Come Stranger Things 3 ha raccontato la diversità, da Will a Robin la serie affronta la scoperta dell’orientamento sessuale e non solo

Stranger Things 3 ha affrontato il tema della scoperta dell'orientamento sessuale e dell'approccio ai sentimenti: così la serie cresce insieme ai suoi personaggi

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Al di là delle storie d’amore di Mike ed Eleven, di Max e Lucas e di quella incompiuta di Joyce ed Hopper, la sessualità dei personaggi di Stranger Things 3 ha avuto un certo peso negli episodi di questa stagione, che per la prima volta si è aperta verso una rappresentazione più ampia ed inclusiva degli orientamenti sessuali.

ATTENZIONE SPOILER!

Per la prima volta, la serie dei Duffer Brothers ha introdotto un personaggio ricorrente apertamente gay – quello amatissimo dal pubblico della new entry Robin, interpretata dalla rivelazione Maya Thurman Hawke – rivelandone però l’orientamento solo nel penultimo episodio, con una struggente confessione carica di dolore, imbarazzo ma anche ilarità. L’acuta, spiritosa e impavida Robin, che nel corso della stagione diventa amica di Steve e lo aiuta a salvare Hawkins dai Russi insieme a Dustin ed Erica, è la prima donna lesbica e il primo personaggio dichiaratamente omosessuale della serie, che in questa stagione più che mai ha esplorato non tanto la sessualità dei personaggi quanto il loro viaggio alla scoperta della stessa.

Quando Robin fa coming out con Steve, riversa sul pavimento del bagno del mall di Hawkins dopo essere stata drogata dai Russi, la sua ammissione di amare una compagna di classe che però è eterosessuale diventa soprattutto una presa di coscienza personale, una dichiarazione della propria identità che passa dall’aver realizzato quanto tempo abbia trascorso a sopprimere la propria natura perché – nel 1985 – non è certo semplice affermarla a cuor leggero.

Con il personaggio di Robin gli sceneggiatori hanno fatto davvero un ottimo lavoro: la sua verve fa da contraltare ad un’intelligenza emotiva profonda e la scelta di connotarla con un orientamento non eterosessuale (decisa da sceneggiatori e produttori solo in corso d’opera) ha solo contribuito ad amplificare queste sue caratteristiche. Ma ciò che è più importante, questa connotazione è servita a rendere più inclusiva la rappresentazione di genere della fiction che finora non aveva mai avuto personaggi LGBT.

La stessa interprete ha sposato con enorme orgoglio la scelta dei creatori della serie, i fratelli Duffer, di introdurre il personaggio di una donna omosessuale di primo piano in mezzo a tanti altri ruoli stereotipati.

La cosa grandiosa di Stranger Things è che ha una tale portata e così tante persone lo guardano in tutto il paese, che anche un piccolo gesto come avere un personaggio gay è una gran cosa. È meraviglioso avere un pezzo di quell’umanità coinvolto in questo gigantesco film pieno di azione. È una cosa così straordinaria quella che i Duffer Brothers hanno fatto, fermando l’intero spettacolo – mentre c’è una scena d’azione in corso – per una conversazione di sette minuti tra due persone che si preoccupano davvero l’una dell’altra. È una cosa veramente bella. Mi sento davvero fortunata per aver avuto modo di interpretarlo.

L’altro personaggio su cui ci si è interrogati a proposito di sessualità in questa stagione di Stranger Things è Will: mentre Lucas e Mike passano il loro tempo a cercare di riconquistare le loro ragazze e Dustin prova a contattare la sua (apparentemente inesistente) Suzie, il piccolo Byrce non fa altro che provare a tornare alla normalità chiedendo ai compagni di giocare a Dungeons & Dragons anziché “scambiarsi saliva con le ragazze“. Al punto che Mike gli urla in faccia una frase – secondo alcuni – rivelatrice: “Non è colpa mia se non ti piacciono le ragazze“. Quella che potrebbe sembrare una definizione dell’orientamento sessuale del ragazzo in realtà lascia aperte diverse interpretazioni. Lo stesso Finn Wolfhard ha dichiarato che quella scena è stata girata diverse volte e nella prima versione la frase pronunciata da Mike recitava “non ti piacciono ancora le ragazze, dando per scontato che la fase dei primi approcci sarebbe arrivata anche per lui. Quella definitiva, invece, omette l’avverbio di tempo, insinuando che Will possa avere gusti sessuali diversi rispetto ai suoi amici.

Quale che sia la strada che si deciderà di percorrere, è altrettanto probabile e fondata l’idea che il sano disinteresse di Will per le ragazze sia nient’altro che una voglia di recuperare un’infanzia che gli è stata strappata dall’esperienza nel Sottosopra: quando Will torna alla vita di sempre vorrebbe ritrovare la sua comitiva, sentirsi al sicuro tra le cose che fanno parte del suo quotidiano, invece ritrova amici che sono impegnati ad inseguire i primi istinti ormonali. Noah Schnapp ha dichiarato di non sapere se il suo personaggio si rivelerà gay o meno, e che l’interpretazione di quella scena è “a discrezione del pubblico“: “Per me è come se lui non fosse ancora pronto per crescere, non volesse passare alla fase degli appuntamenti e delle storie, vuole essere ancora un bambino per poter continuare a giocare nello scantinato come ai vecchi tempi“. Ed è certamente questa la chiave più interessante con cui leggere questa scelta drammaturgica.

In questo caso Stranger Things sembra raccontare la diversità intesa non solo come ampiezza dello spettro dell’orientamento sessuale nel quale riconoscersi, ma come diversità di approccio alla scoperta della sessualità e dei sentimenti: l’interesse per l’altro sesso (o per lo stesso sesso) non scatta in automatico per tutti nello stesso periodo della vita, non esistono regole in questo senso e gli ormoni della pubertà non dettano legge in materia d’amore. Il piccolo Will sperimenta così una sensazione che provano in tanti durante l’adolescenza, in quel periodo in cui si cerca – volenti o no – di uniformarsi agli altri per sentirsi parte di un gruppo, per essere compresi, per sentirsi uguali. Non c’è cosa più escludente a quell’età che sentirsi “diversi” dagli altri perché non si ha il ragazzo o la ragazza, perché non si prova interesse per il sesso, perché non si è ancora pronti a lasciarsi l’infanzia alle spalle, perché si viene etichettati come infantili dai propri stessi coetanei.

Con la storyline di Will, perlopiù confinato a cercare di attirare le attenzioni dei compagni di giochi nella prima parte della stagione e trattato come il “diverso” del gruppo, Stranger Things ha arricchito il racconto dell’adolescenza non appiattendolo sull’unico stereotipo dei ragazzi alle prese coi primi amori. E lo ha fatto in modo forte, struggente con Robin ma anche apparentemente scorretto con Will, come scorretta è quella frase di Mike. Diventando inevitabilmente – ormai alla terza stagione – anche un romanzo di formazione, Stranger Things sta crescendo insieme ai suoi personaggi e sta trovando modi interessanti e ben scritti per raccontare l’adolescenza. Una strada che continuerà a battere con la quarta stagione.

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