli ultimi venti anni, anche di più, è molto probabile che una qualche colpa relativa a qualsivoglia situazione ce l’abbia.

Nello specifico è dal mondo di Amici, il suo programma musicale, la sua scuola musicale, che escono alcune dei modi di dire più aberranti che mi sia capitato di sentire in vita mia, e di cose aberranti, purtroppo, in cinquant’anni ne ho sentite parecchie.

Qualche esempio?

La tua non è una critica costruttiva.

Ciaone.

Fatti un bagno di umiltà.

Ora, non credo sia necessario star qui a spiegare che la critica costruittiva è il frutto della fantasia, malata, dell’uomo. La critica è critica, non è né costruttiva né distruttuiva. Cioè, può diventare l’uno e l’altra a seconda dell’utilizzo che se ne fa. Quel che è sicuro è che la critica non deve necessariamente essere costruttiva verso l’artista della cui opera si parla. Perché in caso il critico musicale sarebbe un consulente, più che un critico. Quindi, dai, niente critiche costruttive.

Ciaone, credo, parli da solo. Lo senti e ti iniziano a sanguinare gli occhi, come la Madonna di Civitavecchia, pronto a diventare ispirazione per la prossima serie tv di Niccolò Ammannitti.

E arriviamo al bagno di umiltà. L’espressione fatti un bagno di umiltà, che io immagino, vai a capire perché, detto con un tono vagamente arrogante e anche sciatto, volgare, è di quelle che, se uno tanto tanto fosse umile, inteso in quella versione pret-a-porter che gira oggi, di modesto o falso-modesto, alla mano, ecco, se uno tanto tanto fosse umile in quel modo lì dovrebbe correre a casa, squarciare i cuscini dei divani, sventrare i materassi, prendere tutte le piume che riesce a reperire, attaccarle con colla vinilica al proprio giubbotto di pelle, passarsi mascara abbondante, mettersi lo smalto, possibilmente con colori cupi, infilare il primo paio di pantaloni di pelle attillati, di quelli che mettono in risalto il pacco, e scendere per strada senza salutare il portinaio né alcun’altra persona, divo tra i divi. Perché dire “fatti un bagno di umiltà” significa almeno due cose fondamentali.

Primo, non aver capito un cazzo di cosa sia l’umiltà, perché quello cui ambite, cari i miei analfabeti funzionali, è un mondo di gente modesta, e la modestia, converrete con me anche voi che non siete in grado di seguire un discorso fatto con frasi tipo soggetto/verbo/complemento, figuriamoci frasi che abbondino di relative come questa, ecco, converrete anche voi con me che la modestia è propria dei modesti, e che la parola modestia spesso viene usata per indicare qualcosa di poco valore, tipo, ho mangiato in un ristorante, il cibo era davvero modesto, così ci potete arrivare anche voi, capre.

Secondo, non avere una minima conoscenza della storia della musica, perché di umiltà in musica che si sta parlando, facciamo attenzione.

Ora, è chiaro, nessuno, neanche lo stesso Dio, dovrebbe essere autorizzato a trattare male la gente comune, infatti quando succede, quando cioè Dio tratta male la gente comune, in genere si becca tutti gli improperi del caso, e se se li becca Dio, magari, se li può anche beccare la popstar di turno che si è lasciato andare a una qualche bizza. Non è di questo che stiamo parlando. Ma pensare che un artista debba necessariamente fare i conti con quella che per gli altri è la normalità, fatto che quasi sempre, oggi, contempla l’idea di fermarsi a fare un selfie, di interagire in qualche modo, magari rispondendo a domande assillati sui social o su messenger, insomma, trattare da pari a pari degli sconosciuti, che in quanto sconosciuti non sono pari non tanto perché sono da considerare inferiori, ma proprio perché sono da considerare altri da sé, alieni, ecco, pensare che un artista debba necessariamente fare i conti con quella che per gli altri è la normalità è davvero una cosa fuori dal mondo. Cioè, nessuno, immagino, vorrebbe che, salito su un palco per un concerto, magari un concerto allo stadio, l’artista si cagasse sotto e iniziasse a sbiancare, o a farfugliare parole senza senso. Come nessuno si aspetterebbe, che so?, che di fronte a una qualsiasi domanda durante un’intervista l’artista in questione rispondesse dicendo che non ne ha idea, perché non segue l’attualità, la musica o quel che è. Questo, con buona probabilità, succederebbe a chiunque si trovasse a salire su un palco senza essere l’artista che in genere li calca, i palchi. Di fronte a quello spettacolo, la folla in attesa, uno si cagherebbe sotto, e di fronte a un microfono e una telecamera, direbbe sciocchezze. Ma l’artista è l’artista, e bisognerebbe imparare a prenderlo a scatola chiusa, sia per quel che canta, che è il motivo che ce lo fa apprezzare, sia però per come si comporta.

