Serena Abrami si reinventa in un nuovo progetto discografico: I Leda

Dopo X Factor, un album con Sony, Sanremo Giovani, dopo aver suonato in lungo e in largo per l'Italia, dopo aver cercato la propria vera vena artistica, Serena Abrami ha messo su una band

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Prima di scrivere di Serena Abrami e i Leda devo fare una breve premessa.

17 luglio 1994, ore 21, Castello di Falconara Marittima.

Ecco, se esiste la possibilità, e quasi mai esiste, di immortalare una data precisa, fino addirittura all’orario, e un luogo preciso, in cui si sia perfettamente manifestata la capacità di una persona di essere un emerito coglione per me è questa data e questo luogo.

Il 17 luglio 1994, alle ore 21, presso il Cinema all’aperto ospitato nella corte del Castello di Falconara Marittima, infatti, ho, credo, toccato l’apice del mio essere (stato, spero) un coglione.

A testimoniarlo, suo malgrado, Marina, colei che allora era, malgrado me, la mia fidanzata e oggi è mia moglie, una ragazzina che frequentava come volontaria il centro presso il quale svolgevo la mia obiezione di coscienza e un povero Cristo di operatore che ha dovuto proiettare il Film Rosso di Krzysztof Kieslowki. Solo per noi. Tre persone per una proiezione d’essai.

Nel mentre, credo in tutte le case, i bar, le piazze d’Italia, si assisteva, increduli, alla prima sconfitta ai rigori in una finale dei Mondiali di calcio. A perdere, di qui l’incredulità, la Nazionale Italiana allenata da Arrigo Sacchi, quella di Roby Baggio, per capirsi, contro il Brasile.

Il mio essere lì, e il mio costringere Marina a essere lì, era proprio una stupida reazione alla massa. Il voler dimostrare, con gesto simbolico in epoca pre-social, quindi a beneficio di stocazzo, ma che in realtà è stato più che altro un gesto naif e idiota, il mio distinguermi. Del resto ero un punk coi capelli lunghi fin sopra il sedere, cinquantanove chili scarsi di peso, una intera estate passata con indosso un paio di pantaloni corti del piagiama Arimo che la stessa Marina mi aveva regalato. All’epoca andavamo spesso a vedere film d’essai, in realtà, e credo ci piacessero pure, in parte. O almeno, parlo per me, in parte mi piacevano.

Certo, essendo quello l’anno passato a fare il servizio civile presso la Tenda d’Abramo, casa di accoglienza per senza fissa dimora, aka dormitorio per senzatetto, proprio lì a Falconara, un anno passato a fare risse, sedare risse, parlare con gente che usciva dritta dritta dai libri di Bukowski, ex Ustascia, ergastolani usciti dopo trentanni di galera, semplici barboni, tutta gente, ripeto, sputata sulle Marche da un libro di Hank, uno dei miei miti allora, uno dei miei miti che proprio allora è morto, come uno degli altri miei miti, Kurt Cobain, così, nel giro di poche settimane, essendo quello l’anno passato a prendermi a cazzotti con questo e quello, un destino altrettanto naif mi spingeva più verso film violenti, come Once Were Warriors, Pulp Fiction, tanto per ritrovare quella dose di adrenalina cui il mio corpo si era evidentemente abituata (adrenalina e birra, credo).

Ma i film d’essai li andavamo a vedere. Passando serenamente da quelli del cinema d’oriente a quelli francesi, da quelli di Aki Kaurismaki a quelli di Jim Jarmrush a quelli d’epoca, alla James Ivory. Il tutto accompagnato da una colonna sonora, invece, che spingeva in tutt’altra direzione. New Wave, perché quella non è mai uscita di scena, e se penso a quante notti passate a pogare sulle note di Rain dei The Cult al Rockade, nelle campagne sotto Osimo, le stesse in cui la famiglia di mio padre era sfollata durante la seconda guerra mondiale, mi vengono ancora i crampi alle gambe, New Wave, quindi, e punk, soprattutto hardcore americano, Hüsker Dü su tutti, i suoni da MadChester, vedi alla voce Stone Roses, gli immancabili Dead Kennedys a rinforzare il concetto di anarchia vs capitalismo, io che ho passato un intero inverno a leggermi il Capitale di Marx in biblioteca.

Suonavo pure, allora, convinto che la mia vita si sarebbe divisa tra musica e parole, in una band che nella mia testa si chiamava Dead Kossigas, ma al secolo era Epicentro, con la quale abbiamo infuocato per una intera estate, quella estate lì, quella dei mondiali persi ai rigori col Brasile, un po’ tutte le Marche, scivolando rarissimamente fuori regione. Ne parlavo giusto qualche mese fa con Mimmo Locasciulli, e capite bene come la vita possa essere strana, a volte, l’ultima esibizione della mia band è avvenuta sotto i suoi occhi, a Martinsicuro, mentre presiedeva la giuria delle semifinali del concorso indetto dall’Arci chiamato Anagrumba. Un concorso che proprio l’anno precedente aveva portato gli Almamegretta alla pubblicazione del loro primo album, e nel quale, credo sotto l’effetto di non so quanti Tequila Boom Boom, di cui ero cintura nera, avevamo riposto non so perché molte speranze.

