Berarda Del Vecchio dovrebbe ricominciare a scrivere: il mondo ha bisogno di leggerezza e femminilità

Berarda è una delle penne più interessanti del panorama italiano ed è la ragazza che mi ha fatto conoscere il Summer Jumboree, un viaggio nel tempo che tutti dovrebbero fare

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Quando ero bambino in classe mia non c’era nessun altro con i capelli ricci. Parlo dei maschi. Per cui non c’era nessun altro coi capelli un po’ lunghetti, niente di impegnativo, diciamo lunghi qualche centrimetro in più del taglio militare che usava allora per i più piccoli. Tradotto, quando ero bambino ero il solo che andava in giro coi capelli ricci e lunghini, esattamente come ora sono uno dei pochi coetanei a avere i capelli lunghetti, a volte proprio lunghi. Figuriamoci, molti dei miei coetanei neanche li hanno più i capelli.

Tornando però a quando ero bambino, negli anni Settanta, i capelli ricci erano considerati una mezza anomalia. In Ancona, la mia città, eravamo praticamente tutti italiani, non esistevano comunità straniere, figuriamoci se c’erano quei negozi che vendono prodotti per capelli afro, come adesso succede in qualsiasi posto. Insomma, ero una piccola anomalia, nonostante vivessi in una città di confine come Ancona, che con le sue influenze greche, balcaniche e un po’ di tutta Italia, a partire dalla non lontana Roma, per secoli sotto lo Stato Pontificio, era da sempre un crogiolo di meticciati e di tratti somatici differenti.

Di fatto, però, in classe mia nessuno era riccio, tra i maschi. E tutti portavano i capelli corti, cortissimi.

Sempre in quel periodo, in televisione, passava un telefilm, allora le serie si chiamavano così, davvero strano. Un telefilm che, lo so, insieme a Mork e Mindy e Spazio 1999 avrebbe influenzato il mio futuro di lettore appassionato di libri di fantascienza. Parlo di Doctor Who, la serie fantascientifica britannica più longeva di sempre. A interpretare lo strano dottore, in quel periodo, era un attore che si chiamava Tom Baker. Ci si chiama ancora, a dirla tutta, ma da un bel pezzo non è più lui a vestire gli strampalati panni del Doctor Who. Il personaggio in questione, infatti, ha cambiato più volte faccia, oltre dieci volte, ma in quel periodo era Tom Baker. Due erano le caratteristiche che lo rendevano facilmente identificabile, una folta chioma riccia e lunga, e una lunga sciarpa multicolore, fatta unendo strisce orizzontali variopinte. A volte indossava anche un grande cappello a larghe falde, ma i capelli ricci, alla rockettaro, e la sciarpa colorata e lunghissima erano i suoi segni particolari. A parte avere la possibilità di muoversi nel tempo e nello spazio, grazie alla sua navicella, il Tardis, il cui accesso avveniva attraverso una classica cabina del telefono inglese. Questa faccenda delle cabine del telefono, perché allora non c’erano i telefonini e tanto meno gli smartphone e se uno voleva o doveva chiamare qualcuno mentre era in giro doveva ricorrere alle cabine, spesso ci doveva ricorrere anche se voleva chiamare qualcuno fuori città, per non correre il rischio di trovarsi poi una bolletta spaventosamente alta, è curiosa. Perché non solo il Tardis aveva come porta di accesso la cabina del telefono, ma la cabina del telefono era anche lo spogliatoio di Superman, che mentre si trovava in giro nei panni di Clark Kent non mancava di sfilarsi gli abiti civili per esibire il suo noto costume con la ESSE sul petto entrando in una cabina. Detto che a me Superman ha sempre fatto cagare, troppo perfettino, troppo pettinato a dirla tutta, col suo ciuffo e la riga da una parte, le cabine all’epoca avevano un loro fascino anche per questo, riconosciamolo.

