Jovanotti rifà Luna di Gianni Togni ma fa venire in mente il calcio femminile

Luna di Jovanotti è un po' come il calcio giocato dalle donne, mentre Luna di Gianni Togni è il calcio giocato dagli uomini, ma ai tempi di Maradona

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L’incipit è fondamentale. Quando si scrive come nella vita.

Perché la faccenda dell’imprinting e della prima impressione che è quella che conta, credo, siano strettamente connesse tra loro, se non l’uno la diretta conseguenza dell’altro, o viceversa.

Faccio un esempio. Ho imparato a giocare a calcio neanche troppo da piccolo, per questioni legate al mio essere un giovanissimo violoncellista, ne ho già parlato da queste parti, e per questioni legate di conseguenza alle mie fragili cartilagini, impossibili da lasciare in balia di palloni e pallonari. Ho imparato a giocare a calcio neanche troppo da piccolo e l’ho fatto nella maniera in cui si usava dalle mie parti allora, dove per “dalle mie parti” si intende il centro di Ancona, e “allora” si intende la prima porzione degli anni Ottanta. Fondamentalmente tre erano le condizioni in cui potevo giocare, io come la stragrande maggioranza dei miei coetanei.

Giocavo alla tedesca in strada, nello specifico in una piazzetta, che noi chiamavamo appunto La Piazzetta, poco sopra la piazza principale della mia città.

Giocavo nei campi comunali messi a disposizione gratuita di noi ragazzini, nello specifico quelli del Pincio e della Lunetta, piccoli pezzi di terra, poco più di un’area di rigore di un campo regolamentare, in cui ovviamente si giocava undici contro undici, piccolo pezzi di terra cosparsi vai a capire perché di sabbia, con sparute chiazze d’erba, ma con le porte regolamentari. Nei weekend, poi, mi spostavo nel campo in cemento armato di San Francesco alle Scale, essendo i campi del Pincio e della Lunetta presi d’assalto da ragazzi più grandi di noi.

Giocavo, l’ho fatto a più riprese, in una delle squadre vere, di quelle che facevano tornei e campionati, con tanto di tesseramento, allenamenti e via discorrendo. Ma con la discontinuità che l’iscrivermi poi al Liceo Classico ha portato con sé.

Giocavo infine, ma erano eccezioni, anomalie, in campionati cui coi miei amici, giovanissimi, ci iscrivevamo, andando quindi a giocare fuori casa, nei campi degli altri quartieri, crescendo anche delle altre città della zona.

Questo è quanto.

Ora, il fatto di passare buona parte dei pomeriggi o a giocare alla tedesca, quella specialità che vuole che si possa segnare solo al volo e di prima, tutti contro il portiere. Col portiere che partiva da quindici e gli altri da dieci, a ogni gol scalava di qualche punto, uno per un gol di piede, due per un gol di testa, tre per un gol di tacco, quattro per un gol di rovesciata. Se la palla andava fuori che ce l’aveva tirata finiva in porta al posto del portiere. Così finché non ne rimanevano solo due, e a quel punto si finiva ai rigori. Gioco, questo, lo confesso, che continuo a fare ancora oggi, ma solo d’estate e in spiaggia, presso il Lido Libeccio, a Marcelli di Numana, dove ancora mi ritrovo coi miei vecchi compagni di infanzia. Solo che al mare giochiamo in maniera più radicale, noi in acqua, sul bagnasciuga, e il portiere in terra ferma, la porta fatta con due ciabatte o due remi infilati nella ghiaia. Roba che neanche il calcio fiorentino, a livello di violenza e forza fisica, ben lo sanno i poveri disgraziati che si ritrovano a stare lì a prendere il sole, presi a pallonate da noi allegri cinquantenni.

