Viva i Negrita, il rock è vivo! I cantantini piangono ma loro no

Sono stato al concerto dei Negrita: hanno tenuto il palco come solo loro sanno fare, facendo del rock 'n' roll di primissima qualità, clamorosamente bello. Oggi di gente così ce n'è poca in giro.

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Prima di leggere dei Negrita, oggi dovrete giocare con la fantasia. Lo so, in teoria dovrei essere io, quello che sta scrivendo questo articolo, a dover mettere qui, una dietro l’altra, le parole che vi servono a materializzarvi davanti agli occhi lo spettacolo che intendo raccontarvi, ma non mi è possibile, per cui dovrete sforzarvi un po’ anche voi. E non mi è possibile, lasciatemi dar prova di sufficiente autostima, non tanto per mie incapacità professionali, ma perché quel che sto per raccontarvi non esiste, e se voi non siete disposti a accettare con me un patto unilaterale che pretenda una sorta di fiducia cieca, come di chi legge un romanzo di fantascienza, non andiamo da nessuna parte.

Bene, chiarito questo possiamo cominciare.

Immaginatevi un prato verde, tagliato in maniera ordinata, l’erbetta molto bassa, uniforme. Ci sono delle linee bianche a delimitarne una porzione piuttosto grande, fatte sembrerebbe con una polvere bianca. Sono linee geometricamente proporzionate, dei rettangoli posti dentro un rettangolo più grande, con anche dei cerchi e dei semicerchi.

Dovete però concentrare la vostra attenzione verso la metà del rettangolo più grande. Lì c’è una riga che taglia questo rettangolo a metà, e proprio in mezzo a questa riga c’è un cerchio, non troppo grande.

Ecco, ci siamo. Concentratevi su quella porzione di spazio lì. E, adesso viene la parte più complicata, quella nella quale dovete sforzarvi ulteriormente, immaginatevi che ci siano una serie di ragazzi stesi a terra, a pancia sotto, prevalentemente, le mani a coprire la faccia. I corpi di questi ragazzi, vestiti tutti uguali, poi diremo come, sono attraversati da singhiozzi, come se stessero piangendo.

Ci siamo quasi, eh, tranquilli.

Ora immaginatevi le facce che si trovano dietro quelle mani, strette evidentemente a coprire per pudore le lacrime. No, non vi sto chiedendo di immaginarvele così, giocando del tutto di fantasia. Cioè, dovete giocare di fantasia, certo, ma perché dovete pensare di conoscere tutti quei ragazzi, uno a uno. Non di persona, certo, ma di nome. Uno è Calcutta, irriconoscibile senza il suo cappello e il K-Way, certo, ma è indubbiamente Calcutta. Un altro è Gazzelle, col suo taglio di capelli con la frangetta corta e il parka verde, come Liam Gallagher. Un altro è Ghali, si capisce perché è vestito come se uscisse da una scena di Pimp di Iceberg Slim, e perché è decisamente più alto degli altri. Lui piange e i dreadlocks si intrecciano alle mani che coprono il viso. Quello coi capelli fucsia è evidentemente Sfera Ebbasta, chi altro potrebbe essere se no? Poi ci sono i tre TheGiornalisti, cioè Tommaso Paradiso e Coso e Tizio. Ci sono i vari Rkomi, Mostro, Tedua e compagnia cantante, ma qui vi basta immaginare i nomi, perché immagino che anche voi non abbiate idea di chi cazzo sono. Ci sono pure Ultimo, che riconoscete più che altro dai tatuaggi, e Liberato, che invece non potete immaginarvi, perché una faccia non ce l’ha.

Sono tutti lì, le mani davanti alla faccia, che piangono. E dire, ma qui andiamo apparentemente fuori tema, sempre che un tema quel che state leggendo ce l’abbia, che stando a quel che si dice in giro dovrebbero essere tutti felici, perché tutti si portano a casa certificazioni come se piovesse, perché partecipano ai Festival, sono diventati famosi così, da un minuto al minuto dopo. Ma piangono, e piangono forte.

