La recensione di Happiness Begins dei Jonas Brothers, un progressivo calo di tensione

La band partirà ad agosto per il tour mondiale e arriverà in Italia nel 2020

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“Happiness Begins” dei Jonas Brothers è quel disco che ti fa capire che una band ha ancora alcune cose da dire, nonostante il tempo trascorso nel silenzio. Kevin, Joe e Nick, infatti, erano fermi dal 2009 con “Lines, Vines and Trying Times” e gli stessi fratelli hanno ammesso, in una recente intervista rilasciata a Billboard, che questo disco riassume gli ultimi dieci anni della loro storia personale.

Dopo una serie di indizi rilasciati in rete negli scorsi mesi, “Happiness Begins” dei Jonas Brothers è arrivato dopo le anticipazioni dei singoli Sucker Cool, con 14 tracce prodotte da Ryan Tedder degli OneRepublic e un tour che partirà dal 7 agosto a Miami e arriverà in Italia, a Milano, il 14 febbraio 2020.

Il disco arriva con grande sorpresa ed entusiasmo dopo lo scioglimento del 2013 di cui Nick si era assunto le responsabilità. Sin dal momento in cui la band di Burnin’ Up si è messa al lavoro sull’album che avrebbe suggellato la reunion, l’intento è stato quello di creare qualcosa di genuino, con un sound nuovo e maturo e che attingesse da tante correnti, senza escludere la new wave degli anni ’80 né il country.

Ce ne siamo accorti, in effetti, con il singolo Sucker, che ci inganna con l’intro troppo simile al perfezionismo di un certo r’n’b ma che poi si “sporca” con quella batteria in lo-fi e quelle dinamiche tanto vicine a Feel Good Inc. dei Gorillaz. Il boost sui powerchord dello special ricordano, forse, She’s Lost Control dei Joy Division, ma i fratelli Jonas faticano un po’ – per loro fortuna – ad essere crepuscolari.

Cool, tra falsetti e chitarre acustiche altamente pop, scomoda il mondo bello e dannato di James Dean, e cita Killer Queen in un caleidoscopico mondo di ostentazione che somiglia più a un dipinto tossico e distorto da una realtà che staziona agli antipodi.

Non si intenda, con quanto si andrà a leggere, un accostamento dei Jonas Brothers al combat rock, ma il levare e il ritmo sostenuto di Only Human ci lascia immaginare un Joe Strummer dotato di una voce più elaborata e una maggiore estensione, perché il groove potrebbe essere un revival delle atmosfere dei Clash, anche se tutto crolla quando leggiamo un testo che parla di corteggiamento e desideri.

I Believe, che Nick Jonas ha dedicato a sua moglie Priyanka Chopra, è un tuffo nei dancefloor degli anni ’80, quando la palla luminosa stimolava abbracci e sguardi ammiccanti nel mood più pacato della serata, grazie al synth e al sound delle percussioni. Used To Be, autentica ballad nello stile delle boyband tra cori intensi e beat elettronico ridotto al minimo. Il similar-dub/reggae di Every Single Time distende i nervi, grazie al delay tattico assegnato alle voci nelle strofe e all’articolazione in stile giamaicano del cantato nel pre-chorus.

Don’t Throw It Away è la ricerca di un contatto nel momento in cui una relazione giunge al punto di rottura, poggiata su un pop quasi acido e apparentemente spensierato. Love Her, un matrimonio tra chitarre pulite e schiocco di dita, celebra l’importanza delle piccole cose che in una relazione rappresentano le fondamenta: «Gli opposti si attraggono e noi ne siamo la prova, ma io tornerò indietro come un magnete». La voce calda dei tre componenti è la cabina di compressione antiurto, perfettamente sincronizzata per farci atterrare sul morbido dopo l’inquietudine della traccia precedente.

Scomodare la new wave nell’incipit e strizzare l’occhio all’alternative è d’obbligo, quando leggiamo che il titolo della nona traccia è Happy When I’m Sad, un rigurgito di Happy When It Rains dei The Jesus and Mary ChainOnly Happy When It Rains dei Garbage: la teenage angst e il grigiore urbano, in questo caso, non hanno luogo. Il brano, un gioco ossimorico tra luogo comune e stato d’animo, descrive la maschera di serenità di una persona che nasconde un’anima sofferente, anche nella scelta del pop grottesco per l’arrangiamento.

Trust è il dipinto della realtà distorta che nasce dalla dipendenza emotiva, quell’annullarsi che è tipico dell’amore tossico e che Nick sottolinea nel pre-chorus: «Tutto in una volta, mi sento come se fossi qualcun altro, sì, tu sei tutto ciò che voglio ma sei pericolosa per la mia salute». Strangers riprende l’argomento come una disperata fuga a ritroso: «Ogni passo che faccio per allontanarmi mi riporta da te», e la formula è quella del pop leggero nel quale il rullante si interfaccia alle dinamiche spostando gli accenti per tentare un approccio celebrativo alla voglia di libertà emozionale.

Hesitate è il brano più dolce di “Happiness Begins” dei Jonas Brothers, introdotto da una scala che ricorda la bellezza di Blackbird dei Beatles e restituito da Joe come una lettera alla sua fidanzata dell’epoca, oggi sua sposa: «Mi hai salvato, ora io salvo te». Rollercoaster è un turbine di polaroid, con una cassa continua che dovrebbe farci ballare ma che in realtà ci abbaglia come la luce di tanti flash. Il testo, infatti, ripercorre gli alti e i bassi della band con quel timido apporto di nostalgia alternato alla fierezza di esserci ancora: «Quei giorni che un tempo sono stati terribili, oggi sono il nostro legame».

Comeback chiude il disco all’insegna dell’ultimo saluto, una preghiera rivolta a chi ha scelto di allontanarsi da una relazione: «Se tornerai tornerò da te», parole apparentemente asettiche ma che si appoggiano su una base pacata, un secondo atterraggio morbido ma più definitivo, senza brusche frenate che creerebbero un impatto eccessivo dopo aver ascoltato le prime 14 tracce dei fratelli Jonas dopo 10 anni.

Cosa non ci piace di “Happiness Begins” dei Jonas Brothers? L’album, il quinto in studio per i tre fratelli prodigio, è costruito su un calo di tensione, con una potenza che perde quota a partire dalla settima traccia. Potenza non significa bellezza, eppure si nota un certo disimpegno nel rendere l’ordine delle tracce più dinamico. A tale disordine emozionale, però, si accosta un’accurata scelta dei suoni e delle frequenze: “Happiness Begins” dei Jonas Brothers è un album fresco, frutto di una ricerca accurata e di un ottimo lavoro di produzione da parte di Ryan Tedder, che ha saputo restituirci i tre ex ragazzini di Burnin’ Out con abiti più raffinati e sobri, anche nelle soluzioni melodiche.

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