La bellezza della musica di Simona Molinari salverà il mondo

Questo articolo è un appello personale a Simona, sperando possa uscire con un nuovo album il prima possibile. Voi cercatela, scopritela, ascoltatela.

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La bellezza di Simona Molinari salverà il mondo. Ma prima vi devo parlare di altro.

Se vi fosse mai capitato di vedere un qualche film americano che ruota intorno a una qualche inchiesta, da I tre giorni del Condor (che poi nel libro  di James Grady erano sei, ‘sti benedetti giorni del Condor) o Il caso Sportlight avrete sentito dire della “Regola delle cinque w del giornalismo”. Nello specifico Who, cioè Chi, What, cioè Cosa, When, cioè Quando, Where, cioè Dove e infine Why, cioè Perché. Tutte domande, quindi da pensare col punto interrogativo subito dopo le cinque paroline che iniziano, in inglese, per W. Sono le regole, questo ci hanno insegnato quei film, e più in generale questo ci dice chi si occupa di giornalismo, che dovrebbero guidare chiunque faccia informazione. Una sorta di guida pratica per chi vuole scrivere un articolo efficace.

Ce ne sono altre, ovviamente, meno spettacolari di queste cinque, perché sfiga vuole non siano riassumibili in una sola parola, e men che meno in una sola parola che comincia per W.

Tipo, non si deve mai scrivere articoli troppo lunghi, specie se si scrive in rete. L’attenzione massima, ci dicono quelli che si occupano di traffico e permanenza sulla pagina, dura in un lasso di tempo tra i ventotto e i trentotto secondi, ma ci sono anche un sacco di persone, e fanno anche quelle media, che restano in una pagina meno di cinque secondi, giusto il tempo di cliccare e passare oltre. Quindi pezzi brevi, intorno alle duemila battute. Per capire di cosa sto parlando, giornalismo for dummies, quelle che avete letto fin qui sono millecinquecento battute, quindi dovrei passare ai saluti.

Altra regola, il giornalista non deve mai finire in prima persona dentro i propri articoli, non si deve usare la prima persona singolare, possibilmente ci si deve limitare a riportare i fatti, senza esprimere giudizi o opinioni personali.

Chiaro, gli editorialisti, come i critici di varia natura, sul fronte dell’esprimere le proprie idee, nello specifico i propri pareri, sono esentati dal rispettare questa regola non scritta, li pagano per questo del resto, ma su tutte le altre regolette non ci sono cazzi, toccherebbe rispettarle.

Ora, superate le duemila battute di cui sopra, fanculo la regola dell’essere concisi, passo a spiegarvi perché anche di tutte le altre regole, in genere, poco mi curo. Perché le regole in questione, non a caso indicazioni, non vere e proprie regole, si basano sulla neutralità generica di “chi fa giornalismo”. Non tengono, cioè, conto delle peculiarità dei singoli.

Credo non sia un segreto paragonabile a quelli di Stato o a quelli legati a certi miracoli, tipo Fatima, che io tenda a essere piuttosto lunghetto nei miei pezzi. Lo sono per scelta, perché ritengo che fermarsi a leggere, ogni tanto, non sia affatto male, e perché i giornali per cui scrivo sono ben felici che il lettore si fermi più di qualche secondo su una determinata pagina. Tendo anche, pure questo suppongo non passi inosservato, a usare costantemente la prima persona, singolare, principalmente, ma a volte anche plurale, facendomi portavoce di una comunità che, forse, esiste solo nel boschetto della mia fantasia, e siccome mi è chiaro che parlare in prima persona è sempre rischioso, perché tende a essere sempre un po’ divisivo, non mi limito a questo, ma finisco per essere in qualche modo sempre coprotagonista delle storie che racconto. Anzi, ultimamente direi che tendo a essere più protagonista dei veri protagonisti delle storie, ma qui mi toccherebbe andare a portarvi in un terreno che forse è davvero troppo distante dal focus di questo articolo. Perché, ve lo dico in poche parole, il fatto che io sia dentro i miei articoli, fatto che è appunto parte integrante, se non portante, del mio stile, non è affatto detto che corrisponda al vero. Cioè, non è detto che l’io che leggete nei miei articoli corrisponda al mio vero io, come la voce narrante di un romanzo non necessariamente coincide con quella del narratore. Scrivere significa praticare una finzione, sempre. Il fatto è che, dovendo continuamente traslare, cioè evocare per lasciare intendere, mi risulta più semplice farlo usando un personaggio, e il fatto quel personaggio sia io, va beh, è stata la scelta più semplice, nonché immagino anche quella che funziona meglio da un punto di vista di marketing. Sto parlando troppo. O sto facendo finta di parlare troppo per creare una complicità con voi, vatti a fidare di chi scrive.