Durante quella serata, nella quale demmo il peggio di noi, litigando sul palco, scazzati come i Guns ‘N Roses, senza averne diritto, il nostro cantante dichiarò che proprio lui, Mimmo Locasciulli, era il nostro punto di riferimento, prima di lanciare la nostra Pentiganò, introdotta per altro da me che alla chitarra elettrica, una Melody Vintage che imitava una Fender Stratocaster, intonavo un mash-up tra l’inno di Forza Italia, da poco salita per la prima volta al governo, e Faccetta Nera. Al mixer, di questo in realtà ho parlato qualche mese fa con Mimmo Locasciulli, c’era Goran Kuzminac, recentemente scomparso. Una epifania, per me che ero cresciuto a pane e cantautori italiani, una epifania anche per lui, Locasciulli, mi ha detto, perché è stato proprio lì che i due si sono ritrovati e proprio lì che è nata l’idea da parte di Locasciulli di produrre Kuzminac.

Tornando a quella sera infausta, ovviamente venimmo eliminati, e da lì cominciò a sgretolarsi tutto, la mia vita fino a quel momento, le mie convinzioni, e anche, questo lo dico col senno di poi, la mia voglia di autodistruggermi che mi aveva accompagnato negli ultimi mesi. Poche settimane dopo mi sono schiantato una spalla a un concerto dei Kunsertu in una Festa dell’Unità in un paesino della Toscana e una volta rientrato a svolgere regolarmente il mio servizio civile, lì alla Tenda d’Abramo, mi sono preso una mezza coltellata da uno degli ex utenti, che parola di merda per un dormitorio, che non poteva più accedere lì proprio per il suo essere violento. Alla centesima volta che mi diceva, da sotto la finestra, “Ti aspetto alla fine del turno e ti uccido”, al che rispondevo immancabilmente uscendo immediatamente in strada, con lo sguardo di Bob De Niro in Cape Fear, mettendolo in fuga, perché un obiettore che è disposto a fare a cazzotti in strada, credo, non si era mai visto, ecco, alla centesima volta che me lo diceva mi ha aspettato davvero, e con un taglierino ha provato a affettarmi. Solo che io ero molto peggio di lui, in quel momento, volevo proprio essere fatto a fette. Per cui l’ho preso, attaccato nel muro e sbattuto non so quante volte, finché qualcuno non lo ha salvato da me. Risultato, sono stato spostato in un ufficio della Caritas, a svolgere i miei ultimi giorni di leva dietro un computer. Posto, quello dietro un computer, che dopo avermi visto diventare maestro assoluto di golf, un videogioco per PC con il quale potrei anche oggi, a distanza di venticinque anni, fare numeri alla Molinari, ho cominciato a scrivere racconti. Fatto che mi ha portato sin qui. Qui a ricordare, davanti a tutti voi, di quanto sono stato un coglione. E quanto lo sia stato anche platealmente, ostentando una cultura che, forse, neanche avevo. E convinto, questo sì, che ostentare cultura, sempre che il calcio non sia cultura, fosse cosa buona e giusta. Lo dico a ridosso di due delle partite più belle che mi sia mai capitato di vedere, Liverpool-Barcellona e Ajax-Tottenham e lo dico convinto che guardare partite di calcio sai approcciare l’arte, spesso, tanto quanto andare a un concerto o leggere un libro, se in campo ci sono quei giocatori lì, quello spirito lì.

Allora, davanti al Film Rosso di Kieslowski non lo sapevo. Oggi vedo solo film Marvel, o dove comunque ci sia almeno qualcosa di innaturale e una certa quantità di morti ammazzati. Oggi non ballerei mai sulle note di Rain dei The Cult al Rockade, locale che penso non esista più dal almeno trent’anni, piuttosto ostenterei un po’ di sana tamarraggine sulle note infuocate di Fire Woman, sempre di Ian Asbury e soci. Lì col cappello da cowboy, il gilet di pelle sul torso nudo, “Shake, baby”. Destino, questo, di riconoscersi in brani tamarri, che provo anche ogni volta che mi capiti di riascoltare certo hair-rock di quel periodo, dai Poison ai Bon Jovi. A dimostrazione, forse, che se sei coglione una volta lo sei per sempre.

