Ballate per uomini e bestie di Vinicio Capossela è uno zoo itinerante di anime sacrificali e sacrificate (recensione)

Il cantautore irpino trova l'anello di congiunzione tra il mondo animale e l'umano, e non è la condizione di "bestia"

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“Ballate per uomini e bestie” di Vinicio Capossela è il secondo album che l’Italia merita dopo “La terra sotto i piedi” di Daniele Silvestri, perché le 14 canzoni dell’undicesima prova in studio del cantautore irpino sono una palestra per la mente e per i sensi. Se in Silvestri abbiamo ritrovato il cantautorato dell’amore, della denuncia sociale e dell’irriverenza, in Capossela troviamo il piacere della trascendenza e dell’esegesi, l’accurata bibliografia dietro ogni brano e una geografia sonica sempre più ampia e rifinita.

A tre anni da “Canzoni della Cupa” (2016), opera che celebrava l’Irpinia con i suoi racconti e le sue tradizioni, il cantastorie di Hannover ritorna con una certa dose di fiele, che non scade nel sentimento dell’odio – che Carmelo Bene diceva essere il più umanoide degli altri – bensì fermenta e ribolle tra filastrocche amare e novelle grottesche, diventando così un calamaio impugnato con ferocia per scrivere sulle nuvole.

Dopo l’anticipazione de Il povero Cristo, con un video che vede Mimmo Lucano nel backstage e Marcello Fonte (Dogman di Matteo Garrone) ed Enrique Irazoqui (Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini) di fronte alla telecamera in compagnia di un’intensa Rossella Brescia, avevamo capito che Capossela non era rimasto indifferente a tutto ciò che gira intorno ai dibattimenti dell’uomo contemporaneo: migranti, social network, religione, divisione e ancora l’odio. Vinicio non aveva ancora detto la sua, e aveva scelto di ritirarsi dalla mondanità per trovare le parole giuste che un giorno – questo giorno – ci avrebbe regalato.

Nel suo isolamento, Capossela ha visitato monasteri, ha sfogliato libri medievali per trovare la giusta fonte dalla quale dissetare la sua brama di sapere e comunicare. Nel mondo circostante, intanto, moriva Tiziana Cantone, ennesima vittima della gogna social e del cyberbullismo, del patriarcato e dell’invidia; morivano uomini durante i viaggi della speranza, morivano “poveri cristi” nell’indigenza e nell’emarginazione. In “Ballate per uomini e bestie” di Vinicio Capossela troviamo gli archi di Teho Teardo ma soprattutto la Bulgarian National Radio Symphony Orchestra. Ancora, con vera sorpresa incontriamo la chitarra e l’ingegno di Massimo Zamboni (ex CCCP, proprio lui) nella disturbata Nuove tentazioni di Sant’Antonio che lo stesso Vinicio accosta alla monumentale Punk IslamMarc RibotDaniele Sepe hanno rifinito il tutto, perché dietro questo disco si percepisce un meticoloso lavoro di ricerca e doratura.

Dobbiamo, tuttavia, accantonare l’idea di un’analisi track-by-track, perché quando si parla di Vinicio Capossela niente è scontato né facile. Uro, prima bestia a cui il cantautore dedica le ballate del disco, apre le danze – e questa volta non scomodiamo il vocabolo “danza” con intenti metaforici – e risveglia le pitture rupestri presenti in Calabria, a Papasidero, ma anche il tormento nazista di restituire al mondo una specie estinta nel 1627: il regime nazionalsocialista tentò, tramite i fratelli Heinz e Lutz Heck, di ricreare il bovino estinto, ma con scarsi risultati. Con Uro, Vinicio ci ricorda la bestia divorata con colpa e ricreata con senso di colpa, tra pianoforti che rintoccano come la morte e archi che soffiano come una nenia mortale.

La seconda bestia dell’album è quel bizzarro de cuius de Il testamento del porco, vittima sacrificale che qui viene ripresa da L’eccellenza e trionfo del porco di Giulio Cesare Croce (siamo a cavallo tra il ‘500 e il ‘600) e che si prende la briga di mettere parola su quali parti di lui verranno divorate, visto che lo chiamavano “maiale” da vivo e diventa “porco” da morto, quasi una rivisitazione della condizione dell’uomo che diviene carne da macello quando non può più difendere la sua incolumità, una volta raggiunto l’Altrove. Vinicio lo racconta con ironia, su un arrangiamento che lambisce il country.

La nervosissima Le loup garou canta di quel lupo che rischia di perdere il pelo nel nome del vizio, un vizio che non viene dalla carne ma dalla sudditanza a una legge che non ha scelto, e il suo stato di frustrazione e inquietudine si delinea nei tratti folk, acustici e danzanti del brano, che trovano riposa ne La giraffa di Imola, allegoria di uno stato di cattività che è tipico del circo. L’animale fugge per la città per trovare libertà e ossigeno, ma spaventa gli abitanti che diventano le note del pianoforte. Noi siamo gli archi, gli occhi curiosi che osservano il triste spettacolo, ma siamo anche la giraffa stessa, disorientata dal caos di un mondo disconosciamo.