Sia come sia, questa faccenda dell’essere dentro i miei articoli, di esserci spesso in compagnia anche dei miei cari, di dichiarare pubblicamente quali, nello show business, sono i miei amici, e volendo anche quali sono quelli che mi stanno sul cazzo e a cui sto sul cazzo, ha fatto sì che il mio personaggio, io appunto, prendesse delle connotazioni ben precise. Connotazioni che non credo sia il caso di sottolineare, tanto per non cantarmela e suonarmela da solo ulteriormente. Questo ha quindi reso possibile che io esternassi pubblicamente anche alcune situazioni che, in genere, tendono a rimanere private. Tipo quando Maria De Filippi mi ha convocato a Roma per conoscermi e in qualche modo cercare di capire come io potessi collaborare con lei. È successo esattamente due anni fa. Incontro che ho raccontato in un articolo di cui a breve vi dirò, piuttosto diretto. Il titolo era questo: “Due o tre cose per resistere alla ‘Tv di merda’: meno talent, più Simona Molinari”. Articolo piuttosto diretto a partire dal titolo, quindi, che evidentemente non è suonato però abbastanza diretto, se è vero, ed è vero, che l’anno scorso si è riproposta esattamente la stessa situazione, sotto Sanremo, fatto che ho raccontato in un altro articolo dal titolo “La musica è finita, gli Amici se ne vanno”, in cui spiegavo perché non sarei andato a bullizzare e illudere i concorrenti del talent targato Fascino Srl. Quest’anno, evidentemente buona la seconda, nessuno si è fatto vivo, e non ho neanche dovuto pubblicare la classica foto di me riverso sul divano, un evidente livido sul braccio sinistro, come di chi si è da poco fatto una pera, per esternare il mio fastidio nel seguirlo. Avanti tutta.

Tornando a noi, e siamo già oltre le seimila battute di incipit, James Grady suca,  in quel primo articolo, i titoli si trovano lì apposta per dire abbastanza di quel che si trova poi nel pezzo, anche se spesso inducono a credere ci sia altro, generando il noto modus del clickbait, ecco, in quel titolo, veritiero, provavo a fare quel che in genere provo sempre a fare nei miei articoli, chiamatela poetica o come vi pare, cioè a contrapporre il brutto di cui parlo, il brutto di cui spesso sono costretto a parlare perché troppo brutto, e perché a parlare del brutto si fa sempre del bene, e perché, lo so, mica sono nato sotto un fungo, io vengo identificato come quello che parla sempre di cose brutte, si tratti di stroncare un disco di un big o di attaccare il sistema, ecco, in quel titolo provavo a contrapporre al brutto, la “tv di merda”, il bello, perché è del bello che in fondo mi interessa parlare, fosse per me, vivessi cioè in un mondo giusto, di quelli dove ognuno può fare quel che vuole, girare nudo per strada compreso, fosse per me parlere solo del bello, intendendo con bello la bella musica, ovviamente.

