Stranger Things 3 si supera esaltando gli anni ’80 e le donne, ma ha un grosso problema con Hopper (recensione)

Nonostante la trama resti debole, i fratelli Duffer sembrano aver imparato dagli errori delle scorse stagioni

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I ragazzini di Hawkins sono cresciuti, e con loro Stranger Things 3. Dopo una lunga attesa ritroviamo Will, Mike, Eleven, Lucas, Max, Dustin e gli altri, ci abbandoniamo per un paio di episodi alla nostalgia dell’adolescenza e poi via, dritti verso una nuova, adrenalinica avventura.

Siamo nel 1985 e i teneri bambini che abbiamo lasciato nella seconda stagione sono adesso adolescenti fatti e finiti. Eleven e Mike sono nel pieno di un’estate d’amore, Max e Lucas sono ancora insieme dopo lunghi tira e molla e un incompreso Will spreca il fiato nel tentativo di convincere gli altri a giocare a Dungeons & Dragons. Dustin, invece, torna dal campo estivo e comunica agli amici di aver trovato una fidanzata, Suzie. Quando però non riesce a contattarla via radio tutti si convincono che la ragazza neppure esista.

Questa incomprensione è il principale motivo del disgregamento dei ragazzi in piccoli gruppi. Ferito per la sfiducia degli amici, Dustin rinnova e rinsalda la sua adorabile intesa con Steve, ora impiegato allo Starcourt Mall. Lo vediamo in uniforme da marinaio alla gelateria Scoops Ahoy insieme alla collega Robin e a una serie di clienti molto speciali, come la piccola Erica, sorellina di Lucas.

Joyce, intanto, cerca di andare avanti con la propria vita ma è chiaramente afflitta dalla solitudine e dalla malinconia per Bob. Hopper, invece, affronta la difficoltà di gestire una figlia adolescente, la presenza costante del fidanzatino e le perenni crisi di rabbia.

Infine abbiamo Nancy e Jonathan, ancora insieme, tirocinanti all’Hawkins Post. La ragazza, in particolare, è la vittima designata dell’orrido maschilismo della redazione, un gruppo di prepotenti di mezza età abituati a trattarla con condiscendenza quando non a deriderla apertamente. Eppure è lei a cogliere la prima nota stonata della stagione, un insolito caso di ratti vaganti per la città alla ricerca di fertilizzanti e prodotti chimici.

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L’intreccio – e lo sviluppo dello stesso – non è il piatto forte di Stranger Things 3, e si vede. Per vie alquanto contorte e non sempre ben illuminate giungiamo pian piano alla conclusione che gli inquietanti topi di Hawkins sono collegati a un’assurda missione segreta. Un gruppo di russi ha infatti sfruttato lo Starcourt per costruire un laboratorio sotterraneo e tentare di garantirsi una via d’accesso al Sottosopra.

Nonostante la struttura sia presentata come una sorta di bunker impenetrabile concepito dalle migliori menti russe, Dustin capta un messaggio in codice via radio e lo decifra con l’aiuto di Steve e Robin. I tre riescono abilmente a infiltrarsi nel laboratorio e vi trascorrono la maggior parte della stagione, correndo seri pericoli nel tentativo di scappare.

L’enorme chiave elettromagnetica messa a punto dai russi mantiene il portale aperto quel tanto che basta a scatenare un enorme blackout in città e far percepire a Will l’indistinta presenza del Mostro Ombra. Per lo stesso motivo Joyce nota come le calamite continuino a non aderire al frigorifero e alle altre superfici metalliche. La questione la insospettisce, e pur dimenticandosi dell’invito a cena di Hopper, riesce a convincerlo a indagare con lei sulla faccenda. Peccato che sulla loro strada si presenti presto un losco figuro in stile Terminator, pronto a tutto per sbarazzarsi di Hopper.