Ora immaginate che il vostro sguardo sia quello di una telecamera e provate a allargare l’immagine da quella piccola porzione di prato in cui avete concentrato la vostra fantasia fino a ora. Zoomate allargando l’immagine e vedete che tutto intorno ci sono degli spalti, e che quindi quel prato verde altro non è che un campo da calcio. Spalti in cui ci sono ragazzi, prevalentemente piuttosto giovani, che piangono come i cantanti, e ci sono altri, un po’ più grandicelli, che festeggiano. Ce ne sono anche lì sul campo, di uomini che festeggiano. Uno cammina facendo strani gesti con le gambe, alzandone in continuazione una, la sinistra. È vestito di bianco, ma ha stivali da cowboy e i baffi come Willy De Ville. Un altro ha una elegantissima giacca di broccato, e so che nello scriverlo starò dicendo un’eresia. È comunque molto elegante, sembra una versione ringiovanita di Ron Wood degli Stones, solo molto più giovane. Un altro è pelato e porta un paio di occhiali da sole, si muove dinoccolato, giocando coi fianchi e con le mani, mani che stringono due di quei cosi con cui si tiene il tempo, un tamburello e un aggeggio dal nome non facilmente identificabile per chi non sia solito frequentare i negozi di strumenti. Ce ne sono altri tre di tipi, uno col cappello da cowboy, uno più giovane con una coda sopra la testa, il terzo più normale, ma con l’aria di chi se c’è da menare mena, a tempo.

Ora potete mettervi comodi, l’esercizio di fantasia che vi ho richiesto termina qui.

Il fatto è che ieri sono andato agli Arcimboldi a vedere i Negrita in concerto. Un concerto presentato come acustico, lì per festeggiare venticinque anni di storia. Quindi un concerto, è dei Negrita che stiamo parlando, tutto giocato sulle chitarre. Come dire, qualcosa che sulla carta dovrebbe suonare fuori moda, fuori tempo, fuori tutto. Perché oggi va la trap, va l’indie, vanno i suonini finti del cazzo. Perché il rock è morto, perché le chitarre non servono più, ci sono i plugin e i programmi che con un tablet ci fanno fare un disco. Perché i Negrita su Spotify non sono mica forti come una di quelle cagate che escono dalla Island, per rimanere alla loro casa discografica, la Universal, vuoi mettere una qualsiasi loro canzone con una bomba come Calipso?

Ecco, il fatto è che ieri sono andato agli Arcimboldi a vedere i Negrita in concerto, e ho visto un concerto clamorosamente bello. Loro, i Negrita, hanno tenuto il palco come solo loro sanno fare, facendo del rock ‘n’ roll di primissima qualità seppur partendo da una base acustica, quindi da seduti, figuratevi, e con un po’ meno elettricità del solito, con un pubblico che ha cantato tutte le canzoni, pieno fino al limite gli Arcimboldi, dimostrando come Milano sia una città molto accogliente, fanculo Salvini. Proprio Pau, per altro, ha dedicato una strepitosa Sale al nostro Ministro della Difesa, sbattendosene di ipotetici mugugni di qualche leghista capitato lì per sbaglio, del resto è aretino, che gli frega di essere politicamente corretto. Uno spettacolo assoluto, con Drigo a gigioneggiare con la sua solista, elettrica, a volte, acustica altre, non lesinando passaggi al piano o all’Hammond. Con Mac a tenere le fila della ritmica, perché un buon brano rock non può prescindere dalla tessitura e dalla trama, a volte passando all’ukulele, ma quasi sempre all’acustica. Con Pau a cantare e a cantare di noi, donne e uomini presenti lì, cresciuti con i ragazzi della band e con le loro canzoni. Canzoni, e qui torniamo alla scena iniziale, che dimostrano come Spotify, la faccenda dello streaming, della musica liquida, dei brani che non devono più avere le chitarre, del rock che è morto e viva il trap, sono tutte cazzate.

Spiace dirlo, perché bisognerebbe sempre guardare con affetto alle nuove generazioni, ma se anche loro, i giovani, stanno lì a correre, fare, metterci le energie che non possono non avere, e grazie al cazzo, sono giovani, un po’ come l’Ajax che ha provato a far fuori il Tottenham andando a espugnare Londra, ecco, se anche loro, i giovani, stanno lì a correre, fare, metterci le energie che non possono non avere, è con l’esperienza, l’arte, l’attitudine rock che alla fine si vincono le partite e si lascia loro, quei ragazzini che pensavano di avere la vittoria in pugno, per terra a piangere, disperati, quasi teneri.

Per lavoro vado praticamente tutte le settimane a vedere concerti, da una ventina d’anni. A volte anche più volte a settimana. Spesso. Ma di gente come i Negrita, in giro, ce n’è poca. Parlo di attitudine, certo, ma anche di classe e di saperci fare.

Ragazzini, non piangete troppo, in fondo siete giovani e avrete modo di rifarvi un’altra volta. Andate piuttosto a riprendervi le chitarre messe troppo presto in soffitta. Il rock è vivo, viva i Negrita.

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