Comunque, tornando a quel periodo e a me in quel periodo, vivevo il mio essere in qualche modo diverso dagli altri con una certa serenità. Perché mi ero fatto il film, film dal quale non sono mai uscito, che essere diversi dagli altri fosse qualcosa di particolarmente bello. Nel senso che non mi vedevo tanto come uno diverso dagli altri, vedevo più che altro gli altri tutti uguali, e l’omologazione mi faceva cagare, evidentemente, anche quando non sapevo che si chiamasse omologazione. Mia madre, però, deve aver pensato che essere riccio fosse per me un problema. Lei, del resto, a sua volta riccia, ha sempre portato i capelli molto corti. Come del resto all’epoca usava, con per di più un paio di occhiali con la montatura spessa, vagamente a occhio di gatto, che la rendeva in qualche modo vicina all’immaginario di una attrice francese, o inglese, di quelle che avrebbero potuto comparire in un qualsiasi frame di un film di Godard o di Julian Temple.

Sia come sia, vedendo la mia passione per il Doctor Who e intuendo un mio immedesimarmi in lui, per la faccenda dei capelli ricci, decise di rendere il tutto ancora più palese lavorandomi a maglia una sciarpa esattamente uguale a quella di Tom Baker. Pochi anni dopo avrebbe lavorato sempre a maglia un cappellino di lana identico a quello esibito da Lucio Dalla ai tempi di Banana Republic e nei due album a seguire per mio fratello, usava così, si vede.

Di colpo, quindi, passai da essere quello strano coi capelli ricci e lunghini a essere quello strano coi capelli ricci e lunghini e una stranissima e lunghissima sciarpa di lana multicolore. Un ottimo modo per integrarmi, credo. Per passare inosservato.

Scherzi a parte, vuoi perché in effetti Doctor Who mi piaceva davvero, come del resto continua a piacermi ancora oggi, vuoi per una forma di solidarietà tra diversi che avevamo stabilito io e Tom Baker, lui addirittura senza saperlo, di colpo l’idea di viaggiare nello spazio e nel tempo mi è parsa particolarmente interessante.

Niente di particolarmente originale, intendiamoci, non c’è certo bisogno che stia qui a cantare le lodi di quello che è un espediente tanto banale quanto capace di generare narrazioni originali, si pensi alla faccenda delle linee temporali alternative, delle contemporaneità tra il noi stessi giovani e il noi stessi meno giovani. Insomma, i viaggi nel tempo.

A livello mentale ne ho fatti parecchi, nel corso degli anni, perché ho sempre avuto la sensazione di essere nato nell’epoca sbagliata. Intendiamoci, non che ambissi – che so? – a essere un Cavaliere della Tavola Rotonda, o un preraffaellità lì pronto a sedurre Elizabeth Siddal, tanto Gabriel Dante Rossetti era distratto da altre ragazze coi capelli rossi, no, mi sarebbe piaciuto, e come a me credo a un sacco di altra gente, specie a miei coetanei appassionati di rock, essere nato quei dieci, venti anni prima, gli anni sufficienti a farmi vivere in prima persona quei fenomeni che invece mi sono dovuto andare a studiare, troppo piccolo per averli vissuti di prima mano o addirittura non ancora nato. Parlo del rock degli anni Sessanta, ovviamente, quello che si è poi cristallizzato in eventi quali Woodstock, ma parlo anche del punk degli anni settanta, sia quello newyorkese che quello britannico, parlo della new wave, parlo del grunge, del primo fenomeno hip-hop. Insomma, tutta musica arrivata prima di me.

Ma se si parla di viaggi nel tempo e di musica, beh, più che a Doctor Who è a Ritorno Al Futuro che bisogna fare riferimento, è come una sorta di dovere morale, kantiano.

Tutti conoscete la scena in cui il cugino di Chuck Berry fa ascoltare a Chuck, attraverso la cornetta del telefono, quella che poi sarà la sua Johnny B. Goodm eseguita sul palco da un giovane Michael J. Fox, tornato indietro nel tempo, a poco prima che il rock’n’roll nascesse, e tutti sapete come quella scena, diventata iconica come poche altre al cinema, nonostante Ritorno Al Futuro fosse una commedia, quindi in apparenza un film destinato a una fruizione distratta, usa e getta. Ecco, tornare nel periodo in cui il rock è nato, prima di Elvis, quindi, o anche durante l’esplosione di Elvis, lo confesso, è sogno che ho fatto più volte, un po’ influenzato dalla pellicola di Zemeckis, un po’ da Non Ci Resta Che Piangere e le canzoni che Troisi cantava, spacciandole per sue, a Amanda Sandrelli, faccenda presa di sana pianta oggi da Danny Boyle nel suo recente film Yesterday, roba da furto con scasso. Sogno che ovviamente è rimasto tale, non essendo io dotato di un Tardis o di una Delorean pimpata ad hoc da Doc.

