Tuca & Bertie su Netflix è un inno all’amicizia in un universo impietoso verso le trentenni (recensione)

La nuova serie animata di Lisa Hanawalt colpisce nel segno senza però avvicinarsi ai picchi più acuti e stazianti raggiunti da BoJack Horseman.

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Presentare Tuca & Bertie come la serie cugina di BoJack Horseman sarebbe semplice. Forse troppo semplice. Perché Tuca & Bertie, su Netflix da alcune settimane, ha una sua identità e qualsiasi raffronto ne ridurrebbe la portata. Al timone di questa nuova serie animata c’è Lisa Hanawalt e il suo desidero di dar vita a un progetto basato sull’amicizia al femminile. Le protagoniste di questo viaggio surreale nella città di Bird Town sono proprio Tuca e Bertie: la prima è un tucano allegro, chiassoso, pronto ad affrontare di petto ogni situazione; la seconda è un usignolo responsabile, deciso, eppure schiavo di manie e insicurezze.

Come in tante altre storie del genere, le due si completano secondo il tradizionale concetto di yin e yang. Nel loro piccolo mondo si inserisce anche Speckle, fidanzato di Bertie, un tipo calmo e paziente, anche se terribilmente regolare. La sua ossessione – mascherata da ragionevolezza – è far scorrere il prima possibile la sua vita con Bertie sui binari della convivenza, dell’acquisto di una casa, della costruzione di qualcosa. Ma Tuca e Bertie sono due perfetti esemplari di millennial e le cose, per loro, non sono destinate ad andare lisce come l’olio.

Tuca ha un passato di storie da una notte, legami familiari inesistenti e dipendenza dall’alcol, quest’ultima superata da appena sei mesi. Il suo presente è un susseguirsi di lavoretti inconcludenti figli della gig economy, malattie veneree, responsabilità eluse e incertezza sul futuro. Non riesce a trovare un lavoro vero e neppure a tenerselo, si rifiuta di pensare alla sua vita come accettazione dell’età adulta e trova difficile prendere qualsiasi decisione. Ha un chiaro rapporto di codipendenza con Bertie, che ne è la parte ragionevole, la implora di prendersi cura di sé, di essere un po’ più indipendente e razionale.

Non che Bertie abbia davvero capito cosa fare della sua vita, comunque. La quotidianità solida, il lavoro d’ufficio, il rapporto di lunga data con Speckle non sono abbastanza per spazzare via le sue tante insicurezze. Innanzitutto è incapace di alzare la voce e farsi valere sul lavoro, dove non riesce a proporsi per un incarico per il quale è più che qualificata. Poi accetta passivamente che il collega galletto – in tutti i sensi – Dirk le rubi le idee durante le riunioni e faccia commenti inappropriati sul suo abbigliamento.

Inoltre sembra non prendere seriamente in considerazione lo stato della sua salute mentale, perché si limita a subire gli effetti dell’ansia sociale e degli attacchi di panico. Infine non trova il coraggio di ammettere dinanzi a Speckle di essere spaventata dalla piega adulta che ha preso il loro rapporto, e annoiata dalla loro routine sotto le coperte. Tuca, per lei, è uno stimolo a sfidare i limiti, ad agire nonostante la paura, a esplorare sentieri nuovi per risolvere creativamente i problemi.

E ne incontrano, di ostacoli, nei dieci episodi di questa prima stagione. Ognuno degli scogli contro i quali rischiano di scontrarsi diventa lo strumento per esaminare le difficoltà che affliggono eserciti di trentenni. Ci sono le ristrettezze economiche, insormontabili quando tocca accontentarsi di lavoretti malpagati trovati su un’app. Ci sono le pressioni di partner onesti, ma sottilmente prevaricanti, che pianificano il futuro dando per scontato che la convivenza implichi piani immediati per il passo successivo.

Ci sono i comportamenti inappropriati degli uomini, che siano i colleghi abituati ai commenti un po’ spinti sull’abbigliamento, i capi che sfruttano la propria posizione per equivoci giochi di potere o gli estranei che in strada rivolgono attenzioni non desiderate. E ci sono le tensioni della vita in genere, che si accumulano e mettono a rischio proprio il rapporto d’amicizia che dovrebbe essere una fonte di stabilità.

Tuca & Bertie su Netflix, insomma, non può che suscitare l’empatia immediata del pubblico al quale si rivolge, quello femminile, assoluto protagonista di un mondo non benevolo ma neppure propriamente tragico. Ciascuno dei temi affrontati dalla serie, infatti, viene in qualche modo alleggerito dal ricorso a espedienti tipici delle sitcom. Si va dagli appuntamenti imbarazzanti alla routine casalinga con il partner, dalle dinamiche ripetitive della vita in ufficio alle uscite per commissioni banali che prendono poi una piega inattesa.

Altrettanto peculiare è l’universo di Bird Town, un luogo surreale storpiato da architetture impossibili e popolato di animali antropomorfi, piante umanizzate, elettrodomestici dotati di personalità proprie. Il tutto è reso ancora più psichedelico dall’uso di colori forti, spesso contrastanti, e da animazioni rétro o in stop motion.

La surrealtà dell’ambientazione investe anche i luoghi urbani in senso stretto, dove per esempio i vagoni della metro sono serpenti o lumache, e lascia spazio a una serie di intelligenti giochi di parole sugli uccelli. Tra questi l’azienda in cui Bertie lavora (Conde Nest), il social network per eccellenza (Facebeak), la serie tv in stile Downton Abbey che guarda con Speckle (Nests of Netherfeld) e una miriade di etichette, insegne, prodotti che vanno pescati con calma sullo sfondo e goduti con il riguardo che meritano.

In principio Tuca & Bertie su Netflix richiede una certa pazienza – soprattutto per accettare che, no, non è una costola di BoJack Horseman –, ma la ripaga col passare degli episodi. Un po’ alla volta riesce ad affermarsi come una rappresentazione tenera e onesta dell’amicizia al femminile, una consolazione fra le delusioni e le difficoltà di una vita che è sempre meglio non affrontare da soli. Come ci avevano già insegnato Abby e Ilana in Broad City.

Concludiamo riproponendo il trailer di Tuca e Bertie, su Netflix dal 3 maggio e in attesa di un eventuale rinnovo.

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