La chimica straordinaria tra Aziraphale e Crowley salva Good Omens da un’Apocalisse frettolosa e senza climax (recensione)

Più che di una banale Apocalisse, Good Omens è la storia dell'umanità profonda di tutte le cose.

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È difficile, per i non appassionati del genere, avvicinarsi a un prodotto come Good Omens su Prime Video. La serie fantasy-comedy adattata per la tv da Neil Gaiman richiede infatti una considerevole dose di fiducia nell’idea che dall’ennesimo confronto fra bene e male si possa trarre una lezione nuova. Che possa venirne fuori qualcosa di più di poche ore di intrattenimento, di meraviglie visive fini a sé stesse.

Diciamolo subito: di questa fiducia veniamo sì ripagati, ma solo in parte. Iniziamo dai motivi che ci convincono a vedere il bicchiere mezzo pieno. Il primo è che è difficile avvicinarsi, dicevamo, ma ben più semplice restare. Perché a differenza di molti titoli concepiti per indurci a un binge watching passivo, Good Omens ci spinge a chiederci cosa succederà dopo. E a volerlo scoprire.

I sei episodi da un’ora ciascuno scorrono con gradevole leggerezza mentre accompagniamo i due protagonisti in un viaggio che dalla creazione arriva ai tempi moderni. Aziraphale (Michael Sheen) è un angelo compito, di buone maniere, inevitabilmente buono, amante del cibo e del bello che contraddistingue l’umanità. Crowley (David Tennant) è un demone dalla creatività perversa, dedito al piacere personale, facilmente sedotto dalle mode ma fedele nel tempo a ciò che di volta in volta scopre di amare.

I due sono i rappresentanti del Paradiso e dell’Inferno sulla terra. Dovrebbero essere del tutto incompatibili, uno la negazione dei valori dell’altro, in una parola: opposti. In realtà non lo sono affatto, e fin dall’inizio risultano ben più elaborati di mere personificazioni di bontà e cattiveria. Sono contaminati da ciò che non dovrebbe neppure sfiorarli, e che si suppone sia estraneo alla loro natura: l’umanità.

Proprio questa caratteristica terrena li ancora saldamente a un mondo che per loro avrebbe dovuto essere un semplice luogo di passaggio. Quando arriva il momento dell’Apocalisse e il destino della Terra non è più qualcosa di cui preoccuparsi, però, la loro umanità di fondo torna a galla con prepotenza.

Non sono semplicemente abituati a vivere fra gli umani, vogliono addirittura che la vita umana resti esattamente com’è per continuare a godere del suo cibo, della sua musica, delle sue auto, di qualsiasi cosa. Anche se questo significa andare alla ricerca dell’Anticristo per assicurarsi che non metta in moto la fine del mondo.

Lo sforzo congiunto dei rappresentanti del bene e del male per la sopravvivenza della Terra non stupisce più di tanto. La vera sorpresa – nonché il secondo motivo per cui vedere il bicchiere mezzo pieno – è l’irresistibile dinamica tra Aziraphale e Crowley, riflesso dell’intesa fra Michael Sheen e David Tennant.

Il rapporto fra l’angelo e il demone va oltre una vicendevole tolleranza o una semplice simpatia. La loro è una comunione di anime, un senso di indispensabilità reciproca tra migliori amici, ma che in fondo è anche qualcos’altro. Una fedeltà tipica di un legame d’amore sincero, certo mai espresso a parole, affidato tutto agli sguardi, all’interesse, al senso di responsabilità mutua. Un sentimento umano ma non umano, né romantico né erotico; immateriale come la loro stessa natura.

Le interazioni fra Aziraphale e Crowley sono quanto di meglio Good Omens su Prime abbia da offrire. Il demone ammaliatore induce in tentazione l’angelo innocente, lo spinge fuori dalla sua comfort zone, ne mette in discussione i limiti perché possa scoprire alcune gioie della vita terrena coi vantaggi del suo status.

Viceversa, il buon angelo spinge il demone senza scrupoli a riconoscere in sé una certa moralità, un principio di bontà solo un po’ oscurato dal fascino semplice e immediato delle bravate. Questo continuo scambio è intrattenimento allo stato puro, uno spettacolo che Michael Sheen e David Tennant mettono in scena con brio incontenibile.

