Sfavillante unicità di Luciano De Crescenzo, miracolo umano tra bit, umorismo e filosofia, morto lui chiudete Napoli

Con la fine dell’ultimo grande maestro e comunicatore di una Napoli che non c’è più, si chiude un’epoca e una città

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Luciano De Crescenzo, un vero mahatma partenopeo, una grande anima che, in contrapposizione al suo peso enorme, ha saputo invece volare leggera alla stregua di una melodia di Bovio, ovunque. Nelle case delle persone comuni, nelle finestre dei colti e nelle librerie e nei pensieri di tutti, nel mondo.

Che settimana. La caduta di due titani in 48 ore, Camilleri e De Crescenzo ci lascia un po’ senza ossigeno, come in un incontro di Tekken alla Playstation, una micidiale combo da knock-out con te che vai a tappeto, senti il conteggio e pensi stordito se rialzarti oppure no. Ok mi rialzo, ma molto più povero di prima.

De Crescenzo è stato una rarissima combinazione miracolosa di essere umano, un ingegnere con tutti i suoi numeri e le sue certezze, un filosofo, con le sue domande e le millenarie indagini esistenziali che fanno scricchiolare le convinzioni e le convenzioni degli uomini, e poi, come se non bastasse, un eccezionale umorista.

L’umorismo, questo ingrediente meraviglioso che brilla in alcuni umani in lui era tangibile e solare, fragrante e irresistibile come una sfogliatella di Pintauro e teporoso come una tintarella a Posillipo. Ti accomodi sereno dentro le sue frasi, stai bene dinanzi al suo Bellavista e diventi amico inseparabile dei suoi libri. L’umorismo è stato il perfetto e magico collante tra quei due mondi diversi che componevano la sua persona. Una mente alimentata da un serbatoio inesauribile di intelligenza viva e curiosità infantile, punte acuminate per aprire canali verso gli altri, come la scrittura, il cinema e tutto quello che ha potuto attivare per raggiungerci. Camilleri diceva che ‘chi ha il sapere lo deve seminare come si semina il grano’, e De Crescenzo lo ha fatto a modo suo, rendendolo edibile, esportandolo nascosto in una battuta, avvolto dentro strati di ironia, come una droga buona e sana veicolata alla maniera dei carichi dei narcos, quelli nascosti fantasiosamente nelle madonne di terracotta.

Per chi può farlo, oltre a rivedere i suoi film capolavoro e rileggere i suoi libri, invito a visitare una mostra fotografica che raccoglie scatti originali immortalati da un Luciano (anche) fotografo per le vie di Napoli degli anni sessanta, la mostra è a piazzetta Nilo a Napoli. In un pregevole bianco e nero si osservano volti e situazioni esilaranti, scene poetiche e paradossali che fermano l’essenza della città che fu, e della sua gente. Per capire lo spirito che animava De Crescenzo e usare per pochi minuti il suo filtro speciale sul mondo, guardate anche quelle foto.

Come l’ultimo dei Mohicani o l’ultimo dei Dodo australiani, Luciano De Crescenzo è stato l’ultimo testimone e bardo di una Napoli estinta e che ora può essere metaforicamente chiusa, il grande capitale umano è esaurito, l’ultima stretta al rubinetto delle meraviglie è stata data. Rimane un’affollata scenografia per turisti e popolame, ove più nulla è a misura d’uomo e dove proliferano superficialità e malfunzionamenti. Un agglomerato urbano invaso e sommerso, termitaio buono per far cassa e baccano.

Naples signori venghino, dopo le Pompei Ruins, ecco le Napoli Ruins, e good night.

Caro Luciano, arrivederci e grazie per la tua vita lunga e larga, tu sei stato il nostro abbonament addò Natascia. I Terrestri ringraziano in una globale standing ovation.

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