La prossima bestia di Capossela è l’orso di Di città in città (… e porta l’orso), una goffa ninna nanna che somiglia più a un epitaffio in musica, la colonna sonora di un teatro grottesco che somiglia più allo stanco e maldestro incidere di un grosso animale affaticato da una sorte che non ha scelto. Capossela è l’imbonitore del dolore, uno stato di schiavitù che illude l’uomo di essere padrone, ma lo rende cavia del suo destino suprematista e individualista, sempre alla ricerca di un karma da accusare per le sventure che non verranno: «Se un Dio non c’è più, ecco che Dio sarò io».

L’evirazione al machismo specista de La lumaca ci insegna, con il romanticismo verista di Capossela, quanto potrebbe essere necessario fare ritorno alla lentezza per smettere di rincorrere qualcosa. Archi eleganti e pianoforte accompagnano la storia, un disegno animato sull’innocenza della lumaca, in grado di lasciare una scia, come una cometa, su una foglia.

Il circo itinerante delle bestie è un freak show che gli animali non hanno scelto, perché l’uomo è dotato di parola e – per natura – di etica, la stessa etica che negli anni lo ha fatto assurgere a imperatore degli esseri senzienti, con tutto quel potere che rovina chi non lo detiene. Lo dimostra Il povero Cristo che rinuncia all’uomo dopo averlo visto decidere sulla sorte di un fratello, quel messia che preferisce lo strazio della crocifissione a quello dell’odio e dell’indifferenza dei suoi figli, fratelli e seguaci.

Quando ascoltiamo La peste ci sembra di rivedere le fiaccole danzanti de Il ballo di San Vito, se ci fermiamo alla ritmica decadente e apotropaica, ma ciò a cui Vinicio dà voce non è un rituale arcaico, ma il silenzio di una condizione che ci rende automi, cattivi e cinici: la parola “twist” diventa “tweet”, alterando il titolo di Let’s twist again di Chubby Checker, canzone storica che qui viene resa stoica per una novità che vede Capossela ricorrere a parole come “hashtag”, “food porn” e “revenge porn”, ma soprattutto all’autotune e al vocoder per farsi beffe delle nuove correnti verbali e sonore.

Danza macabra è il monito per chiunque distingue un “noi” da un “loro”, perché la morte è il fatto più democratico della storia del mondo, colpevole e meritevole di non fare distinzioni tra chiunque porterà con sé. Allestita con un arrangiamento degno del più dilaniante Grand GuignolDanza macabra è la marcia funebre, la taranta, l’estrema unzione che profuma di Tim Burton.

Il genio e la sensibilità di Oscar Wilde risorgono con Ballata del carcere di Reading, con rime che hanno gli stessi tentacoli di Fabrizio De André e un messaggio che ha lo stesso sapore che il poeta irlandese ci regalò nelle sue riflessioni sulla pena di morte, ispirate da quel momento in cui vide l’impiccagione del poeta Woolridge mentre si trovava detenuto al carcere di Reading. Chitarre e archi si rincorrono per vestire di mestizia e turbamento un canto intenso e ispirato.

Nuove tentazioni di Sant’Antonio è la Punk Islam di questo secolo, e lo dobbiamo alla partecipazione delle chitarre di Massimo Zamboni che ci fanno ardere nel fuoco di un inferno in musica, un mondo in cui la dubbia morale spirituale del sacrificio degenera nella scelta materiale: «Al posto del miracolo una fila di slot machine», e l’invettiva è contro quel cattolicesimo web di chi professa il perdono e la fratellanza ma mantiene un rapporto bondage con denaro, eccessi e lussuria.

Fiabesca e inumana, La belle dame sans merci è la trasposizione di un componimento che il poeta inglese John Keats scrisse nel 1819.  Lontano dall’Inno alla bellezza di Charles Baudelaire, La belle dame sans merci racconta la pericolosità del piacere visivo, l’inganno di una bella creatura e la desolazione di un cavaliere vittima della trappola tesa da una fanciulla.

“Ballate per uomini e bestie” di Vinicio Capossela ha scomodato Keats, Wilde e Cesare Croce, ma non basta: Perfetta letizia dà nuova voce a Francesco D’Assisi e ci ricorda quanto disse nei suoi “Fioretti” circa l’importanza di sopportare ogni dolore per dare un senso al sacrificio di Gesù Cristo. Lo fa con una ballata, l’ultima per gli uomini, un canto leggero e un’atmosfera notturna, per darci tutti gli strumenti utili a questa riflessione.

I musicanti di Brema chiude il cerchio ed è l’anello di congiunzione tra le ballate per gli uomini e quelle per le bestie: liberamente ispirata dalla favola dei fratelli Grimm, è il momento più spensierato e divertente del disco. Il mondo animale incontra quello degli uomini quando un gallo, un gatto, un cane e un asino fuggono dalla loro condizione per recarsi a Brema e suonare in una banda, ma nel loro cammino irrompono in una casa abitata da briganti, li spaventano e li mettono in fuga. Capossela rende il suo tributo con una musica da circo – il suo stile più caratteristico – con fiati e clima festante per celebrare la vittoria dell’animale sull’uomo.

“Ballate per uomini e bestie” di Vinicio Capossela è un’opera ruvida e pungente, perfetta per raccontare il nostro tempo e ricordarci l’importanza della cultura, forse l’unico aspetto che ci rende più senzienti rispetto agli animali, ma che siamo in grado di distruggere quando diamo voce all’odio, alla sete di potere e all’egoismo.

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