Addio a Doris Day, resterà per tutti la “fidanzata d’America”

Scompare a 97 anni la celebre star di Hollywood, cantante e attrice di talento ed enorme successo. I suoi film imposero l'immagine d'una donna giudiziosa e pudica, ma nella sua carriera ci sono stati anche altri ruoli, che meritano di essere riscoperti.

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A 97 anni scompare una delle ultime leggende di Hollywood, Doris Day, da molti anni lontana dagli schermi. Nata Doris Mary Ann Kappelhoff a Cincinnati nel 1922, con lei se ne va non solo il volto ma anche la voce che ha dato forma a quell’idea degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta che ancora oggi ci appartiene, ossia di un’epoca immaginata come più ottimista e spensierata, anche incardinata su di un modello di società più conservatore e certamente assai puritano. Infatti lei incarnò il ruolo della “fidanzatina d’America” – benché si fosse sposata la prima volta a 17 anni e avesse collezionato ben quattro mariti – in film che la disegnavano come una giovane donna moderna e attiva, però sempre giudiziosa e pudica, attenta a proteggere le sue virtù dal seduttore di turno, fosse questo il bellimbusto alla Rock Hudson (Il letto racconta, 1959) o James Garner (Quel certo non so che, 1963) o anche il gentiluomo dai bei modi (e sessualmente meno marcati) come David Niven (Non mangiare le margherite, 1960) o Cary Grant (Il visone sulla pelle, 1962).

In realtà la sua carriera è stata più articolata di così: non a caso questi film appartengono a quel periodo, tra il 1959 e 1963, in cui il suo personaggio trovò da parte di produttori e registi la definizione più ferrea, quella che spinse una volta il compositore e attore Oscar Levant a dire, una battuta rimasta celebre, che lui aveva conosciuto Doris Day prima che diventasse vergine. Va detto che proprio attraverso quell’iconico personaggio Doris Day divenne una star del botteghino: addirittura, a seguito dell’enorme successo de Il letto racconta – con cui ottenne la nomination all’Oscar – e fino a tutto il 1963, l’artista con i più alti incassi di tutta Hollywood.

Doris Day era però qualcosa di più: e soprattutto, come già prima accennavamo, era sia volto e voce. Sì, perché dopo le iniziali aspirazioni da ballerina, un grave incidente d’auto l’obbligò a una lunga immobilità, durante la quale, considerata anche la presenza del padre, musicista e insegnante di coro, Doris Day si dedicò al canto, con ottimi risultati. Cominciò a esibirsi alla radio e poi con diverse orchestre, ottenendo il suo primo numero 1 in classifica con Sentimental Journey, nel 1945, un brano uscito quasi alla fine della guerra che divenne una sorta di simbolo della voglia di pace di tutto il paese, reso perfetto grazie alla dizione elegante e il timbro caldo e pastoso dell’interprete.

La tournée nazionale con l’orchestra di Les Brown e i tanti hit accumulati in un solo biennio la imposero all’attenzione del cinema. La Warner la mise sotto contratto per sette anni impiegandola prevedibilmente in film che ne mettevano in luce le doti canore, sin dal primo, Amore sotto coperta (1948) di Michael Curtiz, nel quale si distinse per l’interpretazione di It’s Magic, che ando subito in testa alle classifiche. È vero che Doris Day per tutta la carriera si mosse comunque tra musical e commedia, però tra le sue interpretazioni se ne contano alcune che esulano dall’immagine stereotipa che di lei è rimasta. Nel 1950 è accanto a Kirk Douglas in Chimere di Michael Curtiz, la storia romanzata e drammatica del trombettista Bix Beiderbecke. E se Te per due (1950, ispirato al musical No no Nanette) e La ninna nanna di Broadway (1951) erano le classiche commedie musicali della Warner dell’epoca, Non sparare baciami, strana commistione tra western e musical, vedeva la Day nei panni bizzarri di Calamity Jane, una donna che deve abbandonare i suoi modi ruspanti per sedurre un tenente di cavalleria.

Quando si concluse il contratto con la Warner, Doris Day poté interpretare ruoli più interessanti: Amami o lasciami di Charles Vidor (1955), sulla vera vita dell’attrice e cantante Ruth Etting, un melodramma sorprendente, tutto giocato sull’asse della relazione molto contorta tra una giovane artista arrivista e il suo protettore, un gangster sciancato interpretato da James Cagney; ovviamente il celebre L’uomo che sapeva troppo (1956) di Alfred Hitchcock in cui, bravissima, con James Stewart compone una coppia disperata per il rapimento del figlioletto, ritagliandosi l’esecuzione di una canzone, Que sera sera – che divenne un hit planetario – che era il canale attraverso cui il suo personaggio rendeva concreta l’intensità del proprio legame col bambino; infine Il giuoco del pigiama (1957) di Stanley Donen e George Abbott, apparentemente una semplice commedia musicale, in cui però Doris Day è l’operaia e delegata sindacale d’una fabbrica che ingaggia una battaglia per l’aumento di stipendio con il manager di cui è innamorato, addirittura rendendosi protagonista del sabotaggio dei macchinari.

Come si vede, in questi ruoli Doris Day disegna una femminilità tutt’altro che scontata, dallo spirito indipendente e, anche quando madre, non bidimensionale. Sarà dopo, in quel quadriennio di enormi successi, che il personaggio raggiunse quella definizione di fidanzata d’America rimasta proverbiale. Sicuramente gli accenti negativi con cui la critica da allora in poi ha a lungo recepito quel carattere sono legati al fatto che, a partire dalla metà degli anni Sessanta, i rivolgimenti sociali e il femminismo resero quel personaggio improvvisamente anacronistico e perciò un bersaglio da bollare come vieto e conservatore. E anche lei, forse, cominciò a sentirsi non più sintonizzata sui tempi, come dimostra la rinuncia a un ruolo moderno e controverso come la Mrs. Robinson de Il laureato, che poi fu assegnato ad Anne Bancroft.

Questo comunque non arrestò la carriera di Doris Day, che conobbe anche lontano dal cinema, che da allora frequentò pochissimo, un grande successo televisivo con il Doris Day Show tra il 1968 e 1975, nel quale interpretava una vedova con due figli che viveva in un ranch e lavorava come segretaria nella redazione di una rivista a San Francisco. La sua carriera, enormemente luminosa, però finì lì. Nel 1989 fu insignita del Cecil B. DeMille Award, il Golden Globe alla Carriera: in quell’occasione disse di essere stata lontano dagli schermi troppo a lungo e che “il meglio doveva ancora venire”. Ma nulla accadde. E da allora si occupò solo della sua Doris Day Foundation dedicata alla tutela degli animali.

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