Africa Speaks di Santana colpisce allo stomaco con il guanto del latin rock (recensione)

Tra congas e inserti funk, il leggendario chitarrista non smette di sorprendere con la sua fortezza di musica ispirata

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“Africa Speaks” di Santana è il disordine ordinato di un musicista che si circonda di mura blindate per restituirci un prontuario di black music, latin rock, psichedelia e profumi irradiati da un sole che è tipico di una terra e da una perfezione che è tipica di una passione. Dopo le anticipazioni di Yo Me Lo MerezcoBreaking Down The Door, il disco arriva fresco come un frutto appena colto, nuovo per le coordinate temporali ma classico per il forte contenuto spirituale tradito dalle scelte sonore, melodiche e dalle soluzioni emozionali che non si limitano alla distorsione applicata alla chitarra durante gli assoli.

Complice la partecipazione della cantante spagnola Buika, cristallo grezzo che in tutti i brani fa da collante, “Africa Speaks” di Santana è un caleidoscopio di congas, powerchord, beat audaci e frenesie afro, una combinazione che ci mostra un’energia sempre ritrovata e un’infinita ispirazione. Ancora, è complice quel geniaccio di Rick Rubin, produttore che si muove tra i borchiati del metal e gli appassionati del pop, e che ha messo la band di Carlos al lavoro in 10 giorni dentro gli studi Shangri La di Malibu, tutto rigorosamente in presa diretta per appigliarsi alla più deliberata genuinità.

L’eroe di Soul SacrificeSamba Pa Ti guarda ancora negli occhi gli elementi che lo accompagnano dagli anni ’90, con la moglie Cindy Blackman alla batteria e il percussionista Karl Perazzo. Il 2019 è stato un anno particolarmente produttivo, per la leggenda della sei corde che ha fatto la storia anche negli anni d’oro di Woodstock: a gennaio, Carlos Santana ha pubblicato l’EP In Search Of Mona Lisa, un racconto in musica di immagini legate al Louvre di Parigi.

La title track apre le danze e sì, dobbiamo parlare di danze. Perazzo rulla sui congas e la voce di Carlos fa gli onori di casa per introdurre il canto arabeggiante di Buika, che compare evanescente tra scale distorte, fill-in di Cindy e rintocchi di pianoforte. In quasi 5 minuti di brano i musicisti dialogano tra loro e spingono il nostro mento verso il cielo, nel quale troviamo ogni tipo di volatile frapporsi tra noi e il sole. Il crescendo spirituale culmina fino alle pelli tese di Batonga, una danza frenetica che si “perde” – le virgolette sono necessarie – fino all’esplosione wah delle chitarre per poi atterrare sul morbido con Oye Este Mi Canto. Buika raschia ed eleva lo spirito su un arrangiamento caraibico che non arresta il volo della sua voce, attutita dai cori di Andy Vargas Ray Greene, ma dopo la prima metà del brano tutto cambia: il beat di Cindy pesta sul campanaccio in sedicesimi e offre alla chitarra di Santana il giusto teatro sonoro che fa bene al miocardio.

Nell’ultimo quarto la pacatezza fa ritorno, dispensando le stesse visioni della prima metà che abbracciano Yo Me Lo Merezco, il primo sipario psichedelico costruito su quinte e prime dell’arpeggio che disegna l’essenzialità dai primi secondi. Non è tutto: anche in questo episodio tutto cambia dopo la prima metà, e quel latin blues caleidoscopico diventa un ritmo ossessivo, una jam che sfonda il palco e schianta sulle rocce l’ascoltatore. Se vogliamo scomodare l’erotismo in musica, allora, Blue Skies risponde alle aspettative con l’apporto di Laura Mvula che ci parla di luce che cade dal cielo come pioggia, di un cielo che compensa ciò che una fede non può garantire e di un destino da affidare alla bellezza dell’azzurro incontaminato. Blues, cori, un tempo tenuto sul ride e la tanto attesa esplosione rock che poi si stempera sul finale con eleganza, chiudono in bellezza la bellezza stessa.

Paraísos Quemados, su chitarre funk in ripetizione, si configura come quel momento in cui i musicisti si lasciano andare all’improvvisazione offrendo il loro contributo uno per uno: c’è la chitarra solista di Carlos, c’è la batteria di Cindy che si insinua come le terzine di una cavalcata, c’è l’Hammond di David K. Mathews e, ovviamente, c’è la ruvidità di Buika che riesce sempre a dare un senso ai pezzi. Nessuna esplosione, questa volta: il pezzo si regge sulla tensione.

La magica Breaking Down The Door, secondo e ultimo brano in inglese di “Africa Speaks” di Santana e con Manu Chao tra gli autori, è una rivisitazione di Abatina di Calypso Rose. Sul delicato tema del femminicidio, Carlos e Buika disegnano una terapia sonora che alleggerisce la tristezza e l’orrore con una musica latineggiante ed enfatizzata dai fiati di Salvador, figlio del chitarrista leggendario.

Los Invisibles, forte nel groove grazie ai congas e allo slap del bassista Benny Rietveld, è forse il brano più pop di tutto il disco, inarrestabile nelle dinamiche che spingono al ballo e che ci preparano a Luna Hechicera, un disincanto d’amore che si affaccia sul reggae ma che viene proposto nello stile acido di Carlos Santana, ma per sognare ad occhi aperti dobbiamo attendere Bembele. Il brano è una dedica accorata a qualcuno che non è più di questo mondo, e si sostiene su una cavalcata di meccaniche e riff intrusivi di Santana, che in Bembele diventa un organo che saluta da lontano le intuizioni di Ray Manzarek.

Candombe Cumbele chiude il disco, ma non i nostri ricettori emozionali: la voce di Buika spara le cartucce finali e si sposa con gli interventi di Santana, fino alla sfumatura finale in cui il coro rimane solo come se fosse un titolo di coda, una firma. L’anima del disco è tutta lì: tre voci sovrapposte che cantano in spagnolo, che si muovono su due note e che si ripetono senza consumarsi, pulite e colorate.

“Africa Speaks” di Carlos Santana è il disco che sceglie di uscire in estate per offrire una temperatura alternativa al caldo soffocante dei rave da spiaggia o delle varie residency di chi consuma i polpastrelli alla consolle fino all’albra: un album verosuonato quasi dal vivo, un frutto di stagione che crea dipendenza per le sue proprietà energetiche e disintossicanti, le stesse sfumature che descrivono la bellezza.

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