Lasciate che sia la curiosità a sostituirsi agli algoritmi, resistete al brutto, difendete il bello

Per diffondere una cultura musicale basata sul bello bisogna affidarsi alla curiosità e a qualche suggerimento: qui ne trovate un po', da Carboni a Dalla a Priviero ed altri meno noti

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A metà degli anni Ottanta Luca Carboni, cantautore cui andrà prima o poi riconosciuto il merito di aver spostato la poetica delle canzoni dal sociale al personale, anche se questo, oggi, sembra essere più la colpa di aver dato la stura a tutta quella pletora di inutili cantautorini indie o itpop che dir si voglia, che hanno spogliato il personale di ogni valenza sociale, finendo sostanzialmente per riportare il cantautorato verso quel vuoto pneumatico che erano le canzoni sentimentali, niente più a che vedere con una decifrazione del mondo a partire da se stessi, quanto piuttosto un concentrarsi sulla lanetta del proprio ombelico, senza neanche avere un ombelico. A metà degli anni Ottanta, dicevo, Luca Carboni ha pubblicato un lavoro in cui fondeva una scrittura cantautorale, la sua, anche piuttosto rock, con una elettronica spinta, quasi dance. Qualcosa a suo modo di rivoluzionario, almeno nel mainstream, che riuscirà nell’impresa assai più di quanto non era da poco riuscita a colui che di Carboni è stato fratello maggiore, Lucio Dalla, che giusto l’anno prima, nel 1984, in compagnia di quel genio assoluto di Mauro Malavasi, come spessissimo allora Carboni, aveva dato alle stampe Viaggi Organizzati, decisamente meno riuscito. 
In quel lavoro, Forever, prodotto da Roberto Costa, lavoro che andrebbe ricordato non fosse altro per frasi come “tenere in mente che al primo raggio di sole scivoliamo a Riccione“, c’era il singolone Sarà Un Uomo, canzone dedicata a un futuro figlio. Questa dei brani dedicati ai figli, arrivati, ipotetici o anche solo sognati, è un grande classico della canzone d’autore, da Avrai a Futura, passando per Culodritto o Benvenuto gli esempi sono tanti, spesso eccellenti. Sarà Un Uomo verteva tutto sull’ipotizzare un mondo futuro, quasi fantascientifico, nel quale il futuro uomo si sarebbe ritrovato a vivere, idea non troppo diversa da Avrai di Baglioni, per dire, giocando molto sui cambiamenti cui l’umanità andrà incontro contrapposti al permanere dell’amore, sempre uguale a se stesso. Anche in questo caso, come spesso Carboni ha fatto, almeno nei suoi primi quattro album, ci sono trovate letterarie altissime, piene di vera poesia e di capacità empatica, si pensi a frasi quali “e tutti quelli che non hanno capito cosa vuol dire Hi-fi/ tutti quelli che voglion l’Orchestra, non si fidano dei DJ“. La canzone, un vero gioiello, iniziava con queste due strofe: “Sarà un uomo, stanno già salutando quelli nati senza televisione/ Sarà un uomo, stanno finendo quelli che hanno camminato senza scarpe“. 
Ecco, partiamo da qui. Carboni, nel 1985, a ventitré anni prova a pensare a come potrebbe essere il mondo di suo figlio, figlio che arriverà solo quattordici anni dopo, nel 1999, e per farlo comincia a pensare a cosa non ci sarà più, quei cambiamenti significativi, epocali, definitivi. Non a caso nei primi due versi vengono citati la televisione e le scarpe, fossimo oggi, non ci sono dubbi, ci sarebbero i social, internet, qualcosa di digitale. Allora erano quelli nati senza televisione, o addirittura senza scarpe coloro incaricati di incarnare il passato. 
Luca Carboni ha solo sette anni più di me, e forse anche per questo lo considero da sempre uno dei tre pilastri del mio immaginario musicale italiano, insieme a Ivano Fossati, classe 1951, e Enrico Ruggeri, classe 1957. Il più vicino a me, anagraficamente, di questi tre autori immensi. Sarebbe potuto essere mio fratello maggiore, avendo io un fratello del 1961 e una sorella del 1963. Ma avessi scritto io Sarà Un Uomo, probabilmente, proprio per quei sette anni, avrei usato altre immagini, sempre che mi fosse toccato il suo stesso talento per trovare immagini tanto potenti. Non credo avrei pensato, per dire, al camminare senza scarpe, perché il boom economico l’ho più che altro sentito raccontare, prima, e studiato, poi. Avrei invece con ogni probabilità parlato di chi era andato sui monti a liberarci dai fascisti. Non per eccesso di politicizzazione, anche, forse, ma perché c’è stata una buona porzione dei miei anni Novanta, e volendo anche il finale dei medesimi anni Ottanta, in cui mi sono trovato spesso a sentire racconti di prima mano dei partigiani. Sarà che sono nato e vissuto in una regione che ha avuto una imponente sacca di resistenza, sarà anche che alcuni dei partigiani in questione facevano parte della mia cerchia parentale, per la precisione della cerchia parentale di colei che allora era la mia ragazza, oggi mia moglie, sarà più in generale che frequentavo ambienti in qualche modo legati alla resistenza. La cosa che mi affascinava, allora, e mi colpisce oggi, un oggi in cui, come nel brano di Carboni, stanno finendo quelli che hanno fatto la resistenza, era la possibilità di sentire la storia dalla viva voce di chi la storia l’aveva fatta, vissuta sulla propria pelle. Mica è un caso che l’università che avrei scelto, di li a poco, sarebbe stata proprio Storia. 
