Beautiful Boy, due grandi attori per un film che non si sottrae ai clichés dei film sulla droga

Steve Carell e Timothée Chalamet sono bravissimi in questa storia ispirata a un fatto reale. Ma il sottogenere “film sulla droga” è più forte delle loro interpretazioni. E il film, pur nobile, scivola sull'enfasi retorica. Al cinema da domani.

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Hitchcock diceva che ci sono due situazioni impossibile da filmare in modo credibile: il sesso e la preghiera. Aggiungerei un terzo caso: l’atto di drogarsi e in generale le storie sulla droga. Al cinema risultano sempre ricattatorie, con le immagini voyeristiche d’un attore che s’infila un ago nella vena simulando qualcosa a metà tra l’estasi e lo shock emotivo. E poi di solito si tratta di melodrammi ad alto tasso di emotività, trascinati negli alti e bassi del protagonista, che prima sprofonda nel tunnel della droga, poi ne esce, poi ci ricasca. Sullo sfondo i familiari, alle prese col loro dolore.

È difficilissimo sottrarsi a questo genere di retorica e a degli snodi narrativi obbligati. Perciò il sottogenere “film sulla droga” ha mietuto vittime illustri, dall’Otto Preminger de L’uomo dal braccio d’oro, una pellicola che negli anni Cinquanta fece epoca ma oggi è datatissima, fino al Bernardo Bertolucci del faticoso melò psicanalitico La luna. L’unica eccezione forse è Drugstor Cowboy di Gus Van Sant, secco, esplicito, senza compiacimenti.

Adesso è la volta di Beautiful Boy, firmato da Felix Van Groeningen, autore di un film di un certo culto come Alabama Monroe. L’impianto è realista, perché tratto dalla storia vera raccontata da due bestseller, del giornalista David Sheff e di Nic Sheff, che hanno ricostruito da due prospettive – la disperazione del padre e l’odissea del figlio – l’esperienza straziante della tossicodipendenza.

È un film fatto con le miglior intenzioni, che mira a riaccendere i riflettori su di un fenomeno che, ricorda una didascalia, in America costituisce la prima causa di morte tra le persone con meno di cinquant’anni. E che, nonostante ciò, è drammaticamente sottovalutato dallo Stato, che non offre adeguati strumenti di supporto alle famiglie, costrette a combattere una battaglia solitaria, emotivamente distruttiva ed economicamente dispendiosa – nel caso in cui si affidino a centri di recupero privati.

Di famiglia parla Beautiful Boy, del rapporto esclusivo tra David e Nic, interpretati da due attori che, alle prese con questa materia incendiaria, cercano intelligentemente la sfumatura senza andare mai sopra le righe. Il padre è Steve Carell, ormai convincente attore drammatico, il figlio è Timothée Chalamet, che dopo il successo di Chiamami col tuo nome è diventato il volto ideale per incarnare le inquietudini d’una generazione sospesa tra adolescenza ed età adulta.

Il film non s’illude di fornire risposte definitive sulle cause scatenanti che spingono un ragazzo a drogarsi. Ci sono tracce disseminate con discrezione: i rapporti tesi tra i genitori separati, l’ansia di controllo del padre, le aspettative di successo che gravano su un giovane talentuoso. Nulla però che indichi semplicisticamente LA ragione per cui accadono certe tragedie.

Questo dolore privato che scorre lungo il filo che connette un padre a un figlio ricorda nell’impostazione il classico Gente comune, apertamente citato dalla presenza di Timothy Hutton, che in quel film interpretava l’adolescente che, dopo la morte del fratello, tentava il suicidio. Un dolore con motivazioni del tutto diverse ma, come quello di Beautiful Boy, totalizzante, incomprensibile e destinato a mettere a dura prova la forza dei legami familiari.

Lì veniva in soccorso la psicoanalisi a scardinare il buio. Qui niente di simile: anche i centri di recupero non riescono a fare più di tanto, e può succedere che un padre, affranto dal dolore, getti la spugna accettando l’inevitabilità delle cose che non possono essere né comprese né modificate. In Beautiful Boy semmai manca un’apertura più decisa all’esterno del microcosmo familiare, che tenti di mettere in luce l’insicurezza di un’epoca in cui modelli sociali molto fluidi non sembrano offrire solidi appigli a chi faticosamente cerca di costruire la propria identità. Ma in fondo anche questa rischierebbe di essere una spiegazione univoca nella chiave d’una supposta “responsabilità sociale”.

Il merito del film sta proprio nel sottrarsi alle soluzioni prefabbricate. Restando però sempre dentro la bolla ricattatoria del film sulla droga: dettagli di aghi iniettati nelle vene, ragazzi sbandati senza un perché, camerette coi poster dei Nirvana, attori (eccellenti) inquadrati troppo a lungo e troppo da vicino che esplicitano in favore di camera il proprio dolore. Resta quel senso di prevedibilità narrativa, disperazione programmatica, enfasi retorica, per quanto nobile e condivisibile. Beautiful Boy insomma, non fa eccezione. E forse non è nemmeno colpa sua.