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Will, Mike, Lucas, Max e Eleven scoprono intanto che il Mostro Ombra possiede il corpo del violento fratello di Max, Billy, e di altri cittadini di Hawkins. Questi formano una sorta di esercito, una massa che cresce di giorno in giorno e si nutre di fertilizzanti e prodotti chimici fra i più disparati. Quando la loro funzione si esaurisce, gli adepti esplodono in una poltiglia gelatinosa e sanguinolenta e si fondono al Mostro Ombra originario, il Mind Flayer. Alle sembianze note del Demogorgone si associano zampe a metà fra braccia e tentacoli e la terrificante capacità di liquefarsi, così da poter oltrepassare qualsiasi ostacolo fisico.

Da questo punto in poi, Stranger Things 3 è una corsa contro il tempo per trovare una soluzione all’imminente disastro. E se alcuni elementi dell’intreccio paiono un po’ deboli, poco sviluppati, risolti frettolosamente o del tutto ridicoli, poco importa. La serie può contare su una perfetta rievocazione degli anni ’80, legami indistruttibili fra i suoi personaggi, mostri spaventosi e splendidi effetti speciali, e questo è quasi tutto ciò che conta.

Tornare a Hawkins dopo tanto tempo e ritrovare degli adolescenti che avevamo lasciato bambini, vederli innamorarsi, fare coming out, riconoscere ciò che conta nella vita, rimanersi accanto o imparare a stare lontani è più soddisfacente che analizzare per filo e per segno l’assurda storia dei russi cattivi. I fratelli Duffer lo sanno bene e anzi contano su questo. Il loro obiettivo è rinsaldare il legame emotivo fra noi e la serie, ispirando nostalgia o curiosità verso l’universo perfettamente ricreato degli anni ’80.

La cultura pop di quel decennio pervade ciascun episodio di Stranger Things quasi ne fosse un’ulteriore protagonista. Il primo dei tanti Easter egg della stagione è il volto di Tom Selleck in Magnum P.I., che Hopper segue in tv trangugiando un pacchetto di Doritos. C’è poi il successo cinematografico de Il Giorno degli Zombi, che i ragazzini guardano con stupore al cinema dello Starcourt. E che dire della rivista con Ralph Macchio nella pagina centrale o dei numerosi richiami a Ritorno al Futuro.

Stranger Things 3 non si limita però a riproporci ciò che amiamo, ma amplia gli orizzonti e ci chiede di far spazio a qualcosa di nuovo. O meglio, qualcuno. È così che facciamo la conoscenza della tosta, brillante Robin. Il suo arrivo sulla scena sembra preludere alla solita accoppiata fra outsider e belloccio popolare, e l’innegabile chimica fra Maya Hawke e Joe Keery nutre implicitamente questo tropo da teen drama per buona parte della stagione. È solo quando Steve dichiara i suoi sentimenti per la ragazza che scopriamo come i fratelli Duffer avessero altri piani per Robin. La giovane fa infatti coming out e si presenta così come il primo personaggio esplicitamente LGBTQ della serie.

Questa presa di posizione è molto significativa. Da un lato apre alla rappresentazione di giovani non eterosessuali, dall’altro inizia a rendere giustizia ai personaggi femminili della serie. In Stranger Things 3, infatti, le donne sono finalmente padroni di sé e non appendice degli elementi maschili coi quali interagiscono. Lo vediamo in Robin, vicina a Steve ma non per scopi romantici. In Max, finalmente libera dalla rivalità con Eleven e pronta a legare con lei e sostenerla. Nella stessa Eleven, che per la prima volta sonda sé stessa per imparare a conoscersi e imporre la propria individualità. In Nancy, capace di resistere al bieco maschilismo dei colleghi e credere ciecamente nell’istinto, anziché rassegnarsi alla passività di Jonathan. E infine in Joyce, non più madre paralizzata dal dolore ma donna vibrante di curiosità e iniziativa, pronta a mettersi in gioco e non più disposta a rimanere al margine degli eventi.

