Da Carmelo Bene a Demetrio Stratos, l’emozione della voce e del suo suono

Niente come la voce è in grado di raccontare le emozioni, la vibrazione del suono e del messaggio oltre il linguaggio verbale

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Niente come la voce è inafferrabile. Inafferrabile come il fiato, come l’aria. Tanto che a voler definire il suo suono si usano aggettivi legati ad altri sensi:  voce calda, fredda, dura, morbida, metallica, vellutata, chiara, scura, sporca, pulita, dolce… E niente come la voce è in grado di raccontare le emozioni, a prescindere dal linguaggio verbale. Addirittura, le parole potrebbero mentire ma il suono della voce mai, perché si lega naturalmente alle emozioni. Questo è il motivo per cui,  in certi casi, durante una deposizione in tribunale vengono studiati la dinamica e il suono della voce di chi parla, anche indipendentemente dai contenuti verbali della testimonianza, giacché la persona che effettua la deposizione potrebbe, per qualsiasi motivo, mentire. Lo stesso Nietzsche, che come ogni filosofo aveva un rispetto sacrale per le parole, sosteneva “Ciò che nel linguaggio meglio si comprende, non è la parola, bensì il tono, l’intensità, la modulazione, il ritmo con cui una serie di parole vengono pronunciate, insomma, la musica che sta dietro le parole”.

Una madre riconosce la causa del pianto del neonato da un suono; è in grado di discernere se il disagio manifestato è causato da una colica, da fame, da sete, da un pannolino sporco o da un semplice capriccio. Le parole arrivano dopo, si imparano per comunicare o magari per nascondere qualche verità. Quando ascoltiamo una voce che canta in una lingua che non conosciamo, siamo in grado di coglierne chiaramente l’aspetto emozionale, di intuire il senso di quello che dice; eppure raramente ci rendiamo conto di come la percezione emotiva sappia orientare la nostra capacità di comprensione. A raccontare tutto questo è una mostra, che si è appena conclusa al Palazzo delle Esposizioni di Roma, dal titolo “ Il corpo della voce”. Al centro della mostra tre straordinari artisti del secondo Novecento: Carmelo Bene (attore e regista), Cathy Berberian (cantante mezzosoprano di origine armena) e Demetrio Stratos (cantante musicista di origini greche).  Attraverso il  loro modo di esplorare la voce tra canto e teatro, si segue una  ricerca volta a spezzare il legame indissolubile, radicato nella nostra cultura, tra il significato della parola e la sua dimensione sonora.

La mostra propone una sezione introduttiva curata da Franco Fussi, medico specialista in foniatria, che fa “vedere la voce” nel suo funzionamento attraverso installazioni audiovisive; e successivamente offre un percorso dove i tre artisti si misurano con una vocalità pensata “oltre i limiti del possibile”. E’ la sensazione, in particolare, che si prova quando si entra nello spazio dedicato a Demetrio Stratos, cantante dei Ribelli e degli Area negli anni ’70, dove si viene avvolti dalle sue “diplofonie” e “triplofonie”, e da quelle “flauto fonie” che resero la sua indagine vocale unica e irripetibile. Demetrio considerava la voce umana alla stregua di uno strumento musicale e proprio per questo riuscì a rivoluzionare il suo uso nel canto e nella comunicazione, segnando per sempre la storia della musica. Scomparso all’età di 34 anni, ha lasciato un’eredità che spesso le nuove generazioni non conoscono e  non raccolgono. Riscoprire Demetrio Stratos, sarebbe per tutti un’esperienza strabiliante; e, per chi canta, uno stimolo a considerare le immense possibilità che la propria voce ha, e non sa di avere.

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