La più grande gioia di Good Omens è al contempo la sua principale debolezza, e da qui la prospettiva varia verso il bicchiere mezzo vuoto. La vivacità delle scene tra Aziraphale e Crowley svuota tutto il resto di una reale sostanza. I personaggi secondari hanno l’unico scopo di far progredire la narrazione e sono così poco sviluppati da risultare inconsistenti ogni qualvolta non interagiscano con i protagonisti.

Anche la narrazione in sé ha qualche problema. La premessa che muove l’azione è un incidente comico necessario e premonitore del caos futuro: il figlio di Satana deve essere consegnato a un potente diplomatico americano a Londra e alla moglie, sostituito al legittimo figlio neonato, ma le suore sataniste dell’ospedale compiono un clamoroso errore. Il piccolo viene affidato quindi a una coppia residente a Tadfield e lì cresce in attesa del suo destino, a capo di un gruppetto di adolescenti in stile Stranger Things.

Il lavoro che Aziraphale e Crowley dovrebbero svolgere è liquidato alla luce di una lapidaria e immediata consapevolezza: il genere umano non ha bisogno di essere influenzato in alcun modo, e soprattutto non verso il male, perché è già perfettamente in grado di farsi venire da sé delle pessime idee. Rimane più di un dubbio, ad ogni modo, sul fatto che i popoli di Inferno e Pradiso potessero davvero essere degli ideali punti di riferimento.

I demoni sono sporchi, deformi, grotteschi, scollati dal tempo e dalla tecnologia di qualsiasi epoca. Gli angeli sono un gruppo di burocrati sprovveduti e incompetenti. L’unico ad avere un briciolo di verve è il loro arcangelo, Gabriel (il sempre eccellente Jon Hamm). La sua fondamentale inettitudine convive con il carisma tipico di un leader e regala un personaggio frizzante, dinamico, che avrebbe meritato un maggiore sviluppo per offrire qualcosa di sostanzioso anche oltre la dinamica Aziraphale-Crowley.

Piatti e puramente funzionali anche i personaggi di Anathema Device e Madame Tracy. La prima, discendente dell’unica strega che abbia mai lasciato al mondo delle profezie sempre corrette, viene utilizzata solo per introdurre o spiegare gli improbabili eventi premonitori della fine del mondo.

La seconda è un puro espediente, il corpo che Aziraphale abita per assumere una forma terrena dopo la disgregazione e, ancora una volta, prevenire l’Apocalisse. Queste due donne dal potenziale inesplorato hanno un’unica, incomprensibile cosa in comune: l’aver scelto di accompagnarsi a uomini incompetenti.

L’urgenza che muove all’azione i protagonisti raggiunge il culmine nell’ultimo episodio, ma solo per essere risolta con una banalità estrema. Dopo un’entrata in scena carica di oscure minacce, i quattro Cavalieri dell’Apocalisse vengono letteralmente ridotti in polvere dai pochi, semplici gesti degli amici di Adam. Allo stesso modo Satana (con la voce di Benedict Cumberbatch) non fa altro che polverizzarsi dinanzi al rifiuto di Adam di compiere il proprio destino, dar via alla lotta tra il bene e il male, governare il mondo che ne deriva.

Proprio come l’ambivalenza che ritrae, Good Omens su Prime finisce quindi col reggersi su un equilibrio precario ma a suo modo soddisfacente. Da un lato è innegabile che i temi di più vasta portata siano sprecati con semplici accenni. Si sarebbe potuto dire molto del sogno di un ragazzino di radere al suolo il mondo che le generazioni precedenti hanno corrotto fino al midollo, per ricostruirlo e trarne qualcosa di meglio. Si sarebbero anche potuti affrontare con maggior decisione i potenziali disastri dell’assolutismo e dell’opposizione netta tra due principi – bene e male – che nella realtà esistono quasi solo in una contaminazione reciproca.

D’altra parte non si possono negare le irresistibili attrattive di Good Omens, che non si limitano alla dinamica tra Aziraphale e Crowley. La serie è impreziosita dal contributo di Frances McDormand, voce di Dio, e da un universo visivo spettacolare. Che si guardino i costumi dei protagonisti, l’inarrivabile eleganza di Gabriel, il trucco e parrucco degli orribili demoni, le animazioni che dalla creazione giungono alla chiusura della serie, tutto parla di un universo creativo concepito con perizia e curato fin nei minimi dettagli.

Il risultato è ciò che Good Omens, in sostanza, dimostra di essere: un intervallo di magia lontano dalla realtà, ma che proprio dalla realtà trae l’inevitabile coesistenza di episodi da custodire e momenti da dimenticare.

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