Faccio un esempio, che Bob Dylan sia Bob Dylan, cioè uno dei massimi geni in circolazione, non sono certo io a averlo scoperto. Come non sono io a aver scoperto che, non fosse Bob Dylan, lo etichetteremmo come una immane testa di cazzo. Pensateci. Vinci il Premio Nobel per la Letteratura, dopo che da anni il tuo nome circola tra i papabili vincitori, fatto che manda fuori di testa tutti quelli che scrivono libri e che quindi si ritengono più meritevoli di questo premio, Philip Roth in testa. Vinci il Nobel per la Letteratura, tutti ovviamente ne parlano. Tutti tranne te. Che non solo non commenti la notizia. Niente, neanche una parola. Ma neanche rispondi all’Accademia del Nobel, che ti ha conferito l’onoreficenza. Per oltre un mese non rispondi alle loro chiamate, li blasti come neanche un figlio ideale tra Mentana e Burioni. Non li calcoli di pezza. Poi rispondi, scocciato, e dici che no, non potrai andare alla cerimonia dei Nobel, perché hai un impegno precedente. Impegno precedente, viviamo nell’era dei social, tutti sanno tutto, che consisete nel tenere un concerto tipo in Inculandia. Niente Bob Dylan, quindi. Mandi Patti Smith, a leggere cose. Ma tanto non ti frega un cazzo del Nobel, e tanto ci tieni a farlo sapere, o forse sarebbe meglio dire tanto non ci tieni a tenerlo nascosto, che dalle tue note biografiche togli il riferimento al premio, non sia mai che qualcuno pensa che il Nobel sia più importante del nome Bob Dylan. Alla fine, però, prendi il premio, e lo prendi perché sei a Stoccolma per un concerto, non certo andato in loco apposta per l’occasione. Ecco, Dylan è questo, e anche per questo va adorato, come un gigante quale è. Uno che non gli frega un cazzo del Nobel, ma scrive canzoni stupende. Poi, certo, diverso sarebbe se il suo fregarsene di tutto o tutti gli facesse dire cose capaci di influenzare negativamente il suo pubblico adorante, come sta facendo quel minchione di Morrissey nei confronti del partito For Britain, xenofobo e di estrema destra, ma lì non c’entra l’umiltà, c’entra la semplice intelligenza.

Gli artisti non devono essere umili, né modesti, devono essere artisti. Vivere nel mondo, fare arte e con la loro arte rendere questo mondo un posto migliore, o quantomeno meno spaventoso. E nel farlo possono serenamente non guardare mai gli altri negli occhi, come Madonna, evitare il contatto fisico, come faceva Prince, o pretendere che dentro il camerino ci sia un determinato frutto esotico che, al momento, non si trova neanche nel paese esotico dove di solito nasce e prospera. Prendere o lasciare.

Gli artisti che si vestono con le felpe dello stesso colore, hanno come nome d’arte solo il nome di battesimo e non hanno nulla da dire, beh, quelli li crea ad arte Amici, ma qui stiamo parlando di arte, non di televisione.

Avere un talento, una particolare competenza, un mestiere non deve e non può non essere tenuto in conto quando ci rapportiamo a qualcuno. Se io vado da un medico, non vorrei mai che chi mi sta di fronte mi dicesse frasi come “ho letto su internet che”, oppure, “mio cugino ha avuto la stessa malattia e si è curato così”, ci vado, dal dottore, perché so che è bravo, che ha studiato, che è competente. Ci vado e lo tratto col rispetto della sua professione, da dottore.

Non vedo perché dovrei pensare che un artista accetti serenamente le mie opinioni, pensando addirittura che in base alle mie opinioni cambi scaletta di un concerto, scriva una determinata canzone o faccia un determinato duetto con qualcuno. Non funziona così, e non perché l’artista in questione non ha voluto farsi un bagno nell’umiltà.

Io ambisco a un mondo in cui i cantanti la smettano di interagire con i fan e con gli spettatori, se non da un palco. Un mondo dove ci sia distanza, e dove quella distanza aumenti semmai il grado di divismo e glamourness degli artisti, non che equipari l’ultimo degli stronzi a colui cui ho chiesto di cantare i miei sentimenti, la mia vita, la mia visione del mondo. Uno non vale uno, fortunamente.

L’umiltà ha rotto il cazzo, lo ripeto, e se non siete d’accordo con me pazienza, tanto voi non siete nessuno.

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