Fortnite e Call of Duty responsabili delle sparatorie USA? Videogiochi di nuovo sotto accusa

I politici repubblicani puntano ancora una volta il dito contro i videogiochi violenti per negare i veri problemi degli Stati Uniti. E la lobby delle armi ringrazia

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Fortnite e Call of Duty sono due videogame assolutamente celebri tra la community videoludica. Due sparatutto molto diversi, accomunati da scontri online particolarmente intensi tra centinaia di giocatori. Non solo, la Battaglia Reale di Epic Games e la saga sparatutto a marchio Activision – di ritorno ad ottobre su PC, PS4 e Xbox One con il nuovo capitolo, Modern Warfare – sono state protagoniste degli ultimi fatti di cronaca in USA. O meglio, associate senza alcun supporto scientifico e logico alle sparatorie di massa che praticamente da sempre macchiano la storia della nazione più grande al mondo.

Occasione per scagliarsi contro Fortnite, Call of Duty e i videogiochi ritenuti violenti più in generale è data proprio dalle tragedie più recenti, vale a dire la sparatoria di El Paso in Texas, del 3 agosto, che conta venti morti e ventisei feriti, e quella di Dayton in Ohio del giorno successivo, con nove morti e ventisei feriti. Entrambe sono state causate da estremisti di destra, che per alcuni politici statunitensi sarebbero stati influenzati non solo dalle loro evidenti ideologie, ma anche per l’appunto dai videogame. L’industria videoludica torna allora a recitare la parte del “villain” nello scenario politico americano, con il repubblicano Kevin McCarthy, tra gli altri, ad imputare le sparatorie di massa proprio all’universo in pixel e poligoni:

L’idea che questi videogiochi che disumanizzano le persone chiedano di sparare agli individui per gioco, ho sempre pensato che fosse un problema per le nuove generazioni. Degli studi hanno dimostrato gli effetti che hanno sugli individui e guardi le foto di ciò che è avvenuto, ci riconoscerà le azioni che si vedono nei videogiochi.

Studi assolutamente inconsistenti, per altro smentiti più volte da autorevoli ricerche di esperti e psicologi. Non solo, contro la violenza nel videoludo arrivano pure le parole del governatore del Texas Dan Patrick ai microfoni di FOX News, basate sulla presenza di un riferimento a Call of Duty sul manifesto diramato dal terrorista:

Per quanto tempo ignoreremo la possibilità di applicare un intervento federale sull’industria dei videogiochi? Che cosa è cambiato in questo paese? Abbiamo sempre avuto pistole, abbiamo sempre avuto il male. E vedo un’industria di videogiochi che insegna ai giovani a uccidere.

Carico da novanta anche dall’ex agente dell’FBI Maureen O ‘Connell, che punta il dito in particolare su Fortnite Battle Royaledi cui è appena iniziata la Stagione 10:

Se fossi uno scommettitore, direi che probabilmente gli artefici di questo massacro passavano il loro tempo a riprendersi mentre giocavano per 6-8 ore al giorno a Fortnite, o uno di quei videogiochi in cui non stai facendo altro che disumanizzare le persone facendogli esplodere la testa, uno dietro l’altro.

Non è la prima volta che una certa frangia politica si scaglia contro i videogiochi violenti per “giustificare” le sparatorie di massa in USA. L’obiettivo è sempre lo stesso: sfruttare un capro espiatorio per distogliere l’attenzione dai veri problemi del paese, senza andare ad intaccare la lobby delle armi, l’insensata libera circolazione delle stesse e la facilità con cui è possibile recuperarle. Fortnite e i suoi “cugini” sono giocatissimi in ogni parte del mondo, mentre quella delle sparatorie di massa è una bruttura che si manifesta quasi sempre solo negli USA. Se i videogiochi fossero il male, assisteremmo a tragedie del genere molto più frequentemente, e soprattutto in molti altri paesi. Voi cosa ne pensate al riguardo?

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