Da The L Word a The Fosters, 5 serie a tema LGBTQ da (ri)scoprire nella giornata mondiale contro l’omotransfobia

Diffondere contenuti inclusivi su mezzi popolari come la televisione o le piattaforme di streaming è un ottimo modo per contribuire alla lotta contro ogni forma di discriminazione.

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Dopo una lunga battaglia da parte della comunità LGBTQ, il 17 maggio del 1990 l’OMS ha finalmente depennato l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali, arrivando a definirla una variante del comportamento umano. A distanza di tanti anni la data resta ancora fondamentale per la comunità, al punto che proprio il 17 maggio si celebra la giornata mondiale contro l’omotransfobia.

La strada per una piena accettazione e non-discriminazione è ancora lunga. Vanno fatti passi in avanti da ogni punto di vista, incluso quello culturale, e in un’epoca in cui la cultura si fa anche con mezzi popolari come la televisione, la rappresentazione delle persone LGBTQ è un tema sempre più pressante.

In uno scenario televisivo ancora non abbastanza popolato di storie queer, spiccano comunque delle ottime serie a tema LGBTQ che alternano l’intrattenimento ai contenuti didattici. Questa ci sembra la giornata ideale per celebrarne alcune.

The L Word

Quando parliamo di serie a tema LGBTQ, The L Word è il drama per eccellenza. Trasmessa su Showtime dal 2004 al 2009 e pronta a tornare in onda sulla stessa rete sul finire del 2019, The L Word segue le vite quotidiane di un gruppo di donne LGBTQ nel quartiere di West Hollywood, a Los Angeles.

Il cast, arricchitosi nel corso delle stagioni, ha visto nel suo nucleo originario delle donne diventate simbolo di un’epoca e paladine della rappresentazione della comunità in tv. Parliamo di Jennifer Beals (la sciupafemmine Bette), Laurel Holloman (la compagna Tina), Katherine Moennig (l’androgina, amatissima Shane), Mia Kirshner (l’altrettanto odiata Jenny), Erin Daniels (la sfortunata tennista Dana) e Leisha Hailey (la giornalista Alice).

Nonostante lo scorrere del tempo abbia lasciato emergere i difetti di The L Word, non c’è dubbio che in anni di scarsa rappresentazione come quelli in cui è andata in onda la serie sia riuscita egregiamente ad affrontare importanti temi legati all’universo femminile, omosessuale e non, dall’inseminazione artificiale al coming out, dalla malattia al tradimento.

Queer as Folk

Queer as Folk è un altro grande classico andato in onda su Showtime tra il 2000 e il 2005. La serie, adattamento dell’omonima produzione britannica, è ambientata a Pittsburgh e ha per protagonisti Brian Kinney (interpretato da Gale Harold), il giovane Justin Taylor (Randy Harrison), gli amici Michael Novotny (Hal Sparks), Emmett Honeycutt (Peter Paige) e Ted Schmidt (Scott Lowell), e un intero popoloso universo di personaggi secondari.

Anche in questo caso abbiamo davanti una serie capace di affrontare temi di una certa rilevanza in un periodo storico molto meno aperto di quello attuale. In cinque anni, infatti, Queeer as Folk ha esplorato il coming out, il matrimonio gay, l’adozione da parte di coppie omosessuali, la sieropositività, la discriminazione e le aggressioni dovute all’orientamento.

Come molte delle prime serie a tema LGBTQ, anche Queer as Folk non può definirsi perfetta, ma certo è riuscita a portare avanti le proprie istanze in modo franco, talvolta irriverente, riuscendo nelle ultime stagioni ad ampliare il proprio orizzonte a un più vasto scenario sociopolitico.

Orange is the New Black

Lungi dall’essere una rappresentazione romantica delle tematiche LGBTQ, Orange is the New Black è diventata comunque un punto di riferimento per la comunità, non fosse altro che per la popolarità che ha saputo dare a un gruppo così ampio di donne lesbiche, bisessuali, transgender.

In streaming su Netflix dal 2013 e in attesa di un’ultima stagione, questa dramedy targata Jenji Kohan è ispirata all’autobiografia di Piper Kerman, Orange is the new black: my year in a women’s prison. Non solo, al momento è la serie originale Netflix con il maggior numero di visualizzazioni nella storia della piattaforma.

