I Tool a Firenze Rocks valgono una messa (recensione)

La band di Los Angeles ha polverizzato il pubblico con uno show all'insegna della perfezione

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Durante il viaggio di andata verso il concerto dei Tool a Firenze Rocks una compilation suonava a tutto volume nello stereo. I pezzi selezionati includevano tracce da ogni album, compreso quel maledetto “10.000 days” (2006) che ancora attende un seguito, e di cui per fortuna abbiamo una data. Era la tipica situazione del ripasso pre-live: ricordarsi ogni parola e ogni riff, ma soprattutto rendersi conto che i brani dei Tool sono lunghi, articolati e non si prestano a quel fischiettare che è tipico del momento in cui stendi il bucato.

Ritrovatomi in mezzo alla folla della grande venue fiorentina ho guardato Billy Corgan negli occhi, anche se lui guardava l’immensa folla che era lì per ascoltare i suoi Smashing Pumpkins e non era esattamente interessato a me. Per un’ora e mezza gli eroi di Chicago mi hanno ricordato l’adolescenza ribelle e tormentata di chi, nonostante la rabbia, si è sempre sentito un topo in gabbia.

Una volta calate le tenebre e ripristinata l’adrenalina alimentata dalla band di Zero, è arrivata quella frase: «Firenza, hey!». Poco prima era stato il momento di Ænema, l’esplosione di un live che tutti hanno atteso a lungo e che ha superato le aspettative. Sì, ha superato anche le mie. I Tool sono saliti sul palco verso le 22 e i sospiri del brano estratto da “Ænima” (1996) hanno aperto le danze: è bastato il primo per scatenare le grida eccitate di un pubblico ferocemente affamato di musica.

Danny Carey martellava sulle pelli come un carro armato, seguito dall’artiglieria di Adam Jones e di Justin Chancellor, che ha crivellato il pubblico con quelle scale discendenti che fanno parte dello special. Riuscire a sopravvivere è stato complicato, perché dopo la botta di Ænema è arrivata The pot, abbassata di un tono ma talmente piena di groove da essere sconsigliata ai cagionevoli. Maynard James Keenan ha intonato l’intro e tutti lo hanno seguito con l’entusiasmo di un coro da stadio. «High! High! You must have been high!», abbiamo cantato tutti, anche azzeccando la quinta diminuita di quella nota così difficile da porre in scala durante un live. Parabola, il terzo pezzo della setlist, ha lasciato tutti senza parole: da una parte ci si chiedeva perché fosse stata omessa Parabol – la “sorella minore” di Parabola – e dall’altra ci siamo tutti domandati se le nostre coronarie avrebbero retto tutta quell’emozione. Tutto si è fatto più mistico sul quel grido: «Alive, I», con braccia protese verso il cielo per celebrare l’esistenza sotto l’egida del testo.

Quel saluto cinico e maldestro, poi, è arrivato: «Firenza, hey!», e da quel momento Keenan non ha più interagito col pubblico, almeno in termini di dialogo. Lo ha fatto con la musica, lo hanno fatto i Tool, quei quattro ragazzacci che non hanno niente da dire se non con le loro note, i loro 5/4 e la loro evoluzione sempre più epocale e perfetta. Ogni luce e ogni proiezione sugli schermi ha avuto un senso: offrire uno spettacolo di suoni, rumori, luci e visioni, che nella mente dei fortunati che hanno partecipato alla prima giornata di Firenze Rocks hanno fatto da sommatoria per diventare un orgasmo di sensi, un’elevazione.

Descending è arrivata silenziosamente. Justin si è spostato sulla parte più alta della tastiera del suo Wal Bass e ha picchiettato con il plettro le prime note, un carillon disturbato e benevolo. Il primo dei due inediti lanciati dalla band di Chicago a partire dal nuovo tour è stato accolto senza tanto strepito da un pubblico incuriosito, che ancora doveva assimilare quella nuova musica che farà parte del nuovo album. Aperture, muting e stacchi in levare sono esplosi nello special, quando i 7/4 di Danny Carey hanno fatto da riflettore sulle scale di Adam Jones, mentre Justin Chancellor dialogava con entrambi spostandosi sulle toniche per ridurre all’essenziale una poesia sonora. C’era quel riff finale di Jones, poi, contiguo alla comparsa di un simbolo sul palco che ci ha spalancato il terzo occhio per rimbalzare sulle nostre membra senza farci male. Erano i Tool e la mia faccia deformata dal raccoglimento era a pochi metri da loro.

I rintocchi iniziali di Schism hanno risvegliato tutti dall’estasi, giusto in tempo per l’arrivo di Invincible, il secondo inedito della setlist con quello special in cui Jones si sposta su confini quasi doom, quasi djent e così profondi da somigliare all’intro di Jambi. Teste roteanti e corna elevate al cielo hanno accompagnato tutto il live dei Tool a Firenze Rocks, anche quando Sweat ha risvegliato i nostalgici di “Opiate” (1992), l’EP con il quale la band di Los Angeles si impose sull’ondata grunge dei primi anni ’90, quando il bassista Paul D’Amour non era ancora stato sostituito da Justin Chancellor.

