Addio a Ugo Gregoretti, grande inventore della televisione di qualità italiana

Scompare a 88 anni una leggenda della tv italiana. Inventò un linguaggio che mescolava documentario e finzione, che raccontò in presa diretta l’Italia degli anni del boom. Importanti anche le regie cinematografiche.

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È scomparso a 88 anni a Roma Ugo Gregoretti, regista, autore televisivo, attore, giornalista e drammaturgo. In una parola un grande innovatore, che ha scritto pagine importanti della storia della televisione italiana, non disdegnando intelligenti incursioni nel cinema. E dove ha posto la sua firma, ha lasciato sempre il segno distintivo della sua arguzia brillante, per realizzare racconti in immagini rispettosi dello spettatore, che non lo annoiassero e anzi divertissero, insieme stimolandolo e spingendolo a riflettere su ciò cui stava assistendo.

Il presidente dell’Anica Francesco Rutelli, commentando la notizia della sua scomparsa, ha detto che “ci lascia una personalità eccezionale, che ha trasformato con intelligenza, cultura, ironia, l’immaginario di milioni di italiani. È stato un biografo sempre sorprendente e innovativo del dopoguerra e delle mutazioni della nostra società”.

Ugo Gregoretti fece parte di quella nuova generazione di talenti, che assunta in Rai a metà degli anni Cinquanta, segnò la prima grande stagione della televisione italiana, tra nomi eccellenti come Umberto Eco, Gianni Vattimo, Angelo Guglielmi e Furio Colombo. Gregoretti conquistò il Prix Italia con il suo primo programma importante, La Sicilia Del Gattopardo, per poi trovare immediatamente la sua cifra più propria, in programmi che univano la cronaca di costume a una sottile ironia sempre squisitamente elegante – la leggerezza del tocco resta una caratteristica fondamentale di Ugo Gregoretti.

Così vennero Il Controfagotto (1961), un racconto sulla provincia e sulle trasformazioni grandi e piccole dell’Italia del boom economico, che si distingueva per il tono documentaristico e la libertà della dizione, una voce fuori dal coro nella eccellente ma piuttosto ingessata tv delle origini. Interessante è anche la sua versione televisiva de Il Circolo Pickwick (1968), da Dickens, che si smarcava dal classico sceneggiato tv prevedendo l’incursione dello stesso Gregoretti che, all’inizio di ogni puntata, si presentava in abiti moderni come un giornalista d’attualità che ripercorreva i fatti e addirittura intervistava i personaggi.

Il Circolo Pickwick di Ugo Gregoretti, 1968

Questo gusto satirico teso all’ibridazione dei linguaggi la si ritrova anche nel cinema di Ugo Gregoretti, che si sviluppa soprattutto lungo i fervidi anni Sessanta. Prima l’esordio de I Nuovi Angeli (1962), che in un tono che mescola documentario e finzione intraprende un viaggio nel mondo dei nuovi ventenni italiani, radiografandone il rapporto col lavoro, la vita sociale e affettiva. Poi è la volta della partecipazione a due film a più mani Le Più Belle Truffe Del Mondo e Ro.Go.Pa.G (l’episodio Il Pollo Ruspante, sulla società dei consumi) e soprattutto di Omicron (1963), originale mescola di satira e fantascienza, che racconta la storia di un alieno che giunto sulla Terra s’incarna nel corpo di un operaio, di cui assume integralmente le abitudini, finendo per incitare i colleghi allo sciopero.

L’alieno-operaio Renato Salvatori di Omicron (1963)

Venne poi il singolare esperimento di Apollon. Una fabbrica occupata (1969), che partendo dalla storia vera delle lotte degli operai che occuparono per tredici mesi una fabbrica tipografica, ripercorre quella vicenda cortocircuitando ancora una volta finzione e documentario, con gli autentici operai che interpretano sé stessi, funzionari del Pci e intellettuali nella parte dei quadri dirigenti e la voce off di Gian Maria Volonté a commento (di parte). Il ritorno al cinema, molti anni dopo, avverrà con Maggio Musicale (1989), bizzarro racconto scopertamente autobiografico, tra narcisismo e malinconia, di un regista teatrale che vorrebbe allestire una Bohème innovativa ma è costretto a misurarsi con le bizze umorali dei suoi attori.

Ancora numerosi sono, negli anni Settanta, i programmi televisivi che portano il suo segno distintivo, da Le Tigri Di Mompracem (1974) al ciclo di sceneggiati tv di Romanzo Popolare (1975), un progetto a cui lavorò anche Umberto Eco, alla riscoperta di quegli autori tardo ottocenteschi, come Mastriani, Guerrazzi, Carolina Invernizio, che erano ancora rubricati sotto la categoria, piuttosto spregiativa, della “letteratura di consumo”. E ancora tra anni Ottanta e Novanta si segnaleranno un omaggio a Cesare Zavattini e la controversa miniserie su Il Conto Montecristo (1996), fino alle più tarde Lezioni di Design del 2001. Gli anni Ottanta furono anche il periodo di maggiore impegno teatrale, con tante regie e la direzione tra il 1985 e il 1989 del Teatro Stabile di Torino.

La carriera di Ugo Gregoretti è stata la dimostrazione che un’altra televisione è possibile, creativa, sperimentale senza essere incomprensibile od ombelicale, e sempre divertente e autoironica. Il suo magistero ha forse lasciato qualche tracce in autori di generazioni successive. Quello che resterà inimitabile è il suo stile, dell’uomo prima ancora che dell’autore. Domani sarà allestita la camera ardente alla Casa del Cinema dalle 10 alle 13, mentre i funerali si svolgeranno alle 18 alla Chiesa degli Artisti di piazza del Popolo a Roma.