Fleabag 2 eleva la rara bellezza di un amore proibito a una riflessione divina sul peccato e la vita (recensione)

Phoebe Waller-Bridge colpisce ancora: la seconda stagione di Fleabag è un capolavoro di scrittura ed interpretazione.

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Che Phoebe Waller-Bridge abbia un talento incomparabile è una delle poche certezze della vita. Se l’irresistibile esordio della sua creatura televisiva può averci colti di sorpresa, l’exploit di Fleabag 2 arriva invece come una gloriosa conferma.

Inizia tutto nel 2016, quando una trentenne senza nome sbarca su Prime Video e ci conquista al primo sguardo. Uno sguardo rivolto proprio a noi, il suo pubblico, spettatori di una vita dolente che scorre tra frenetici tentativi di mitigare la sofferenza col sesso.

Rompere la quarta parete è il suo modo di coinvolgerci nell’azione, creare un clima familiare, condividere le rare gioie e il ben più frequente dolore. È una tecnica antica, teatrale, e che pure Phoebe Waller-Bridge modella al punto da renderla semplicemente Fleabag. È il canale segreto di una cospirazione nella quale siamo dentro fino al collo.

Fleabag 2 prende tutta la rara bellezza della prima stagione e la eleva a una riflessione divina sull’amore, il senso di appartenenza, il peccato, la morte, la vita. Ed è tutta vita già il primo, spettacolare episodio, con le paranoie, i silenzi, le buone e cattive intenzioni, gli imbarazzi della cena di famiglia che prelude al matrimonio tra il padre e la matrigna di Fleabag (rispettivamente Bill Paterson e la straordinaria Olivia Colman). Fleabag 2 inizia nel sangue, ma è la stessa protagonista a rivelare con sorriso complice: questa è una storia d’amore.

E lo è in almeno due sensi. Anzitutto nell’amore complesso, doloroso, ruvido ma essenziale tra Fleabag e la sorella Claire (Sian Clifford). La prima così esposta, vivace, zampillante; la seconda contratta, indurita, ripiegata su sé stessa e i propri sentimenti. Se davanti ai familiari riescono a erigere ciascuna le usuali barriere, tra loro l’amore è insuperabile e senza rimedio. Il sarcasmo, i silenzi, i momentanei rancori non possono recidere un legame così viscerale.

E lo è pure nello straziante sentimento d’amore proibito per un hot priest (Andrew Scott), un sexy prete cattolico che sfugge alle convenzioni con il suo bere e il suo imprecare. Con tutte le imperfezioni così lontane dalla quasi-divinità del suo ruolo. È amore, per Fleabag, ed è una vulnerabilità tale da mettere a rischio il segreto della quarta parete.

Il prete è l’unico a percepire i suoi frequenti allontanamenti dalla realtà. Riesce persino a seguire il suo sguardo e posarlo dritto su di noi, per un breve istante. Sobbalziamo. Ci siamo sentiti al sicuro, fino a quel momento, e l’idea che qualcun altro possa percepire la nostra presenza è destabilizzante.

Per Fleabag questo è un amore nuovo, un sentimento alimentato dalla maturità conquistata tra gli eventi della prima stagione e quelli della seconda (e ultima). Fleabag adesso si allena, segue una dieta sana, evita il sesso più casuale, gestisce un’attività di successo. Comprende il valore del silenzio strategico e lo utilizza per combattere la propensione ai commenti fuori luogo. Allo stesso tempo si lascia andare a una certa rassegnazione: sa di non poter cambiare in alcun modo l’opinione che i familiari hanno di lei, quindi evita di reagire alle provocazioni.

Nell’aridità di questo scenario l’amore è un atto quasi blasfemo, che però più di ogni altro infonde in lei una vita nuova, forse mai assaporata prima. L’attrazione tra Fleabag e il prete è palpabile e riconosciuta. Lui ammette: non posso fare sesso con te, perché altrimenti mi innamorerei e la mia vita andrebbe in pezzi. Fleabag ne è consapevole, ma l’essenza di umanità imperfetta che porta dentro di sé non può che indulgere in questo sentimento, consumarlo e lasciarsene consumare.

Grazie a questa lacerante dinamica d’amore Fleabag 2 supera la connotazione di one-woman show per addentrarsi in percorsi nuovi. I momenti in cui il prete percepisce i blackout di Fleabag, per esempio, simboleggiano splendidamente l’instabile equilibrio fra eccitazione e terrore che chiunque proverebbe se si sentisse improvvisamente così compreso.

L’inevitabile conclusione di questo breve e intenso rapporto regala a Fleabag 2 un finale di rara intensità, doloroso eppure in qualche modo liberatorio. Fleabag si rialza. Noi saremmo pronti a seguirla, ma non è più tempo di farlo. In dodici episodi sempre troppo brevi l’abbiamo vista sprofondare nel dolore, rialzare la testa, abbandonare la sua corazza e tornare a soffrire, ma soprattutto ad amare.

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L’ultima cosa che possiamo fare per lei è augurarle buon viaggio: ora sa di poter sopravvivere, di essere pronta a reggersi sulle sue gambe. In una parola, vivere.

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