Ho visto ‘Woodstock Rita Racconta’ in TV: qualcosa che, a memoria, difficilmente ha eguali in quanto a bruttezza. Lammerda

Talmente brutto da superare anche la barriera del trash, fare il giro completo e tornare a essere solo brutto

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Faceva caldo, la notte che bruciammo Chrome.

Fa caldo anche oggi, lo avrete notato.

Non ho idea se facesse caldo cinquant’anni fa, ero nato da pochi giorni.

Iniziamo.

Il 1969 è l’anno in cui il rock ‘n’ roll, genere nato nella prima metà degli anni cinquanta negli Stati Uniti d’America, è diventato maggiorenne. Il primo a usare questo nome, rock ‘n’ roll, è stato infatti il DJ Alan Freed, nel corso del suo programma radiofonico “The Moondog House Rock ‘n Roll Party”, anno del Signore 1951. In realtà Freed stava parlando di Rhythm and Blues, cioè dell’ultimo tassello nella catena che dal blues porterà alla nascita del rock, ma il rock’n’roll vero e proprio era alle porte, con tutto quello che porterà con sé.

Cosa, esattamente?

Per la prima volta, ben ce lo ha spiegato il musicologo e antropologo culturale Jon Savage nel saggio L’invenzione dei giovani, sarà proprio con il rock che verrà identificata la categoria dei teenagers, dei ragazzi. Anche se questa idea era già stata in qualche modo partorita a cavallo tra la fine dell’Ottocento e del Novecento, facendo una lunga prova generale. Con il rock arrivano i ragazzi, mentre fino a quel momento, infatti, c’erano stati bambini e adulti. E non si parla tanto e solo di categoria sociale, anagrafica, quanto di target per le aziende, di categorie commerciali.

Di colpo anche i giovani sono diventati appetitosi per il mercato.

Questo da una parte, a volerla vedere da un punto di vista di mercato, fuor di poesia.

Ma ovviamente c’era ben altro.

Per la prima volta, infatti, un genere musicale rivolto ai bianchi permetteva a una generazione di scatenare i propri istinti, si trattasse di sesso, di libero pensiero, di ribellione ai codici sociali, di protesta contro la guerra, su questo il Vietnam avrà sicuramente un gran peso, di lasciarsi andare allo sballo delle droghe. Non a caso, dopo esattamente dieci anni da quando Jack Kerouac indicava nel jazz, e nel bebop di Charlie Parker in modo particolare, la colonna sonora ideale alla letteratura beat, vera e propria incarnazione alta della controcultura, sarà il rock a prendere il posto del jazz.

In verità tutto questo è cominciato già da qualche anno: il bruco è cominciato a diventare farfalla già nell’estate del 1967, in quella che tutti ricordano come l’Estate dell’Amore. Con San Francisco, Haigh-Asbury nello specifico, come cuore pulsante, durante i due o tre anni che coincideranno con la metà dei 60s una intera generazione si perderà dentro le note di rock band come i Greatful Dead o i Jefferson Airplane, dentro i racconti acidi di Ken Kesey  e dei suoi Marry Pranksters o i gonzo reportage di Tom Wolfe, dentro i fumetti di Robert Crumb, dentro le droghe sintetizzate da Hoffman e teorizzate da Leary.

L’estate del 1969, e più in generale proprio l’anno che avrebbe chiuso i 60s, ha contribuito a certificare da una parte l’età matura del rock, dall’altra la sua massificazione, e quindi anche il suo depotenziamento rivoluzionario, perché un sogno che diventi realtà, questo stava accadendo, finisce per essere qualcosa di troppo tangibile per smuovere gli animi, vola troppo basso.

Di lì a poco, questo ci racconteranno i mesi e gli anni successivi, quel miracolo di controcultura sarebbe incappato nel suo lato oscuro, si pensi al filotto di morti illustri, marchiate da quel numero 27, inaugurate da Brian Jones dei Rolling Stone, e seguite da Jimi Hendrix e Janis Joplin, presenti a Woodkstock, e poi Jim Morrison. Ma si pensi anche alla strage ideata da Charles Manson, ispirato, diceva, da Helter Skelter dei Beatles, di lì a poco altro sogno destinato a evaporare.

Da quando aveva iniziato a fiammeggiare, trainato da personaggi irriverenti come Little Richards, Chuck Berry o Jerry Lee Lewis, o fintamente disallineati come Elvis Presley, il rock era diventato via via sempre più musica e estetica, oltre che stile di vita, destinato alla ordinary people che non voleva poi essere troppo ordinary. Con gli anni 60 c’era stata la svolta hippie, di cui i vari festival alla Monterey e Woodstock sarebbero stati apice, nonché l’inizio della discesa. Perché nel momento in cui una rivoluzione si cristallizza non può che depotenziarsi, la controcultura viene incasellata in una specifica sezione delle librerie, diventa parte del sistema che intendeva combattere, incapace di farlo dall’interno, Che Guevara che occhieggia da poster e t-shirt. Non è un caso che nel decennio successivo, col rock sempre più popolare e in qualche modo assurto a nuovo genere classico, anche grazie alle derive ipervirtuosistiche del prog, ci vorrà la nuova rivoluzione situazionista del punk per riportare le cose a loro posto. Una vicenda, quella che ruota in parte intorno alla figura dell’iconoclasta Malcolm McLaren, che ha dell’incredibile, perché una perfetta operazione di marketing, raccontata da Julian Temple nel cinico The Great Rock ‘n’ Roll Swindle, è finita col diventare transustanziazione di quel che voleva raccontare nella finzione.