Ma tutta questa lunga e delirante premessa, perché di premessa si tratta, è per dirvi che a volte succede anche il contrario. Che si cominci guardando partite di calcio al bar, tra amici, e si finisca per diventare protagonisti di un film di  Krzysztof Kieslowki (ho fatto il copia incolla, invece che digitare il nome, perché dimmi tu se uno si può chiamare Krzysztof Kieslowki…). O magari non proprio si cominci guardando partite al bar, ma facendo cose normali, che rientrino in quello che, in musica, si chiama mainstream, proprio perché è lì, nel corso principale della città, e si finisce per avere una voce d’autore, come intenzione e come autorevolezza.

È successo a Serena Abrami, che all’epoca dei fatti narrati in esergo era una bambina, e che, visto che era una bambina nella stessa regione che io stavo provando a mettere a ferro e fuoco con la mia band, potrebbe essere anche capitata in una delle tante sagre in cui involontariamente siamo stati chiamati a suonare (pensare alle facce sbigottite di quelli accorsi lì pensando di ascoltare liscio e Siamo i Watussi e ritrovatisi invece di fronte quattro scappati di casa arsi vivi dallo spirito dei Damned è ancora oggi fonte di grande divertimento, per me). Spero per lei non sia successo, e visto che non mi sembra avere addosso, parlo di un addosso spirituale, metaforizzo, cicatrici troppo evidenti, sarei anche disposto a scommetterci su.

Di cicatrici, invece, Serena Abrami ne ha altre, quelle che l’essere artista in Italia oggi porta ovviamente con sé. Cicatrici dovute al faticare a trovare non tanto una strada, lei quella l’ha trovata eccome, quanto uno spazio, o meglio ancora, la possibilità di percorre quella strada senza dover pregare nel Signore dei Dischi cantato da Freak Antoni degli Skiantos nel suo momento pop. Dopo esser passata dalle Forche Caudine di X Factor, aver pubblicato con Sony, prodotta da Pietro Cantarelli, già con Ivano Fossati, dopo essere passata da Sanremo Giovani, con un brano scritto per lei da Niccolò Fabi, contenuto in un album che vedeva anche lo stesso Ivano Fossati scrivere per lei, dopo aver suonato in lungo e in largo per l’Italia, aprendo per Big o in proprio, dopo aver infine cercato di inseguire la propria vera vena artistica, andando in un’area autorale di ricerca decisamente più originale e alta, con D’imperfezione, ecco, dopo tutto questo, ecco che Serena Abrami decide di entrare nel gruppo, di mettere su una band, provando a sfondare le transenne della sua strada in compagnia. Eccola quindi nei Leda, di cui è voce, oltre che lì a suonare synth e chitarre acustiche, insieme a Enrico Vitali, alle chitarre elettriche e alle voci, a Mirko Fermani, al basso, e Fabrizio Baioni, alla batteria e alle percussioni di vario tipo.

Un album, quello di Serena Abrami e i Leda, che proprio in queste settimane vede la luce. Un album dal titolo Memorie dal futuro, e dall’impatto importante per l’ascoltatore. Sono infatti le loro canzoni che ci pongono di fronte a un ascolto attento, come necessità e scelta, e che veicolano una visione del mondo piuttosto precisa, forse cupa, anzi, certamente cupa, ma non deprimente. Canzoni di resistenza, a loro modo, culturale e politica, canzoni che affondano le radici (e le ali) negli anni Novanta, in quella New Wave che prima citavo, a ragione veduta. Ecco, non ci fosse quel gap generazionale, non mi avrebbe meravigliato vedere i Leda pogare sulle note di Rain dei The Cult al Rockade, sempre dalle nostre parti, io di Ancona e loro di Civitanova Marche.

Un album, anche per questo, spiazzante. Perché sentire Serena Abrami, una delle voci più belle del nostro panorama, interpretare canzoni che io mi sarei aspettato più di ascoltare in quegli anni lì, quelli in cui vincevo la gara bevendo diciassette tequile boom boom dall’incavo della scapola di non ricordo più chi, piuttosto che oggi, in epoca di trap e indie, rappacifica con il proprio passato, e ben fa sperare per il futuro. Non a caso, credo, nel brano finale, Il sentiero, canzone che parla di resistenza e radici, c’è pure Marino Severini della Gang, altro pezzo importante della mia regione, della mia storia.

Ora, però, visto che prima o poi capiterà anche a Serena Abrami di intamarrirsi, come è successo a tutti noi che siamo passati da Godard a Fast and Furious, lei nata nell’anno di uscita di Love dei The Cult, prossimamente ce la aspettiamo con il cappello da cowboy, il gilet di pelle a torso nudo, cantare qualcosa che potrebbe essere uscito da Sonic Temple della medesima band, album che quest’anno festeggia il trentennale.

Shake Shake Shake, little, sister Serena, com’on little sister.

 

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