Roma brucia, la discografia muore, Sfera aspetta le hit di Vasco e io suono la cetra

La sparizione progressiva di quelli che sembravano i nuovi idoli mentre Vasco riempie il suo ventinovesimo San Siro è la conferma di quanto ho sempre detto e di come i discografici abbiano smesso per sempre di fare il loro mestiere.

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PRIMA PARTENZA

“Probabilmente ho solo bisogno di tornare a cantare con l’allegria e l’impazienza di quando ero adolescente, senza troppe sovrastrutture mentali, senza troppe aspettative, solo entusiasmo. Non sono lontano!”

Tiziano Ferro, su Twitter.

SECONDA PARTENZA

“Ma Sfera non esci a sentire il concerto di Vasco?”
“Aspetto che faccia le hit!”

Sfera Ebbasta a San Siro, durante il concerto di Vasco.

TERZA PARTENZA

“Probabilmente il master di Nevermind è andato distrutto nell’incendio”

Krist Novoselic, ex bassista dei Nirvana.

LA VERA PARTENZA, CHE È POI ANCHE LA STORIA DI UNA CADUTA ROVINOSA, CUI SEGUE LA MORTE

C’è una serie tv ambientata in un ospedale, The Resident, che mi offre la scena necessaria a provare a unire i puntini di queste tre false partenze. C’è uno dei protagonisti, il dottor Pravesh, che sta provando a salvare la vita a un uomo evidentemente in gravissime condizioni. La serie è ambientata, come buona parte di quelle che trattano la vida dei dottori, in un pronto soccorso. Pravesh, medico talentuoso ma dal carattere non troppo avvezzo ai compromessi, ce la mette tutta, quando uno dei ragazzi che si trovano lì per imparare il mestiere si affretta a prenotarsi, vuole essere lui quello che potrà dire l’ora del decesso del paziente. Alle loro spalle sono presenti i parenti del malato, parenti che ovviamente ci rimangono malissimo. Pravesh prima prova a convincerli che non è ancora arrivata la fine, poi allontana il ragazzo. Infine, dopo che in effetti il paziente è morto, chiama il ragazzo e gli chiede di dichiare l’ora dell’avvenuto decesso, al che il ragazzo sviene. Si verrà poi a sapere che il suo essere così entusiasta, inizialmente, era solo un modo per mascherare l’agitazione, il tutto infarcito da un racconto di come salvare le vite sia sempre stato il suo sogno, frutto di una storia personale listata a lutto.

Perché vi racconto questo, per una volta saltando preamboli lunghissimi legati alla mia personale biografia? Semplice, perché questo episodio di The Resident, come tanti altri passati per serie come ER Medici in prima linea o Gray’s Anatomy ci raccontano come dichiarare la morte di un paziente, anche di un paziente di cui non si conosce nulla, magari neanche il nome, sia in realtà un’esperienza difficilissima. Al punto che chi è incaricato di formarci, Pravesh nel caso specifico, è tenuto a farci fare i conti con questa esperienza, proprio perché è di quelle che si ricorderanno per tutta la vita. La prima volta che ho dichiarto il decesso di un paziente.

Bene.

Anzi, male.

Insomma, ci siamo capiti. Io non sono il protagonista di una serie tv. E non sono un medico. Per cui non ricordo la prima volta che ho dichiarato che la discografia sarebbe morta. Anzi, che era già morta. Lo faccio da anni, come una Cassandra che annuncia la fine. Come Cassandra inascoltato.

Anzi no, non è vero neanche questo. Perché ascoltare mi ascoltano, è evidente. La faccenda della bufera che da tempo sta seguendo Salzano, per dire, è frutto dell’ascoltare quel che dico, che scrivo. Ma diciamo che a parte prendere atto che la fine è imminente, che è arrivata, mi sembra non si sia fatto molto per cambiare la situazione. Del resto un morto è un morto.

Solo che oggi il morto sembra morto davvero. E, fossimo in un giallo, sapremmo anche i nomi degli assassini, non i maggiordomi, signori miei.

Perché aver lasciato prima alle radio e ai talent e ora a quel manipolo di persone che gestiscono le playlist di Spotify il diritto di manipolare il sistema, beh, è stato sicuramente un suicidio neanche troppo assistito. È stata una vera e propria mattanza, cui la discografia si è sottoposta col sorriso ebete in bocca.

