L’addio a Big Little Lies 2 tra elogi e polemiche, cosa salvare di una stagione apprezzabile ma non fondamentale

Nata come serie limitata, Big Little Lies ha portato a casa una seconda stagione non indispensabile ma impreziosita da un cast senza pari

Big Little Lies 2 si è conclusa con un finale aperto che sembra dire troppo eppure troppo poco. Molti credono che l’ingresso delle Monterey Five nel commissariato sia stata una mossa banale e frustrante, qualcosa che avrebbe potuto verificarsi benissimo nel finale della prima stagione. Ed è vero, almeno in parte.

Settimana dopo settimana è parso sempre più chiaro come il principale problema di Big Little Lies 2 fosse una trama carente. Interi episodi sono trascorsi senza il minimo sviluppo narrativo, quattro delle cinque protagoniste sono state relegate al margine e l’unica funzione della stagione è sembrata dar qualcosa da fare a Meryl Streep. Cucire su di lei il ruolo dell’ambigua, inquietante Mary Louise ha stravolto il destino della serie, ma ipotizzare che la sua presenza abbia neutralizzato Madeline, Renata, Bonnie e Jane non sarebbe corretto.

Lo scontro frontale tra Mary Louise e Celeste non è diventato prioritario per colpa di Meryl Streep, ma per quello che è parso un mix di pigrizia, convenienza e mancanza di alternative in fase di produzione. Rendere predominante la battaglia fra gli unici personaggi in grado di andare oltre il mero senso di colpa è stato in fondo l’unico modo per giustificare una seconda stagione.

Al collasso finanziario di Renata, alle difficoltà relazionali di Jane, al matrimonio fallimentare di Madeline non è mai stata garantita la stessa rilevanza. La loro quotidianità è stata osservata superficialmente e in circostanze quasi del tutto scollegate dall’evento chiave – la morte di Perry –, al punto che per diverse settimane si è avuto qualche problema a credere che queste donne avessero una coscienza.

Lo stesso malessere di Bonnie, pur avendo condizionato la vita e le relazioni più intime della donna, è sembrato infine dissiparsi senza lasciare grosse tracce. Il suo turbamento è stato inquadrato in funzione di flashback e flashforward allusivi ma inconcludenti, poiché le implicazioni di un tragico destino sono state abbandonate senza particolari riguardi. È un peccato, perché l’azione corrosiva del suo senso di colpa sarebbe stata molto utile in chiave narrativa.

Queste considerazioni non sono comunque sufficienti a squalificare gli eventi della seconda stagione. Big Little Lies 2 è infatti colma di spunti interessanti ai quali avrebbero giovato maggior cura e approfondimento. L’infanzia problematica e violenta di Bonnie, ad esempio, è stata evocata in termini molto vaghi; nonostante ciò ha dato luogo a uno dei momenti più strazianti della stagione, ossia la dolorosa confessione di Bonnie alla madre.

C’è stata poi l’interessante parabola di Renata, prototipo di donna fatta da sé e rovinata da un uomo debole e patetico dal quale non ha avuto la forza di separarsi. La sua lacerante storia personale ha trovato sfogo in un’ira funesta e in battute taglienti che la straordinaria Laura Dern ha rifilato a chiunque la circondasse. È stato merito del suo incredibile talento se la potenzialmente odiosa Renata si è salvata dall’effetto caricatura per raggiungere picchi talvolta comici, talvolta tragici.

Infine i bambini. Come nella scorsa stagione, anche in Big Little Lies 2 i piccoli hanno svolto un ruolo cruciale. Amabella, Ziggy, Max e Josh sono stati ciascuno al centro di situazioni traumatiche, ma gli effetti potenzialmente devastanti di ciò che hanno subito sono stati appena sfiorati. Un peccato, ancora una volta, perché Iain Armitage e i gemelli Nicholas e Cameron Crovetti hanno dato prova più volte di un’invidiabile maturità sullo schermo.

Qualsiasi riflessione sulle scelte compiute in fase di scrittura o produzione non punta comunque a negare il valore di Big Little Lies 2 come prodotto finito. La qualità della serie è rimasta altissima e il merito di ciò va anzitutto al formidabile cast di donne che ne è stato protagonista. Reese Witherspoon, Shailene Woodley, Zoe Kravitz, Laura Dern, Nicole Kidman e Meryl Streep sono nomi che in genere una produzione può solo sognare di riunire sullo schermo, e dalla loro straordinaria intesa è nata una serie televisiva capace di farsi amare oltre ogni ragionevole dubbio.

Perché, sì, la mente suggerisce che Big Little Lies avrebbe potuto benissimo concludersi alla prima tornata, ma il cuore non può che esaltarsi osservando il talento in azione. E così una seconda stagione apprezzabile ma non fondamentale diventa un fenomeno imperdibile di cui non si si riesce ad avere abbastanza. HBO deve averlo previsto, a suo tempo, arrivando persino a coinvolgere una Meryl Streep come sempre infallibile.

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Nonostante il finale aperto, comunque, lo stesso network sembra pronto a mettere la parola fine al progetto. Il responsabile della programmazione Casey Bloys ha detto che non si può mai dire mai, ma che allo stesso tempo non ci sono le basi per andare avanti con un’eventuale Big Little Lies 3. Ci siamo approcciati alla seconda stagione con scetticismo, ma poi ci siamo resi conto che c’era ancora qualcosa da dire. Al momento, invece, non mi pare che si possa dire lo stesso per una terza stagione, ha aggiunto.

Queste caute dichiarazioni sono quasi obbligate, soprattutto alla luce delle recenti polemiche nate fra la stessa rete e la regista di Big Little lies 2, Andrea Arnold. Chiamata a sostituire Jean-Marc Vallée – impegnato nelle riprese di Sharp Objects – Arnold si è vista sottrarre il controllo creativo sul materiale girato, poi tagliato e rielaborato in post produzione perché riflettesse lo stile di Vallée.

La notizia ha suscitato più di un malumore nelle ultime settimane, ma lo stesso Bloys ha ritenuto opportuno minimizzare la portata di questo presunto scandalo. Si sentono dire molte cose errate sulla faccenda, ha dichiarato, quindi ci tengo a chiarire un paio di aspetti. Quello che abbiamo detto è assolutamente vero: Big Little Lies 2 non esisterebbe senza Andrea. Siamo in debito con lei. Ma come chiunque lavori in televisione sa, in genere un regista non ha l’ultima parola, quindi dire che qualcuno le ha tolto il controllo creativo della serie non è corretto.

Bloys ha poi chiarito il ruolo di Jean-Marc Vallée nella vicenda. Si è detto che Jean-Marc ha deciso autonomamente di prendere in mano la post produzione, ma non è così. Andrea ha lavorato a sette episodi e li ha consegnati allo showrunner e ai produttori […]. Non mi viene in mente alcuna serie che mandi in onda il materiale fornito dai registi. In genere questo è il punto di partenza per il lavoro dei poduttori.

Insomma, è più che probabile che le reali dinamiche fra HBO e i registi coinvolti rimangano una questione di business interna al network, ma le conseguenze per i fan non sono state poi così clamorose. Sì, alcuni critici hanno rilevato come proprio le operazioni di post produzione abbiano attribuito alla serie un effetto collage spiazzante e confusionario, ma agli occhi degli spettatori Big Little Lies è rimasta ciò che era: una serie raffinata con un cast stratosferico e una colonna sonora di rara bellezza.

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