Arrivederci Professore, a lezione di vita dal (cattivo) maestro Johnny Depp

Esce oggi il film di Wayne Roberts su un professore malato terminale che rompe con tutte le ipocrisie. Un po’ Attimo Fuggente, un po’ American Beauty, promette più anticonformismo di quello che mantiene. Con un ruolo da protagonista su misura per Johnny Depp.

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Ha il pregio della laconicità l’attacco di Arrivederci Professore, che senza preamboli ci porta dritto al cuore del racconto. Un medico annuncia a Richard, professore cinquantenne di letteratura in un facoltoso college nel New England, che il cancro che si è beccato è senza speranza. “Quanto ho da vivere?”. “Un anno se segui le cure, altrimenti sei mesi”. E allora saranno sei mesi perché, sebbene non ci venga detto nulla della vita di Richard prima della malattia, si capisce subito che il professore abbia deciso di fare le cose a modo suo, senza più maschere – il film gioca furbescamente sulla sovrapposizione fra il personaggio e l’attore che lo impersona, l’irregolare per definizione Johnny Depp.

Sulle prime Arrivederci Professore assume l’aria della commedia sulfurea e irriverente, col personaggio fuori dalle regole giunto nel mezzo della scena a sparigliare le ipocrisie del mondo borghese. Quindi nella vita privata, fa capire alla moglie di sapere tutto della sua tresca col preside di facoltà, che ovviamente è un uomo incredibilmente vanesio, gretto e materialista. A lezione, invece, si comporta con un piglio da professor Keating de L’Attimo Fuggente – il riferimento è inevitabile –, invitando i suoi allievi al libero pensiero e cacciando dall’aula quelli che vogliono studiare business o non leggono mai un libro. Ma è un Keating che ostenta modi politicamente scorretti, che invita al consumo delle droghe – leggere però –, si ubriaca e mostra davanti ai suoi studenti la propensione al sesso facile – persino con uno studente, e maschio.

Il film ha una scansione in capitoli, che tradisce le ambizioni serie dell’insieme, da apologo o da saggio anatomico sulla decadenza della classe media americana. E soprattutto gli interni borghesi, eleganti ma freddi, col terzetto della famiglia di Richard a desinare intorno al tavolo – c’è anche una figlia che svela la propria omosessualità – fanno pensare a quei racconti alla American Beauty che descrivono il fallimento dell’istituzione familiare e dei tradimenti che facciamo a noi stessi anteponendo il successo e la nostra immagine pubblica alla ricerca della nostra autenticità.

Ma il film, come il suo protagonista, esibisce un’irriverenza più di facciata che di sostanza. E allora dopo le trasgressioni scintillanti e anche divertenti della prima parte emerge sempre più un lato malinconico e dolciastro. Il maestro liberatorio invita i suoi allievi a “succhiare il midollo della vita” – come avrebbe detto il Keating di Robin Williams sulla scorta di Thoreau. Ma l’incitamento alla rottura del conformismo si ribalta nel suo contrario, con la prevedibile lezione sulla bellezza della vita che va colta in ogni suo momento e la sottolineatura delle qualità che eleverebbero questi ragazzi al di sopra della mediocrità diffusa – e qui, sia nella forma che nella sostanza, c’è tutta la cattiva retorica dei discorsi motivazioni.

Lo stesso accade sul versante privato di Arrivederci Professore. Nel didascalico ultimo capitolo, espressamente dedicato agli addii, si scopre che per sottrarsi alla sofferenza e all’angoscia della morte imminente – e la morte, nostra compagna di viaggio, è sempre imminente, ammonisce Richard – l’unica soluzione è la dimensione degli affetti intimi, amici e famiglia.  Un finale crepuscolare in cui, dopo premesse e promesse assai liberatorie, emerge il tono predicatorio del film.