Coi risultati che adesso sembrano anche troppo cristallini.

Tiziano Ferro, uno dei pochi artisti con un mercato internazionale, uno che da due anni sta lavorando con un blockbuster come Timbaland al suo prossimo album, uscito col suo primo singolo pochi giorni fa, si sente di scrivere un post del genere, una sorta di lettera d’addio al mondo, il tutto evidentemente, dopo aver constatato che un quarantanovesimo posto toccato su Spotify non è abbastanza, per una discografia incapace di guardare oltre lo streaming.

Sto parlando di Tiziano Ferro, eh, non di uno stocazzetto qualsiasi. Perché sarà anche noto che a me Ferro non è che stia proprio simpaticissimo, e che le sue ultime produzioni, diciamo dal terzo disco in poi, hanno fatto anche tutte abbastanza cagare, ma parliamo pur sempre di uno che riempie gli stadi, vende dischi, e soprattutto sa scrivere canzoni. Ha il repertorio, per dirla alla Luca De Gennaro. Ora Tiziano Ferro appare come un pugile suonato, uno che non sa se ha un futuro, il tutto per colpa di Spotify, o di chi a Spotify ha lasciato le chiavi di casa.

Del resto, chi è che domina di questi tempi lo streaming? La Trap, Sfera Ebbasta in testa. E se appunto uno come lui può permettersi il lusso di dire cazzate come quelle proferite a San Siro, mentre se ne stava negli uffici invece che ad ascoltare il concerto di Vasco, uno che di San Siro ne ha riempiti sei di fila, trecentotrentamila spettatori paganti, e paganti davvero, non con i famosi biglietti regalati, ecco, se Sfera Ebbasta può dire che preferisce stare negli uffici a controllare lo smartphone in attesa che Vasco faccia le hit, è solo perché qualcuno, immagino i suoi discografici, Jacopo Pesce in testa, glielo abbia fatto credere. Cioè lui, Sfera Ebbasta, uno che ha tre canzoni uguali fatte in croce si permette di dire che Vasco, uno che col proprio repertorio si è già fatto ventinove San Siro, per dire, e che riempie stadi da quasi trent’anni a questa parte, non ha hit. Non ha hit, cazzo. Ma ci rendiamo conto?

Del resto, è chiaro, su Spotify le hit ce le ha lui, Sfera Ebbasta, uno che però non si potrebbe permettere uno stadio neanche se i biglietti li regalasse. Anche perché i biglietti ha provato a regalarli con l’ultimo tour, offrendoli gratis ai genitori del suo pubblico, senza comunque riuscire a fare un cazzo di sold out. E non era certo per stadi che stava andando.

Cari discografici, a questo ci avete portato, a far credere a emerite nullità di essere rockstar e a relegare le rockstar vere, come Ferro, a fare post depressi e deprimenti. Chiaro, Vasco si fa i cazzi suoi, come da sempre, ma lui gioca un altro campionato.

Nel mentre, cari discografici, molti di quelli che voi indicavate come dei campioni sono morti, o moribondi. Che fine ha fatto Ghali, uno che un anno fa sembrava Dio in terra? Ha incassato, dicono certe voci, due milioni per un tour che, Milano a parte, non è che sia stato esattamente una marcia trionfale. Al punto che, dicono sempre le medesime voci, di quei due milioni abbia poi fatto incassare solo quattrocentomila euro, bye bye carriera, come la ventisettesima posizione FIMI del suo ultimo singolo sembra dirci.

Benji e Fede, invece? Quelli che qualcuno ci voleva spacciare per i Simon & Gartfunkel dei nostri giorni, solo più carini? Morti anche loro. O giù di lì.

Idema per tanti altri, non fatemi ancora una volta tirare in ballo Nek, dai, che se no sembro davvero vendicativo.

Tutti a fare duetti su duetti, con brani di merda firmati da cinque, sei persone. E pensateci a quanto guadagneranno tutti quei nomi, se già con lo streaming non si tira su un euro. A spartirsi particelle subatomiche cui nessuno ha mai neanche dato un nome.

Tutti morti davvero, ora del decesso etc etc, cavoli, e la cosa, che pur dovrebbe permettermi di dire “ve l’avevo detto”, mi mette una malinconia che non sto a raccontarvi.