La situazione è un po’ diversa per Erica, sorellina di Lucas. La piccola Priah Ferguson, che già nella seconda stagione aveva dato cenni di un caratterino niente male, quest’anno offre una performance degna di un’interprete ben più navigata. La sua impertinenza ha tutto il potere comico necessario a dissipare la tensione delle situazioni in cui si trova, ma in alcuni casi appare quasi caricaturale. Nessuno dei personaggi possiede una caratterizzazione profonda, ma la piccola Erica risulta la più appiattita sui cliché della ragazzina prodigio senza peli sulla lingua. Ed essendo afroamericana, la mossa si avvicina pericolosamente al controverso stereotipo della sassy black woman.

Nel complesso, la terza stagione di Stranger Things ha il merito di cementare ulteriormente il nostro affetto nei confronti dei personaggi di Hawkins. L’unico vero problema resta Jim Hopper. Se gli ultimi anni sono stati un proliferare di meme e strani pensieri sul dad bod di David Harbour e il tenero attaccamento di Hopper a Eleven, in questa stagione il personaggio ricorda più che altro il papà incacchiato di un episodio dei Simpson.

Per la maggior parte del tempo Hopper è una versione abbrutita di sé. Sabota la prima cotta della figlia minacciando Mike, lascia che l’alcol e la furia cieca alterino qualsiasi interazione con la gente del posto, inganna Joyce con un appuntamento mascherato da semplice cena fra amici. Ed è proprio il rapporto con Joyce a lasciare perplessi. Lei non ha ancora superato la morte di Bob, ma lui insiste neppure troppo sottilmente nel trasformare la loro amicizia in qualcosa di più.

Per quanto si ostini a sostenere il contrario, le sue intenzioni sono palesemente romantiche. Lo vediamo chiaramente nella scelta del ristorante in cui cenare, nella camicia a fiori che indossa per l’occasione, nell’ossessiva gelosia che mostra nei confronti della donna ogni qualvolta parli con un uomo. Hopper coglie ogni occasione per sottolineare le sue buone intenzioni, per ricordare a Joyce di volerla fare sentire al sicuro da buon amico, ma le sue azioni raccontano un’altra verità. Quella di un uomo che tende a forzare la mano con un donna palesemente non pronta a iniziare una nuova relazione. Come se lei gli dovesse qualcosa, e questo non è sexy per niente.

Gli unici momenti di redenzione per Hopper in Stranger Things 3 arrivano dagli sporadici incontri con Eleven. In una stagione in cui tutti i genitori sembrano disinteressarsi al destino dei figli, il suo senso di protezione nei confronti di Eleven rincuora e intenerisce. La lettera che la ragazzina legge nei minuti conclusivi dell’ultimo episodio ci ricordano che quando Hopper resiste all’impulso di chiudere il cuore ai sentimenti o farsi dominare dalla rabbia, ecco che riesce a essere un brav’uomo. Questa consapevolezza dovrebbe essere acuita dal senso di perdita per la sua morte. O presunta tale. Perché non ci sono segni che la confermino e la scena conclusiva lascia intendere che l’americano rinchiuso nel carcere siberiano sia proprio lui.

Al di là di qualsiasi dubbio sulla trama o lo sviluppo dei personaggi, Stranger Things 3 rimane una serie altamente godibile, a tratti molto divertente e sempre appassionante. Come in un videogioco in cui la minima distrazione può portarci alla sconfitta, la storia degli adolescenti di Hawkins ci chiede un coinvolgimento attivo e costante per non perdere nulla di ciò che ha in serbo per noi. E lasciarci avvolgere dalle sue splendide atmosfere anni ’80e da un dilagante inserimento di prodotti commerciali – è anche stavolta un vero piacere.

Commenti (1):
Filippo R

Grazie per il racconto dell’intera trama, per filo e per segno. Per “recensione” non si intende spoilerare tutto. È la prima, che fate?

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