Ylenia Lucisano, lo slow motion a un mondo che corre

Un album che si ricollega anima e corpo ad un certo cantautorato anni settanta.

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Il concetto di lentezza non è mai stato del tutto sdoganato. Come quello di semplicità, inteso come contrario di complessità.

Ci hanno provato a più riprese, in più ambiti, ma senza riuscire davvero a scardinare una certa attitudine al tutto e subito, all’affanno tanto per, alla fretta.

Anche perché, diciamocelo apertamente, spesso e volentieri chi si è fatto promotore di un ritorno alla lentezza lo ha fatto palesando un certo approccio poco concreto, fuori dalle logiche della quotidianità, finendo per affondare le proprie teorie per un senso di antipatia suscitata nell’interlocutore, se non addirittura di rabbia.

Come dire, piacerebbe anche a me avere il tempo per soffermarmi a sorseggiare un bel calice di vino da venti euro contemplando le foglie di un albero mosse da una brezza primaverile, nel momento esatto in cui il sole comincia a lasciare spazio alla sera, colorando il cielo di un rosa non presente nella tavolozza dei colori. Tutto molto bello. Ma ho da correre, perché devo recuperare i vestiti in lavanderia, andare a fare la spesa, leggere il quaderno delle comunicazioni dei miei figli, far loro la doccia, preparare la cena, e tutta un’altra serie di cose, tutte urgenti, tutte da fare entro oggi, forse anche ieri, fanculo al vento e al tramonto, per non dire al bicchiere di vino da venti euro, che con venti euro mi ci compro tre bottiglie decenti al supermercato.

Ho semplificato, ovvio, non certo inseguendo la semplicità, piuttosto giocando per luoghi comuni, sgrossando, andando di fretta. Ma il concetto credo sia passato forte e chiaro.

Meno primi sorsi di birra, ahinoi, e più birre in lattina da 33cc dai nomi impronunciabili, a meno di un euro l’una, possibilmente da bere di corsa.

Vorremmo tutti aderire anima e corpo allo spirito Slow Food e similia, ma ci manca il tempo e a volte anche i soldi per potercelo permettere.

Per questo, quando ci capita di incontrare qualcosa, o qualcuno, che ha saputo in qualche modo tirare il freno a mano, non dico fermandosi a guardare il panorama, ma quantomeno rallentando abbastanza da riuscire a trarne spunto, a farne una fotografia, addirittura un acquerello, rimango sempre stupito. Piacevolmente stupito. Tanto più se nel rallentare è riuscito, riuscita nel caso specifico, a cogliere quei tratti di semplicità che la vita vista di corsa quasi mai ci consente di cogliere, vuoi perché abbiamo una fotografia giocoforza sfocata, vuoi perché di corsa non si notano certo i dettagli importanti, ma solo quelli che incrociamo per caso.

Ylenia Lucisano viaggia lenta. E viaggiando lenta si sofferma a guardare il panorama, disegnandolo poi per noi. Lo fa usando la forma canzone, perché Ylenia Lucisano è una cantautrice, al suo esordio con l’album Punta da un chiodo in un campo di papaveri, e lo fa usando una forma di canzone che si ricollega anima e corpo con quella di un certo cantautorato anni settanta che ha in Francesco De Gregori il capostipite. Non a caso è proprio al Principe che l’album è dedicato. Anche grazie alla produzione di quel mago di Taketo Gohara, Ylenia riesce a suonare classica e contemporanea nello stesso tempo, usando parole che sanno di terra e pelle, raccontando la quotidianità e i sentimenti attraverso la lingua della quotidianità e dei sentimenti, non certo lesinando spiragli poetici. Perché Ylenia Lucisano è sì fedele a certo cantautorato anni settanta, di quella frangia che provava a guardare al mondo a partire dal sé e dall’altro, ma senza soffermarsi troppo o solo sulla collettività, ma lo è da un punto di vista oggi privilegiato, quello femminile. Fermi tutti, lo so che mai come oggi essere donna è un discrimine, in ogni ambito lavorativo, anche in quello artistico. Ho avuto modo di parlarne, direi, e continuerò certamente a farlo. Ma proprio per questa discriminazione strisciante, per questo non dover per forza fare i conti con il mercato, con quello che è alla moda, mai come oggi le artiste donne possono permettersi di essere libere. Da loro non ci si aspetta musica che debba suonare come radiofonica, televisiva, lì a fare l’occhiolino ai suoni del momento, siano quelli sintetici della trap o quelli sciattini dell’it-pop. Non è certo a suonare bene in streaming che pensava Ylenia quando ha scritto le sue canzoni o Taketo Gohara quando le ha prodotte. Le sue, infatti, sono canzoni che suonano come dovrebbero suonare le canzoni in cui gli uomini si sono presi il posto che spesso oggi è ad appannaggio delle macchine. Strumenti suonati da persone, quindi, melodie supportate da armonie, addirittura. Una ritmica al servizio della canzone, mai viceversa. E le parole, scelte con cura, anche nel momento in cui suonano apparentemente normali, semplici, appunto.

Punta da un chiodo in un campo di papaveri sembra quasi un album fuori dal tempo, e non lo si legga come di chi accusa qualcuno di essere scollegato dal mondo là fuori, tutt’altro, lo si intenda piuttosto come il plauso di chi evidenzia una capacità rara di inserire la slow motion a un mondo che corre. Ecco, è come se Ylenia praticasse la Var alla nostra vita odierna, senza poi fischiare il rigore o estrarre un cartellino rosso, lo sguardo femminile sembra impedirle di praticare la crudeltà, anche quando ce ne sarebbe bisogno, quanto piuttosto per permetterci di rivedere con calma una di quei numeri da funambolo di un fuoriclasse che magari ci era sfuggito, distratti dal chiacchiericcio di fondo dei cronisti. Queste prime undici canzoni, cresciute in questi anni, ce la presentano come una voce da tenere assolutamente d’occhio, come una penna da tenere assolutamente d’occhio. Possibilmente andandola a vedere dal vivo, dove una musica così suonata e costruita dovrebbe poter dare il meglio di sé.

Un’occasione sarà sicuramente l’evento Femminile Plurale che si terrà il 27 giugno 2019 presso l’Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini di Roma, curato da Tosca e da me. Ylenia sarà in un gruppo di oltre trenta cantautrici per far vedere quanto il discriminare cui le cantautrici sono in genere sottoposte sia non solo ingiusto, quanto davvero castrante. La bellezza non andrebbe mai tenuta da parte, chi lo fa o non sa cosa si perde, o quella bellezza non se la merita.

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