Ora, il fatto di passare buona parte dei pomeriggi o a giocare alla tedesca, quindi qualcosa che si basa sull’abilità di crossare e colpire la palla al volo, di prima, o di giocare in microcampi come il Pincio e la Lunetta, undici contro undici in pochi metri quadri, la porta regolamentare dentro la quale i portieri, nostri coetanei, si perdevano, ha fatto sì che io imparassi a giocare un calcio che non ha un reale corrispettivo nel calcio normale. Ambidestro naturale, in quanto mancino di nascita costretto a usare la destra da una maestra poco attenta, ho iniziato a curare particolarmente il tocco di prima, i tiri angolati, i cross, costringendo per altro i miei amici a passare interi pomeriggi fermi a farsi colpire dai miei traversoni in testa, come fossero dei pilastri sui quali facevo rimbalzare la palla, spesso superando la barriera naturale delle macchine parcheggiate lì in Piazzetta. Un ottimo palleggiatore, preciso nel tiro, fantasioso, ma assai poco disposto a correre e sudare, del resto in quei contesti non ce n’era bisogno. Fatto, questo, che poco si addiceva alla mia caratteristica primaria, uno scatto da centometrista piuttosto notevole, di quelli che mi sono valsi diverse medaglie ai Giochi della Gioventù, niente di vagamente professionistico, intendiamoci, ma se si fosse trattato di lasciare sul posto un terzino lo avrei anche potuto fare, solo avessi avuto voglia di correre. Invece, dopo primi tempi passati a fare il centrocampista, passato ovviamente all’ala sinistra, per questo mio essere ambidestro, ho iniziato a piazzarmi al centro dell’area, immobile, con la precisa volontà di non sudare, neanche un po’. Tutta colpa della tedesca, ovviamente, e dei due campetti di cui sopra. Mi piazzavo lì, magari passavo tutta la partita a prendermi a calci coi difensori, perché ho sempre amato lo scontro fisico, credo che chi mi legga ne abbia coscienza, ma di correre, no, non se ne parlava. Del resto il fuorigioco, in campi piccoli come quelli, non è mai stato preso in considerazione. Figuriamoci, ho continuato a giocare così, con tanto di cross e tutto il repertorio, anche quando dal calcio siamo passati, per sopraggiunti limiti di età, al calcetto, non è mica possibile cambiare in corsa. È l’imprinting, appunto, e la prima impressione che è quella che ci identifica per sempre, io ero quello bravo con entrambi i piedi, ma pigro, perché non sudava mai.

Perché vi dico questo, perché tra le prime trasferte che coi miei amici abbiamo iniziato a fare, ma qui stiamo parlando della seconda metà degli anni Ottanta, quando già facevo le superiori e alcuni di noi, i più grandi, avevano la macchina, c’era l’appuntamento fisso della domenica mattina a Loreto. In realtà gli appuntamenti fissi della domenica mattina erano tre, anche qui, come sopra. Si andava una volta a Loreto, e di questo vi parlerò a breve, una volta al campo del Faro nuovo, che era letteralmente il campo della base militare che si trovava dove ha sede il Faro di Ancona, complice una nostra amica il cui padre era a capo di quella struttura, e lì giocavamo con dei ragazzi poco più grandi di noi, che avevano tutti smesso di studiare e stavano già lavorando, in pratica degli alieni, per noi, una volta a Chiaravalle, un paese non troppo distante da Ancona, dove ci scontravamo, in senso letterale del termine, con parte della famosissima band locale dei Kurnalcool, una band heavy metal votata al vino, che spesso si presentava in campo in maniera non esattamente lucida. Col tempo avremmo preso anche noi questa usanza, dando il nome alla nostra squadra di Gruppo Etilico, ma questa è un’altra storia. Torniamo a Loreto. Ci si andava, quindi, una volta ogni tre settimane, alternando con gli altri due campi. E qui giocavamo, fatto rarissimo allora, contro una squadra di ragazze. Solo ragazze. Confesso, ma credo la faccenda fosse chiara a tutti, ragazze comprese, che il motivo per cui ci facevamo tutti quei chilometri, una ventina, per i nostri mezzi di locomozione dell’epoca distanze abissali, non tanto per il livello tecnico delle nostre avversarie, quanto perché ci piaceva non poco l’idea di star lì sul campo a avvinghiarci con loro. In quei casi, infatti, non ero più il solo a avere una particolare predilezione per lo scontro fisico. Di colpo anche tutti i miei compagni di squadra si scoprivano fanatici del calcio inglese, lì a strofinarsi contro le avversarie. Il livello delle ragazze, togliendo il filtro nostalgico della memoria, non è che fosse esattamente eccellente. Giochicchiavano, ma per come eravamo noi, fossero stati ragazzi, non gli avremmo neanche rivolto la parola. Però erano ragazze, anche con grandi tette, almeno in un paio di casi, e non è che all’epoca avessimo tutte queste occasioni per toccare involontariamente o volontariamente tette, per cui ci facevano questi venti chilometri e giocavamo, spesso mischiando le squadre per non annoiarci nel mentre, ma mai marcandoci tra noi.

