Cosa resterà di Orange Is the New Black? Le riflessioni del cast sul lascito della serie e i suoi numeri da record

La serie televisiva è terminata, ma tutto ciò che ha significato sopravviverà anche grazie al Poussey Washington Fund

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Orange Is the New Black termina con una settima stagione a base di lacrime e tenerezza, ma l’impronta del suo passaggio rimarrà visibile ancora a lungo. Le detenute di Litchfield, infatti, riportano all’attenzione degli spettatori una lunga serie di temi di scottante attualità, non soltanto per gli Stati Uniti ma per tutto il mondo occidentale.

Dal sovrappopolamento delle carceri alle difficili condizioni di vita dei detenuti, dalle violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione per migranti agli ostacoli al reinserimento in società, tutti i filoni narrativi sviluppati dalla serie sono saldamente ancorati alla realtà di questi tempi. E poiché non si tratta di un asettico documentario, la componente emotiva resta fondamentale.

Attenzione, spoiler!

Orange Is the New Black è la storia di tante donne diverse, ognuna delle quali vive situazioni del tutto personali, ed è per questo che la serie “arriva” a così tante persone, commenta Laura Prepon. È uno show pensato per il pubblico, per le persone, aggiunge Dasha Polanco. E anche se i fan sono consapevoli di dover accettare qualsiasi storia strappalacrime, inattesa o frustrante, noi siamo felici delle scelte degli autori, perché aiutano a riflettere sulla dura realtà del sistema carcerario. Ogni storyline si rivela fedele a questo principio oppure realistica oppure capace di mandare un chiaro messaggio.

Proprio su questo si basa l’incredibile influenza di Orange Is the New Black. Pensiamo alla detenzione di massa, riflette Laverne Cox. I dibattiti sul tema sono cambiati radicalmente negli anni della serie. Adesso le persone hanno un rapporto completamente diverso con le carceri, e comprendono molto meglio i meccanismi di privatizzazione e finanziamento delle prigioni rispetto a sette anni fa. Mi piace pensare pensare che il merito di tutto questo sia anche nostro.

Che la serie non si limiti a intrattenere ma riesca anche a insegnare qualcosa di importante è evidente dalla sua stessa premessa narrativa. Prima che Piper Kerman scrivesse il bestseller da cui Orange Is the New Black prende le mosse, infatti, la vita delle detenute non era mai stata oggetto di una rappresentazione così onesta e tridimensionale. Le donne finite nel sistema carcerario erano terribilmente emarginate anche prima, spiega, e ciò che la serie fa è metterle al centro di tutto e chiedere agli spettatori di seguirne le storie e amarle e appassionarsi a ciò che potrebbe accadere loro. È qualcosa di straordinario, di rivoluzionario. È una sfida a pensare in modo diverso ai detenuti e ai nostri sentimenti nei loro confronti.

Decidere di squarciare il velo su storie di vita così radicalmente complesse significa aprirsi al dolore, un dolore viscerale che non sempre riesce a risolversi in sentimenti liberatori. Orange Is the New Black – in particolare la settima stagione – mostra infatti quanto facilmente esso possa condurre all’annullamento di sé.

Il devastante destino di Pennsatucky (Taryn Manning) ne è una chiara dimostrazione. Il suo percorso di crescita personale, nutrito dallo studio e culminato con l’esame per il diploma, si spezza nel penultimo episodio con un’overdose motivata da un invincibile senso di scoramento per la propria presunta incapacità. Sono stata informata un anno fa del destino di Tiffany, rivela Taryn Manning. Ne ho compreso l’impatto e il motivo per cui credevano che fosse il modo migliore di concludere il suo viaggio. Aveva senso. Il mio personaggio ha avuto un arco narrativo straordinario, mi è piaciuto molto vederla crescere e diventare una persona migliore.

E poi ci sono le tragiche storie d’immigrazione, accoglienza mancata, respingimenti forzati. Chi più di altri rischia di vedersi schiacciare da un sistema rigido, ingiusto e palesemente illegale è Blanca (Laura Gomez), passata dal ruolo di comparsa a quello di personaggio a tutto tondo nel corso delle stagioni. E in particolare nella settima, in cui la promessa di un rilascio anticipato si trasforma in una detenzione nel centro ICE e nella minaccia di un rimpatrio.

