Addio a Rutger Hauer, il replicante di Blade Runner e una delle icone segrete del cinema degli anni Ottanta

Scompare a 75 anni il popolare attore olandese. Una carriera ricca di titoli, dai film di Verhoeven a Ladyhawke e La Leggenda Del Santo Bevitore

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Muore a 75 anni Rutger Hauer, la notizia è stata data a Variety dal suo agente, che ha detto che il decesso è avvenuto il 19 luglio scorso nella sua casa in Olanda, mentre i funerali si sono svolti oggi. La sua immagine cinematografica resterà per sempre indissolubilmente legata al ruolo che gli diede una fama istantanea e mondiale, il replicante Roy Batty di Blade Runner di Ridley Scott (che nel film moriva nel 2019, gli appassionati di coincidenze si scateneranno).

Ripercorrendo la biografia e la lunghissima filmografia (prossima ai 200 titoli) dell’attore olandese nato nel 1944 si trova molto altro, soprattutto in un pugno di titoli concentrati negli anni Ottanta, di stile e ispirazione diversa, che ci spingono a dire che con lui scompare una delle icone minori ma determinanti del cinema di quel decennio, impressa nella memoria e nelle emozioni di chiunque abbia oggi intorno ai cinquant’anni.

Era figlio d’arte di due attori di teatro, ma era soprattutto un ragazzo turbolento, uno studente irrequieto che fu espulso da diverse scuole. Quando i genitori, disperati, pensarono di iscriverlo a una scuola di teatro, ebbe il talento di farsi espellere anche da lì. Ma aveva anche altre forme di talento, legate anche alla sua fisicità imponente, ieratica, ispirata, dallo sguardo apparentemente freddo sotto il quale covava una intensità non comune. S’impose all’attenzione generale a partire dalla fine degli anni Sessanta accanto a un altro ragazzaccio olandese che farà strada, il regista Paul Verhoeven. Che prima lo volle come protagonista in una serie televisiva d’ambientazione medievale, Floris. E poi lo scelse come presenza fissa in molti suoi film: il notevole Fiore Di Carne del 1973, storia di sesso e morte di esplosiva e cruda carnalità, in cui la provocazione antiborghese si mescola al gusto del melodramma, trovando nel giovane Rutger Hauer un attore capace di incarnare entrambe le sfumature; il film in costume Kitty Tippel (1974), Soldato D’Orange (1979), un racconto resistenziale squilibrato tra patriottismo e cinismo e Spetters (1980), un racconto crudele della giovinezza olandese brutale e realista.

Un giovanissimo Rutger Hauer in Fiore Di Carne di Paul Verhoeven

Il salto alla fama internazionale per Rutger Hauer avviene negli anni Ottanta. Le prove generali sono nel 1981 in un bel poliziesco secco e teso, I Falchi Della Notte, uno dei quei film attraverso cui Sylvester Stallone cercava di costruirsi una credibilità d’attore slegata da Rocky, con Rutger Hauer a incarnare il killer crudele e spietato, ruolo che gli si addiceva naturalmente per tipologia fisica. Poi arriva Blade Runner: e Rutger Hauer ha la possibilità di esplorare tutta la sua tastiera espressiva col replicante Roy, molto più di un semplice antagonista dell’eroe. Un ruolo che conferma l’adagio di Hitchcock secondo cui un film funziona se funziona il cattivo: e il Rutger Hauer di Blade Runner si ricorda più di Harrison Ford, soprattutto per quel monologo in punto di morte sulle “fiamme al largo dei bastioni di Orione” e le “porte di Tannhäuser”, con una solennità intrisa di malinconia e rimpianto, che è insieme un inno e un addio alla vita. E a quel punto noi spettatori non guardiamo più a Roy come a un nemico o una macchina, ma come a un riflesso di noi stessi, delle nostre ansie e paure. E Rutger Hauer esprime questa commistione di emozioni in un modo che l’hanno reso indelebilmente iconico.

Il monologo di Blade Runner di Rutger Hauer/Roy

Da lì in poi fu chiaro che non c’era solo durezza e atletismo in quell’attore. E così, dopo una prestigiosa partecipazione a un film dell’ultimo Peckinpah, Osterman Weekend (1983) e la confermata fedeltà a Verhoeven per il quale è protagonista di un film in costume piuttosto sopra le righe, L’Amore E Il Sangue (1985), fu la volta del suo ruolo più romantico, il capitano Etienne Navarre di Ladyhawke, un fantasy in cui lui e Michelle Pfeiffer sono una coppia che non può amarsi perché una maledizione fa diventare lui lupo di notte e lei falco di giorno. E questa coppia singolare è una di quelle che più si ricordano degli anni Ottanta, simbolo dell’impossibilità dell’amore, con i protagonisti incorniciati da uno scenario naturale aspro e scontroso che aggiunge ulteriore sentimentalismo alla vicenda.

Una sequenza di Ladyhawke con Rutger Hauer e Michelle Pfeiffer

Ci sono altri due titoli che concludono i notevoli anni Ottanta di Rutger Hauer, all’apice della sua fama. Il primo è The Hitcher (1986), un thriller tesissimo in cui un ragazzo ingenuo carica in auto l’autostoppista Hauer, che si rivela un sadico che trasforma la sua esistenza in un incubo senza ragione, un film che svela quanto sottile sia la patina che separa la normalità dalla follia e come sotto la superfice euforica degli anni Ottanta si agitassero pulsioni sconfinanti nell’autentico orrore. E poi la celebrata prova de La Leggenda Del Santo Bevitore (1987) di Ermanno Olmi, Leone d’Oro a Venezia, un film d’autore di derivazione letteraria, tratto dalle pagine di Joseph Roth, che trovò proprio nella presenza di un Rutger Hauer trasfigurato la ragione del suo successo.

Da allora la carriera dell’attore fu ancora piena di titoli, con pochi ruoli di qualche interesse in mezzo a tanti film d’azione tutt’altro che indispensabili. Ed è un peccato per un artista di talento in parte sprecato, destinato comunque a occupare un posto insostituibile nei nostri ricordi e nel nostro immaginario.

La Leggenda Del Santo Bevitore di Ermanno Olmi