L’idea del calcio al femminile, quindi, non mi è mai stata del tutto estranea. Lo frequentavo, per certi versi, negli anni Ottanta, in tempi assolutamente non sospetti, credo anche prima che venisse fuori la Morace, la sola calciatrice il cui nome ricordassi prima di quest’ultima esperienza mondiale. Sapevo che esisteva il calcio femminile, e l’ho sempre considerato uno sport minore, perché non troppo esaltante da guardare.

Nelle scorse settimane, però, ho letto e sentito un sacco di belle parole relative al calcio femminile, al mondiale di Francia, nello specifico, ma a tutte queste atlete che sono diventate per certi versi molto popolari anche da noi. Certo non mancando, chi ne parlava e scriveva, di sottolineare il fatto che non fossero considerate professioniste. Per questioni di lavoro mi sono perso buona parte delle partite della prima fase, perché non ero mai in casa. Quando però ne ho avuto occasione ho potuto assistere a qualche partita, tornando proustianamente a quel campo d’erba, perché almeno questo va detto, il campo era con l’erba, oltre che con le tette delle nostre avversarie, di Loreto. Zac, di colpo sedicenne, al centro di un’area quantomeno godibile. Il livello delle calciatrici che ho visto dentro la mia televisione, lo dico senza paura di essere accusato di sessismo, non è stato di quelli da buttarsi in terra con le braccia verso il cielo e la bocca aperta in uno spasmo di meraviglia. Non troppa tecnica, una fisicità cui nel calcio non siamo più abituati almeno da quegli anni Ottanta, schemi non esattamente portati avanti alla lettera. Qualcosa che mi ha ricordato quelle partite di non professionisti, appunto, che a volte mi capita di vedere quando sono in vacanza in qualche paese della nostra bella Italia. Quando ho letto gente che, con un po’ meno tatto, parlava di far giocare partite più corte, di restringere campo e porte, di togliere il fuorigioco, ho sussultato, ovviamente, perché siamo in questi tempi di merda qui e non si può e non si deve mai prendere posizione che possano in qualche modo ledere una parità di genere ancora lontana da essere accettata e realizzata, ma in fondo in fondo ci ho trovato del vero. Siccome, appunto, mi batto da una vita per questa parità di genere, nel settore in cui lavoro, la musica, credo di poter dire senza essere accusato di sessismo che il calcio al femminile non è esattamente esaltante, probabilmente anche in virtù di tutti quei preconcetti che il giocare a calcio se si è donna porta con sé.

Ciò detto credo che le donne che giocano a calcio, quelle che portano la nazionale ai Mondiali, cioè dove la nazionale dei maschi non è arrivata ultimamente, meritino ovviamente di essere trattate da professioniste alla stregua di tutte le altre e gli altri atleti, e ci mancherebbe pure altro. Ma da qui a dire che il calcio femminile è spettacolare ce ne passa.