Per poter abbattere e far ridiventare basico un genere che nel mentre, dopo la massificazione, era diventato solo di sistema, il rock ha dovuto sporcarsi, perdere i propri connotati di uomo maturo per riprendere quelli di ragazzo ribelle, uno spillo infilato in una guancia, una provocatoria svastica sulla t-shirt.  Non è un caso che, in parallelo, anche nella fantascienza, depotenziata dopo l’allunaggio che in qualche modo faceva diventare reale uno dei grandi sogni dell’uomo, passeggiare sulla Luna, appunto, perché anche in quel caso il superamento di un limite non aveva spinto l’umanità verso un nuovo limite, ma piuttosto l’aveva indotta a guardare altrove, anche nella fantascienza sia stato necessario un movimento punk per riportare vita laddove c’era solo stasi. I cyberpunk, infatti, capitanati da Bruce Sterling e William Gibson, hanno provato a spostare l’attenzione dallo spazio al cyberspazio, in qualche modo raccontandoci con anni di anticipo quello che stiamo vivendo oggi: un mondo globalizzato e un mondo iperconnesso, a rete, i social, tutto.

Tutto questo è partito, o è arrivato al capolinea, a seconda di come la si voglia guardare, nei campi di Woodstock, nell’agosto del 1969, esattamente un mese dopo che un altro sogno, stavolta millenario, si è infranto nella realtà, donna angelicata che finalmente si concede.

È il 18 luglio del 1969 infatti quando viene compiuto Neil Armstrong, sceso dall’Apollo 11, compie un piccolo passo per un uomo un grande passo per l’umanità, il primo allunaggio.

Anche qui la cristallizzazione di un sogno non può certo lasciare le cose come prima, al punto che di colpo, dopo un primo momento in cui si parlerà addirittura di colonie lunari, la Luna non sarà più al centro dei nostri interessi, dove per nostro si intende dell’uomo. Non sarà proprio più la Luna al centro di una guerra che più fredda non si poteva. Si giocherà su altri terreni di gioco, più terreni, appunto.

Ci saranno, non poteva essere altrimenti, ancora uomini, scienziati e artisti, che guarderanno alla Luna con  lo sguardo di chi sogna, o ha visioni. Qualcosa di un po’ meno imballato delle concezioni fino a quel momento in auge di viaggi stellari, immortalati certo con grande arte nei vari Space Oddity e Rocket man, qualcosa che provasse a fare di una visione altra della terra, inclusa nell’Universo, il proprio punto di vista speciale sul mondo e sulla vita. Ci saranno quindi artisti che proveranno a fare di quella nuova idea di Spazio la propria poetica, si pensi a un nome su tutti, i Kraftwerk.

Su come la conquista della luna e la colonizzazione dell’immaginario occidentale da parte del rock abbia comportato un cambiamento di prospettiva sia sull’astrofisica che sulla critica musicale, questo sarebbe potuto essere il sottotitolo scientifico di queste mie parole.

Di questo sto parlando.

E più in generale di come questi due eventi abbiano in qualche modo cambiato il modo di sognare degli occidentali (uso questo termine perché immagino che i due eventi non abbiano avuto esattamente lo stesso significato in tutto il resto del mondo). Di come da quel momento l’idea di limite, nei rispettivi ambiti, abbia assunto altre dimensioni. Di come si sia cercato di lavorare su una differente autodefinizione di chi di quei due mondi era protagonista o anche semplice fruitore (appassionato).

Cosa ha comportato l’idea dell’uomo sulla Luna, in barba all’Ariosto. Cosa ha comportato pensare che uno che distorce l’inno nazionale americano può spostare l’opinione pubblica. Come è cambiato il modo di guardare alle stelle e alla musica negli ultimi cinquant’anni.

Trattandosi di spazio (Luna e stelle) e musica (il rock), cioè due sezioni dell’immaginario comune a tutti noi, invertirei anche i punti di vista. Questo avrei fatto se solo Carlo Freccero avesse chiamato me a raccontare Woodstock in tv. Non che la cosa sia mai stata in ballo, intendiamoci, non ho ambizioni televisive, non ho neanche un curriculum che renda la cosa possibile, immagino. Infatti di questo parlo in un articolo, il mio terreno di gioco, e potrei probabilmente prossimamente parlare in un libro, il parco giochi nel quale spesso mi intrattengo. Ma chiunque altro fosse stato chiamato avrebbe sicuramente trovato un altro punto di vista, originale, immagino, personale, o anche solo vagamente professionale, coerente, attinente. O quantomeno non imbarazzante.

Invece ci siamo beccati Rita Pavone lì a spiegarci l’inspiegabile, da parte sua, tanta è la poca credibilità in quel ruolo, e tanto erano banali i testi, e lo spettacolo che ne è uscito fuori è qualcosa che, a memoria, difficilmente ha eguali, in quanto a bruttezza. Nonostante le immagini del vero Woodstock, in qualche modo sminuite dal contesto. Talmente brutto da superare anche la barriera del trash, fare il giro completo e tornare a essere solo brutto, senza neppure il fascino di cui Ballard ci ha a lungo raccontato di chi guarda alle cicatrici o agli incidenti con morbosa ammirazione. Peggio di un incidente stradale. Peggio di una cicatrice. Lammerda.

Commenti (1):

Pinohype

Carissima Rita , perché ometti sempre di citare il grande maestro Stelvio Cipriani, sei talmente dettagliata nei tuoi racconti che rivedo me stesso seduto nel divano di pelle a casa del maestro che ci raccontava di te e di tuo marito quando vi siete incontrati prima che diventassi famoso negli studi della DEA RCA di Roma, sai per la sua memoria lo potresti pure citare, non costa niente.
Saluti

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