La storia, poi evolutasi in una miriade di sottotrame e storyline diverse, prende le mosse dalle vicende di Piper Chapman (Taylor Schilling), costretta a scontare una pena di 15 mesi nel penitenziario di Litchfield. Qui la sua vita si incrocia a quella di moltissime altre donne, inclusa la sua ex ragazza Alex Vause (Laura Prepon) e una serie di detenute che con le loro interpretazioni hanno regalato agli spettatori personaggi ai quali affezionarsi e verso cui empatizzare. Su tutti, Suzanne Warren (Uzo Aduba), Nicky Nichols (Natasha Lyonne), Taystee Jefferson (Danielle Brooks), Lorna Morello (Yael Stone), Red Reznikov (Kate Mulgrew).

Il grande pregio di Orange is the New Black, nonché il motivo per cui è stata tanto apprezzata dalla critica, è quello di aver umanizzato una categoria di individui facilmente classificabili come reietti – i detenuti – ed essere stata in grado di portare sullo schermo donne di origine, colore, orientamento, religione, costituzione fisica diversa.

A consacrare la serie sono arrivate anche decine di Emmy Awards, 16 per l’esattezza, alcuni Golden Globes e un Peabody Award.

The Fosters

The Fosters è un drama firmato Peter Paige e Bradley Bredeweg e andato in onda su Freeform tra il 2013 e il 2018. La storia è quella della famiglia Foster, formata dalla coppia lesbica Stef (Teri Polo) e Lena (Sherri Saum) e dai cinque figli naturali e adottivi, Jesus (Noah Centineo), Jude (Hayden Byerly), Brandon (David Lambert), Callie (Maia Mitchell), Mariana (Cierra Ramirez).

Pur scivolando spesso in sviluppi da soap, The Fosters ha avuto il gran pregio di presentare a un pubblico anche molto giovane dei contenuti didattici nella loro complessità. Per la prima volta, innanzitutto, si è messa al centro di una serie televisiva una famiglia in cui i genitori sono una coppia di donne. A partire da questo si sono affrontati tutti i temi legati alle difficoltà lavorative, economiche e soprattutto familiari, dovute all’inevitabile complessità di far crescere cinque figli.

Un altro grande risultato della serie è stato quello di riuscire a mettere in evidenza i problemi, i traumi, i dubbi e le esigenze dei ragazzi abbandonati o sballottati da un affido all’altro, senza mai la garanzia di poter trovare una famiglia per la vita.

Pose

Non possiamo che concludere questa breve lista di serie a tema LGBTQ con Pose, il rivoluzionario drama creato da Ryan Murphy, Brad Falchuk e Steven Canals, dall’11 giugno su FX con una seconda stagione. Rivoluzionario, sì, perché mai prima d’ora si era visto un cast con un così alto numero di attrici transgender, perdipiù afroamericane e latinoamericane.

Pose è la storia di queste stesse donne, delle loro vite, dei loro sogni, delle loro infinite sofferenze e difficoltà, e di come riescano a trovare forza e amore tra le luci abbaglianti e i costumi sfavillanti della scena ballroom newyorchese degli anni ’80.

La serie – di certo agevolata dal peso di una figura come quella di Ryan Murphy – ha ricevuto un apprezzamento enorme dalla critica, che ha notato quanta energia, ricchezza, dramma, fierezza, tenerezza si accumulino in ogni singolo episodio di Pose. Il risultato è una rappresentazione onesta di una comunità, quella transgender, più di ogni altra marginalizzata nello storytelling a qualsiasi livello.

A partire dallo schermo, poi, gli astri nascenti del cast – su tutti Indya Moore (Angel) e MJ Rodriguez (Blanca) – hanno acquisito una popolarità tale da poter promuovere con maggior slancio ed energia la visibilità di ogni persona transgender, soprattutto nel complicato contesto socioculturale americano attuale.

Questa non pretende certo di essere una lista esaustiva. Fra le tante serie a tema LGBTQ che hanno favorito la rappresentazione della comunità, però, le cinque che abbiamo scelto ci sembrano uniche e rilevanti, ciascuna a modo loro. Per chi non lo avesse ancora fatto, è arrivato il momento di scoprirle una a una.

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