Ora, immagino che per qualche passante, sì, quelli che arrivano senza sapere un cazzo, leggono un titolo, due righe e stanno lì a spiegarti chi sei e cosa fai, io sia una sorta di Renga che spiega a Baglioni che in realtà se non ha chiamato donne a Sanremo è perché le donne hanno un problema con le frequenze, che hanno voci oggettivamente fastidiose, ma la faccenda è un’altra. E stavolta magari potrebbe anche essere che siamo tutti coinvolti, anche noi che guardiamo le partite di calcio femminile, non solo loro che giocano. La faccenda è che noi, per nostra natura, tendiamo a fare confronti, e spesso facciamo confronti neanche tra due realtà, ma tra una realtà e una realtà idealizzata, come nel caso del calcio moderno, calcio che, diciamolo altrettanto vivamente, rispetto al calcio di una volta, quello più tecnico e meno fisico, quello più lento, è decisamente più brutto da vedere (fanculo Sacchi e Guardiola). Noi tendiamo a fare confronti e, nel momento in cui vediamo una partita di calcio femminile, ci è impossibile non paragonarla con una partita di calcio maschile, seppur ci dovrebbe essere chiaro che fisicamente uomini e donne sono assai diversi, e seppur sapendo, almeno in Italia, anche quella faccenda degli stereotipi cui si faceva riferimento prima. Non ha senso farlo, perché è ovvio che un Ibra sia più forte di una Marta, intendendo con Ibra Zlatan Ibrahimovic e con Marta Marta Vieira da Silva, giocatrice unanimemente considerata la più forte del Brasile e forse anche del mondo. Ibra è più forse tecnicamente, ma lo è anche fisicamente e oggi nel calcio la forza fisica ha un peso molto rilevante, rilevantissimo. Non riusciamo a guardare una partita di basket italiano senza pensare all’NBA, perché dovremmo mai fare distinzioni tra Ibra e Marta?

Veniamo a noi, perché questo non è un pezzo sul calcio femminile, non mi occupo di calcio, io.

In occasione del cinquantesimo anniversario dell’allunaggio Jovanotti ha pubblicato una cover di Luna di Gianni Togni, prodotta da Rick Rubin. Sì, sempre Rick Rubin, quello di Oh Vita, dai, non fatemelo ripetere. La canzone, a parte l’arrangiamento scarno, rickrubiniano, che giustamente fa leva su strumenti suonati, una Rickenbacker in evidenza, quindi in totale controtendenza rispetto a quello che è l’ultimo lavoro del nostro, Nuova Era, è una versione elementare di quel capolavoro pop che è Luna di Gianni Togni, e, diciamolo chiaramente, Gianni Togni è stato uno dei più geniali autori di hit pop che l’Italia tutta abbia mai avuto, uno cui andrebbero eretti monumenti nelle piazze e soprattutto nelle case discografiche, se a gestirle non fossero quelli che le gestiscono, un vero e assoluto genio. La Luna di Jovanotti è sostanzialmente il calcio giocato dalle donne, oggi, mentre la Luna di Gianni Togni è il calcio giocato dagli uomini ai tempi in cui la canzone è uscita, all’inizio degli anni Ottanta, quindi i Maradona, i Zico, quella gente lì. Sul perché Jovanotti l’abbia tirata fuori non ci sono dubbi, vuoi mettere avere qualcosa che si intitoli Luna nel giorno in cui tutti fanno ricerche di qualche tipo sulla Luna, il 20 luglio 2019, a cinquant’anni dal primo passo di Neil Armstrong. Fa però sorridere che abbia scelto una canzone che parla di una donna che si chiama Luna, in senso molto lato incarnazione lunare del femminile ma sicuramente non un brano dedicato all’allunaggio. Del resto Jovanotti è Jovanotti, cosa ci saremmo mai dovuti aspettare da uno che secondo me non sa neanche fare due palleggi da fermo, figuriamoci palleggiare con un arancio in riva al mare.

Commenti (2):
Casaldo

Complimenti. Un pippone immane sul calcio femminile per dedicare quattro righe al tema dell’articolo, senza un minimo di argomentazione. Ma chi ti ha insegnato il giornalismo, Vito Crimi?

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