Perché invece che tirare fuori trenta singoli di merda alla settimana. Invece di provare, prima, a convincere chi i dischi li vendeva davvero che era su Spotify che si sarebbe giocato il futuro, finendo per ammazzarne le carriere, invece che convincere gente senza futuro che un futuro ci sarebbe stato, perché guarda quanti dischi di platino senza poi riuscire a riempire neanche un locale medio, invece di tutto questo si sarebbe semplicemente potuto provare a fare quel che la discografia ha sempre fatto, lavorare sulle canzoni, sugli album, sulla musica.

Oggi c’è solo Roma che brucia, mentre io suono la cetra. E non è un bel vedere.

E a proposito di incendi, la notizia di qualche giorno fa, e cioè che nel gigantesco incendio che nel 2008 ha colpito il Building 6197 degli Universal Studios di Hollywood sarebbero andati bruciati, tra gli altri, i master di tanti capolavori di artisti come i Nirvana, i Guns n Roses, 2Pac, gli Eagles, Elton John, Joni Mitchell e tantissimi altri, circa mezzo milione di master liquefatti sotto il fuoco, sembra una perfetta metafora di quello che sta succedendo oggi alla discografia, una fine devastante, senza possibilità di scampo, impietosa. E dire che sarebbe bastato fare cartello, alzare la voce, o più semplicemente, non affidare il proprio futuro al primo Jacopo Pesce che passava, sperando poi in un miracoloso miracolo.

FINALE

Ora del decesso…

Commenti (1):

Xolino

Non sono d’accordo per nulla. Vasco (e solo Dio sa quanto io sia stato un suo fan), non scrive una canzone degna della sua carriera e del suo nome da “un senso”, peraltro scritta per la Mannoia. Con 40 anni di carriera alle spalle e con almeno 100 hit da cantare a squarciagola è ovvio che riempie gli stadi, come Ligabue (anche qui ci sarebbe da aprire un altro capitolo) e uno sparuto numero di artisti che hanno superato i ‘60 da un pezzo. Sono storia, e la storia non si cancella. Sfera Ebbasta non rappresenta l’assoluto “nuovo” che avanza (o che “non avanza” stando all’articolo), ma solo una piccola fetta di successo ottenuto grazie ai teenager. Millenials che sono gli unici fruitori della musica così come viene intesa oggi. La musica liquida, come vogliamo chiamarla, ha un sottobosco di artisti che, a mio parere, non sono secondi né a Vasco, né a qualsiasi grande nome del passato. Parlo, giusto per citarne alcuni, di Franco 126, Frah Quintale, Giorgio Poi, Achille Lauro, Motta, Cosmo, Coez, Calcutta, Gazzelle, Coma_Cose, Carl Brave, Ex-Otago, Canova, Cimini e la lista è lunghissima. Hanno milioni di visualizzazioni su tutte le piattaforme, riempiono e vendono tutti i biglietti dei loro concerti e sono la vera grande novità. Perché l’errore è non guardare oltre il proprio naso. Nel frattempo il mondo è cambiato, la musica, le cose da raccontare sono cambiate, così come i ragazzi che, evidentemente, hanno altri stimoli, nuove emozioni da condividere. Non possiamo fare confronti con Vasco, perché sarebbe come fare confronti tra i Vianella e gli Afterhours. Ghali (citato malamente nell’articolo), ha in vetta il suo ultimo album e continua a riempire i suoi concerti, così come Mahmood e Sfera Ebbasta. Le cosiddette canzoni scritte a tavolino, e i feat. estivi tanto per intenderci, esistono da prima che io nascessi. Da Giuni Russo alla Rettore, dai Righeira ai Lunapop… grandi successi, semplici e dal ritornello facile, gli stessi di Baby K e Giusy Ferreri di oggi. Si sta commettendo un grosso errore a mio avviso, non accorgersi che la musica è cambiata. In realtà siamo “noi” che restiamo ancorati al passato. Quel “sottobosco” di cui parlavo è costituito da musicisti, autori e artisti che sono alla stregua di Rino Gaetano e Battisti. Scrivono testi meravigliosi, ben lontani dalle hit radiofoniche estive. D’altronde, se non ricordo male, anche Vasco e lo stesso Gaetano fecero fatica ad uscire e a farsi apprezzare no? C’è un nuovo che fa fatica ad avanzare ma che esiste ed è ben orgoglioso. Chiedetelo a qualsiasi ragazzo under 20.

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