Jambi, ecco, non poteva mancare. La canzone d’amore per eccellenza dei Tool, introdotta dal muting frenetico della chitarra, ha conservato i suoi tre momenti più alti anche nella dimensione live: «Damn my eye! Damn my eye!», il primo, è stato il grido liberatorio che tutti i presenti hanno condiviso, quando la voce di Maynard James Keenan si è sdoppiata in prima e quinta. Il secondo è stato quello del Talk Box di Adam, quello strumento dentro il quale il chitarrista pronuncia vocali che verranno riprodotte sulla chitarra. Il terzo infine, è stata la preghiera rivolta al sole: «Shine on forever, shine on, benevolent sun», con volti illuminati dalla bellezza delle parole e dei riff, uno spalancarsi di anime e corpi che non ha avuto fine nemmeno sull’intro di basso di Forty Six & 2Tutti abbiamo gridato: «In my shadow», favoriti dalla scala maggiore e rapiti dall’adrenalina di un pezzo oscuro e potente.

I Tool erano ancora lì e sono ancora qui, non hanno dimenticato l’amore che l’Italia ha per loro e, pur senza fiatare tra un brano e l’altro, hanno dimostrato che il nostro affetto è più che corrisposto. Il linguaggio che hanno usato per manifestare la loro gratitudine è stato uno show indimenticabile durante il quale tutto era perfetto, sincronizzato e pulito. Il sound ineccepibile e la performance altrettanto magistrale ci hanno fatto capire che è valsa la pena sopportare il caldo torrido dell’estate e delle prime ore del pomeriggio per arrivare carichi allo show degli headliner.

La violenza di Vicarious è sempre la violenza di Vicarious: 5/4 spinti al massimo, con la voce di Keenan filtrata da un effetto megafono e quella feroce critica al voyeurismo che ci ha resi tutti schiavi dello spettacolo del dolore: «I need to watch things die from a distance, vicariously I live while the whole world dies», abbiamo gridato tutti. Il brano, inoltre, è l’opening-track dell’ultimo album in studio della band e la sua esecuzione è stata quasi una promessa, come se i quattro di Los Angeles volessero dirci che presto sentiremo qualcosa di nuovo.

Stinkfist è il saluto finale della band. Un classico, un brano che segna il punto di congiunzione tra i vecchi e i nuovi Tool, quelli che cambiarono approcci e soluzioni melodiche dall’arrivo di Justin Chancellor e diventarono i numeri 1 del progressive metal mondiale. Finito lo spettacolo, abbiamo tutti sperato che ce ne fosse ancora, che quei quattro signori della perfezione tornassero sul palco e suonassero The grudgeThird eyeWings for Marie e la mancata Parabol. Ancora, ne volevamo tutti ancora.

È stato giusto così: essere lì per i Tool a Firenze Rocks significava anche accettare l’impossibilità di ascoltare troppi brani, perché la canzone più breve dei Tool non sta sotto i 7 minuti e in un’ora e mezza di spettacolo ci siamo ritrovati costretti a fare delle rinunce. Alcuni hanno contestato il volume della voce, troppo basso per emergere oltre la potenza degli strumentisti, ma abbiamo accettato anche questo. Il timbro di Maynard, come tutti i suoi fan sostengono, trasforma in oro ogni cosa che tocca, e per questo siamo tutti felici di vivere nel mondo dove esistono anche gli A Perfect Circle, i Puscifer e di conoscere il featuring con i Deftones di Passenger.

Nell’area “Baby” della Visarno Arena abbiamo visto madri coccolare il loro bambino e canticchiargli: «Between supposed lovers»; tra la folla dei posti unici sono sbocciati amori, si sono riscoperte passioni, si sono confermati dei sentimenti e si sono consumate birre e corde vocali. Abbiamo visto spalle colorate dal sole e occhiaie che tradivano una certa stanchezza, ma abbiamo letto l’amore negli occhi di quanti erano lì per i Tool. Tra un brano e l’altro si consumavano commenti, considerazioni con inflessioni dialettali così eterogenee e così genuine: «Non ci credo, sono davvero loro», «Dopo questo live li amo ancora di più», ma soprattutto: «Ora posso morire felice».

Arrivare alla Visarno Arena nel pieno pomeriggio ti esponeva al rischio dell’insolazione e delle scottature, ma se avevi un buon copricapo e ti eri cosparso di crema solare a sufficienza prima di entrare potevi ritenerti al sicuro. Varcare quei cancelli e farsi strada tra persone sdraiate sull’erba e camerieri improvvisati che portavano cibo e bevande ai loro amici è stato un constatare di quanti fossero lì per il tuo stesso motivo: trascorrere ore intere all’insegna della musica.

Con l’arrivo dei Tool a Firenze Rocks, infine, non sono mancate le occasioni in cui vecchie amicizie si sono ritrovate per riabbracciarsi sotto il sole e immergersi in tutto ciò che il rock può fare anche con 36 gradi: valere un sacrificio, una messa, pur di elevarsi lo spirito e portare a casa una nuova forza e una nuova consapevolezza.

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