Ho però, e qui veniamo al cuore di questo articolo, fatto qualcosa di molto simile a un viaggio nel tempo, e più di una volta, e l’ho fatto tornando di colpo proprio in quel periodo d’oro lì, una volta, addirittura, andando a sentire proprio Chuck Berry, un Chuck Berry però invecchiato e del tutto intenzionato a snobbare proprio il suo cavallo di battaglia, Johnny B. Good. È successo, e a breve potrebbe succedere di nuovo, a Senigallia, ridente cittadina di mare a pochi passa dalla città in cui sono nato e vissuto per i primi ventotto anni della mia vita, Ancona. E è successo durante il Summer Jamboree, il più importante Festival dedicato agli anni Cinquanta d’Europa. È successo, nello specifico, quasi dieci anni fa. E quasi dieci anni fa, nel 2010, mi sono quindi trovato proiettato in un posto strano, Senigallia durante il Summer Jamboree, e soprattutto in un’epoca strana, un 2010 che in realtà sembrava molto più un 1955. Tutti, a parte io, mia moglie Marina, i miei due figli e pochi altri capitati in città inconsapevolmente di dove si sarebbero trovati, erano vestiti come fossimo negli anni Cinquanta. Donne con cofane di capelli molto alla Amy Winehouse, anche se per onestà intellettuale avrei dovuto dire alla Wanda Jackson, che per altro aprì proprio il concerto di Chuck Berry, e uomini o vestiti da marinaretto o da bikers, tutti chiodo senza maniche e tatuaggi bene in vista, come dei Marlon Brando in Rusty Il Selvaggio pret-a-porter. Macchine d’epoca, tutte americane, a invadere le strade della cittadina della Spiaggia di Velluto, negozietti e bancarelle vintage ovunque, e il rock’n’roll a fare da colonna sonora. A invitarmi, a invitarci anzi, è stata colei che, all’epoca, è stata in qualche modo la reginetta di quella edizione, la scrittrice Berarda Del Vecchio. Una delle penne più interessanti del panorama italiano, da troppo tempo, è una lamentazione questa, prestata a altro in lidi assai lontani da quelli italiani, Stoccolma e la Svezia.

Berarda, cultrice dell’epoca in questione, oltre che dei piedi, cui ha dedicato il cult L’Adorazione Del Piede, appunto, aveva parlato del Summer Jamboree nel suo romanzo Mi Tengo Le Curve, titolo che già tradisce un deliberato amore per una femminilità che all’epoca trovava riscontri. Diciamolo, Berarda è la pin-up delle nostre scrittrici, e si leggano queste parole con amorevole ammirazione, e che oggi, invece, fatica a trovare altrettanti riscontri, pin-up, concettualmente e volendo anche fisicamente, non Suicide girl, che delle pin-up è stata per breve periodo la versione 2.0.

Comunque è stata lei, Berarda, collega e amica, poi diventata amica fraterna, a invitarci al Summer Jamboree, e già può suonare strano che l’invito a un evento che si tiene a venti chilometri da dove sei nato arrivi da una persona che abita a tremila chilometri da lì, e Berarda a introdurci al magico mondo del Summer Jamboree, il viaggio nel tempo che ogni estate è facilmente praticabile anche in assenza di un Tardis, per chiunque arrivi a Senigallia a cavallo tra il primo e l’11 di agosto.

Un’esperienza assolutamente da fare, fidatevi del tipo che a sette anni girava con la sciarpa di Doctor Who intorno al collo. Quello che invece non si può fare in questi giorni qui, neanche col Tardis, è leggere un nuovo romanzo di Berarda Del Vecchio, il che è un male in termini specifici e anche in termini assoluti. Berarda, come dicevo, si occupa d’altro, e momentaneamente ha lasciato la scrittura da parte. Ora, non credo che un mio articolo possa bastare a farla tornare sui suoi passi, così, da un momento all’altro,ma se è vero come è vero che una mia lettera aperta ha spinto gli Scisma a rimettersi insieme, almeno per un breve tour e un EP, magari riesco anche in questo miracolo. Il mondo ha bisogno di leggerezza e femminilità, cara Berarda, non lasciarcene senza.

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