Il bello, nel pezzo in specifico, era impersonato da Simona Molinari, dal suo modo di attraversare la musica, in bilico tra pop e jazz, occhi puntati sullo swing in salsa contemporanea. Facevo esattamente questo giochino, in quel pezzo, partivo parlando di Amici e chiudevo spingendo i lettori a andarsi a cercare le canzoni di Simona Molinari, con una attenzione particolare al suo spettacolo di allora, Ella, dedicato a Ella Fitzgerald.

In conclusione di quel pezzo, ripeto, uscito due anni fa, imploravo Simona Molinari di non farci aspettare troppo prima di tirare fuori il suo prossimo album, lasciando noi orfani della sua musica, e di conseguenza della bellezza che contrapponevo al brutto di Amici.

Ora, io sono una persona buona e cara, nonostante quello che si dice in giro. Lo so, tendo anche io a dipingermi come uno stronzo, ma è la famosa faccenda di Jessica Rabbit, non fatemela spiegare di nuovo. Io sono buono e caro, fidatevi di chi vi ha poche righe fa detto che la scrittura è finzione, sono buono e caro ma Amici ha fatto in tempo a arrivare alla sua sedicesima edizione, praticamente finita, e dell’album di Simona Molinari ancora non abbiamo notizia.

Certo, sono usciti due singoli, Maldamore, ormai diversi mesi fa, e più recentemente la bellissima Parlami, contenuta anche nella colonna sonora del primo film da attrice di Simona stessa, C’è tempo, scritto e diretto da Walter Veltroni. Nel mentre c’è anche stata la parentesi televisiva con La repubblica delle Donne, programma di Piero Chiambretti. Ma lì, in quell’articolo in cui, sostanzialmente, dicevo a Maria De Filippi che non sarei mai entrato nella sua corte, mettendo in scena quella che tecnicamente una sorta di seppuku, il suicidio rituale giapponese, quello, per dire, con cui si è tolto di mezzo Yukio Mishima, e qui da noi Emilio Salgari, ecco, in quell’articolo lì, e siamo oltre le novemila battute, Salgari suca anche tu, io imploravo Simona Molinari di non farci aspettare troppo a far uscire un nuovo album, mica a fare un film o a fare televisione. Implorazione, per altro, e torno a parlare di me, ormai sarete storditi e posso farlo senza correre rischi, che avevo anche avuto modo di fare dal vivo, a Castelfidardo, a settembre. Quando proprio con Simona e Sergio Caputo, altro gigante del pop che flirta col jazz e lo swing, ho avuto il piacere di chiacchierare pubblicamente durante l’inaugurazione del PIF, il Premio Internazionale della Musica. Anche di questo ho parlato a suo tempo, perché nottetempo Simona si era fermata a cantare Besame Mucho, scena che, non potevamo ancora saperlo, avremmo poi potuto ammirare, il verbo ammirare non sta lì per caso, in C’è tempo, il film. Anche allora, era settembre dell’anno scorso, evocavo l’imminente uscita del nuovo album.

Ora, siamo a fine maggio 2019.

Simona, parlo direttamente a te, tanto si è capito che con gli articoli faccio un po’ come cazzo mi pare. Simona, il tuo album di inediti risale al 2013, Dr. Jekyll Mr Hyde. Del 2015 è il tuo album di cover, Casa mia. Siamo nel 2019, anzi, metà anno se n’è ormai andato, che vogliamo fare? Aspettiamo un altro po’?

Ci diventiamo vecchi, qui.

Dai, non farmi innervosire, che poi sono costretto a andare al concerto di Laura Pausini e Biagio Antonacci a San Siro e scrivere una stroncatura di quelle che alimentano la falsa credenza che io sia stronzo. Mica sarebbe colpa mia, in caso, ma tua. Laura, Biagio, sappiatelo.

A parte gli scherzi, siccome la bellezza salverà il mondo, lo diceva Dostoevskij, non io, almeno di lui ti puoi fidare, e siccome mai come oggi il mondo ha bisogno di essere salvato, cara Simona, vedi un po’ tu cosa puoi fare. Noi siamo qui che aspettiamo speranzosi. Soprattutto Laura e Biagio, si intende.

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