Questo personaggio era una specie di caricatura, all’inizio; la sua presenza quasi un intermezzo comico, svela Laura Gomez. Vederlo evolversi fino a diventare un simbolo di resistenza e lotta per la giustizia mi ha insegnato che non dobbiamo mai limitarci a giudicare un libro dalla copertina. Tutti i personaggi di Orange Is the New Black sono affascinanti, e non penso che il mio fosse più speciale degli altri; è stato semplicemente utile per mostrare l’assurda, surreale situazione del Paese in materia di immigrazione. Ed è stato un grande dono per me, in quanto attrice ed essere umano, aver avuto la possibilità di svolgere un ruolo nel racconto di questa realtà.

Orange Is the New Black 7 segna inoltre la definitiva consacrazione di Danielle Brooks e l’assoluta prominenza del suo straordinario personaggio, Tasha Taystee Jefferson. Nessuno più di lei segue un percorso circolare che, dopo infinite difficoltà e indescrivibili sofferenze, arriva a trovare una nuova luce, un nuovo scopo, una nuova identità. Non c’è alcun lieto fine all’orizzonte: Taystee è costretta a trascorrere tutta la vita in carcere a causa di un’ingiusta condanna, ma la scomparsa di Pennsatucky allontana l’ipotesi del suicidio e lascia intravedere una piccola luce in fondo al tunnel.

Sono felice che gli autori abbiano permesso a Taystee di ritrovare un briciolo di speranza, confessa Danielle Brooks. A molte persone nella vita reale non è concesso, e credo che per questo sia una storia così pesante. Spero che le persone vedano la scena finale di Taystee come una ripartenza e capiscano che sta accettando un destino che non può cambiare, cercando di renderlo sostenibile con un atteggiamento più positivo.

Il lungo viaggio verso questa consapevolezza è irto di ostacoli sia per il personaggio che per la sua interprete. È stato molto difficile per me, anche durante le prove. Abbiamo dovuto fare delle prove per capire come girare la scena del tentato suicidio in modo sicuro. Quel cappio attorno al collo mi ha fatta sentire a disagio da tanti punti di vista. Ho girato un film di recente, Clemency, in cui gli attori potevano rivolgersi a uno psicologo presente sul set. Taystee ha subito molte perdite nel corso della serie e dopo quella scena avrei voluto avere qualcuno con cui parlare, ammette.

Ho sentito la necessità di camminare da sola per il set per 10-20 minuti. I nostri produttori sono fantastici e mi hanno tenuta d’occhio, mi hanno preso la mano e hanno avuto a cuore qualsiasi mia necessità, ma in fin dei conti chi non è coinvolto direttamente riesce a superare un momento del genere più velocemente rispetto a un attore che gira una scena difficile. E sono felice di esserne venuta fuori, e che Taystee si sia aggrappatta alla speranza ancora un po’.

Sentimenti e riflessioni a parte, il più concreto lascito di Orange Is the New Black è senz’altro il Poussey Washington Fund, un fondo destinato a otto non-profit per il sostegno alle donne detenute. Alla fin fine tutti abbiamo tratto dei vantaggi dal sistema. Ognuno di noi ha visto migliorare le proprie opportunità lavorative e crescere il proprio conto in banca. Interpretare delle donne emarginate ha portato a tutte noi delle nuove opportunità, e credo sia fantastico che esista una fondazione che possa restituire loro qualcosa, anziché continuare a sfruttarle e opprimerle, commenta Uzo Aduba.

La serie è insomma un completo successo. Un’ulteriore conferma arriva dai dati comparativi sulle visualizzazioni delle varie stagioni, grazie ai quali si scopre che 72 milioni di account hanno visualizzato uno o più episodi di Orange Is the New Black 7 il giorno dopo il suo rilascio. Un grande risultato in sé e una grandiosa conferma di come le produzioni più ambiziose possano contraddire l’abitudine di Netflix di stroncare le proprie serie originali dopo due o tre stagioni.

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