C’era una volta una casa discografica dal passato glorioso

Era un luogo di incontro tra artisti e produttori illuminati, dove si entrava “piccoli” e si diventava “grandi” nelle loro mani sapienti.

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C’era una volta la RCA, questo è anche il titolo di un libro, in cui il grande produttore Lilli Greco racconta il glorioso passato di questa casa discografica. Racconta come, in quel dodicesimo km della Via Tiburtina a Roma, è nata e passata la storia della musica italiana, da Gianni Morandi a Rita Pavone, Gabriella Ferri, Luigi Tenco, Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Lucio Dalla, Claudio Baglioni, Dalida, Renato Zero, Paolo Conte, solo per citarne alcuni. In quel mondo dove Vincenzo Micocci ed Ennio Melis, insuperabili direttori artistici, fecero nascere il nuovo cantautorato e dove si coniò la parola  “ cantautore”, dal’49 al 1987, anno in cui la RCA passò alla BMG, ci fu l’evoluzione della musica italiana. Era un luogo di incontro tra artisti e produttori illuminati, dove si entrava “piccoli” e si diventava “grandi” nelle loro mani sapienti. Era una culla per poeti ed intellettuali che facevano nascere idee e progetti culturali legati alla musica. Era una fucina di successi a 45 giri, poi a 33 giri.

Quando per la prima volta vidi lo stabilimento con la sua insegna dal Grande Raccordo Anulare e ci entrai per incontrare quello che fu il mio primo discografico, Vincenzo Micocci, mi sembrò di avere già raggiunto il traguardo. L’emozione di entrare in quegli studi già all’avanguardia, in quella immensa “sala A” dove persino il grande Arthur Rubinstein andava a registrare con l’orchestra i suoi dischi, è tuttora indescrivibile. Non si andava a consegnare un master e a stringere la mano ad uno sconosciuto magari entrato da poco nell’ingranaggio del sistema. Io passavo interi pomeriggi con Vincenzo alla IT, dove trasferì poi il suo ufficio, a leggere libri di poesia, ad ascoltare musica, a parlare e confrontarmi con  Rino Gaetano, Goran Kuzminac, Mimmo Locasciulli, Ivan Graziani, con altri cantautori. Era un’officina della musica che sfornava idee e stimoli in continuazione e avevo un maestro vicino che mi faceva conoscere la canzone  d’autore francese e americana. E lì ,io e mia sorella Joanna, alle prime armi, studiavamo come migliorare e crescere.

Cosa è rimasto di tutto questo? Sicuramente è cambiato il modo di lavorare sugli artisti ma mentre si può sperare che ci sia ancora qualcuno che abbia ereditato quell’approccio sensato alla costruzione di una carriera,  la cosa terribile è che nel passaggio tra una casa discografica all’altra è andato perduto l’immenso e  prezioso archivio di dischi, provini, testi etc… C’è ancora di peggio, la RCA con i suoi studi e uffici non esiste più, gli edifici della storica sede sono stati demoliti per fare posto a nuove strutture : magazzini di import-export per calzature, pellami, cinture, borse e una scuola per diventare parrucchieri ed estetisti.

Là dove si respirava musica in ogni angolo, oggi si può ascoltare il rumore dei camion e dei carrelli che caricano e scaricano merce.

La proposta di fare un Museo della storia della canzone italiana è naufragata di fronte alla logica ignorante e commerciale di costruire dei brutti edifici- capannoni come ce ne sono a migliaia nel nostro Paese. Sono certa che in qualsiasi altro posto al mondo, si sarebbe valorizzato il luogo che aveva contribuito notevolmente alla  sua crescita culturale  ed economica . Avrebbe potuto essere un archivio storico, fotografico, musicale, didattico, dove seguire il processo della trasformazione del suono su vinile, proprio oggi che è tornato così di moda.

Forse sarebbe stato troppo piccolo per contenere quasi trenta anni di storia, magari si è preferito demolirlo per questo. Ricordiamoci sempre che siamo in Italia.

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