In quei tempi, però, oltre che frequentare partigiani, e abbeverarmi delle loro storie, frequentavo anche le sale prove dove, con qualche band locale, provavamo a fare musica, del tutto intenzionati a raccontare storie. Ora, partendo dal presupposto che la mia storia personale ha dimostrato che non sarebbe certo stato con le canzoni che avrei raccontato storie, e che proprio alcune di quelle storie partigiane sarebbero finite nei miei primi libri, dalla raccolta di racconti Furibonde Giornate Senza Atti D’Amore al romanzo Questa Volta Il Fuoco, entrambi all’epoca pubblicati con la benedizione di Nanni Balestrini, a suo modo un resistente, e che resistente, mi premeva dirvi come, in quegli stessi anni, ci fosse nella mia stessa terra chi provava, decisamente meglio di me, a fermare su traccia quel preciso momento storico. A pochi chilometri dalla mia Ancona, infatti, nella piccola Filottrano, i fratelli Severini davano vita alla Gang (o i Gang, a seconda di due diverse correnti di pensiero). Dopo aver esordito con un ruvido punk rock in inglese, indimenticabile il loro Barricada Rumble Beat, la Gang ha davvero rappresentato nel migliore dei modi il punto di congiunzione tra memoria storica e furore rock, andando a comporre alcune delle più belle pagine del combat folk italiano. Ispirati inizialmente dai The Clash, alla politicizzato del punk inglese, la Gang, esattamente come capiterà a Joe Strummer oltremanica, torneranno alle origini, facendo propria la lezione di Woody Guthrie, passando quindi dalle elettriche alle acustiche, sempre con storie operaie, resistenti, periferiche al centro della propria poetica. Una ricerca, la loro, che se da principio è passata dai Clash a Guthrie, poi è arrivata da Lomax a De Martino, andando quindi i fratelli Severini a incrociare le loro chitarre e le loro voci con quelle di Gastone Pietrucci e la sua Macina, gruppo di canto popolare di Monsano, sempre nelle Marche. Se quindi lavori come Le Radici E Le Ali o Storie D’Italia sono ormai legittimamente considerati dei classici della nostra canzone d’autore, vi inviterei a andare a recuperare due lavori come Nel Tempo E Oltre, Cantando e Il Seme E La Speranza. Il primo è appunto un lavoro fatto insieme alla Macina, nel quale le due realtà si scambiano brani dal proprio repertorio, con brani tradizionali marchigiani che diventano rock e i brani della Gang che si fanno tradizionali. Il secondo è un lavoro che affonda ancora una volta le radici nella nostra regione, le Marche, e che al mondo contadino guarda con amore e passione, alternando canzoni nuove, canzoni della resistenza e classici senza tempo come This Land Is My Land di Guthrie, sempre lui.
Sempre incentrata su storie, il titolo parla chiaro, è anche il live 
Storie Dell’Altra Italia, frutto di uno spettacolo teatrale che ha visto i fratelli Severini dividere il palco col giornalista e scrittore Daniele Biacchesi e con il cantautore Massimo Priviero. Uno spettacolo incentrato su storie Italiane, questo, a partite dalla seconda guerra mondiale per arrivare fino a oggi, con particolare attenzione alla lotta alla mafia. 
E visto che di storie che probabilmente non potremo più sentire di prima mano si sta parlando, come non citare il penultimo album proprio di Priviero, All’Italia, in cui le storie dei nostri migranti ci aiutano a dare una lettura dell’oggi decisamente attuale e inedita, vista l’aria che tira.
Ora, lo so, ho scritto il solito lunghissimo pezzo in cui sembra io sia partito parlando di un argomento, Luca Carboni e la sua svolta electropop, per poi ritrovarsi a parlare della Gang, e di conseguenza di The Clash, Woody Guthrie, Alan Lomax, Ernesto De Martino, la Macina, ma anche Massimo Priviero. Musica che racconta storie resistenti, musica che fa resistenza. 
E visto che in fondo quello che abbiamo fatto è un po’ un perdersi per trovare un senso, sempre con la terra delle Marche sotto i piedi (con le scarpe) non posso che chiudere citando ancora una volta Memorie Dal Futuro dei Leda di Serena Abrami, una band strepitosa che guarda ai novanta per affondare le radici molto più indietro nel tempo, fondendo new wave e cantautorato. Nel loro lavoro, di livello decisamente elevatissimo, c’è un brano, profondo ma anche dotato di quella leggerezza che solo la poesia ci può regalare, che vede la voce da brividi di Serena Abrami duettare con quella incredibilmente evocativa di Marino Severini, Il Sentiero. Anche qui si parla di resistenza, ma da un punto di vista insolito, che non voglio star qui a raccontarvi (spero avrete apprezzato il non utilizzo di quella orribile parola che intende indicare l’atto di rovinare una sorpresa, svelare una trama). Andatevelo a cercare, come tutto l’album d’esordio dei Leda e tutti i lavori citati nel corso di queste mie tante parole, per una volta lasciate che sia la curiosità a sostituirsi agli algoritmi, resistete al brutto, difendete il bello.

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