La chitarra non è morta e non morirà mai: viva la chitarra!

Nessuno sano di mente può permettersi di pensare che le chitarre e gli assoli siano in via di estinzione! Finanche il Concerto del Primo Maggio lo ha dimostrato.

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La chitarra mi ha salvato la vita.

O almeno ha salvato la mia vita sociale, come del resto il gioco del pallone.

Mi spiego. Vengo, per matrilineare, da una famiglia di grandi appassionati di musica classica. Ho un trisavolo direttore d’orchestra, a testimoniarlo, e domeniche e domeniche pomeriggio passate all’auditorium del Liceo Rinaldini di Ancona a sfracassarmi le palle ascoltando noiosissimi concerti di musica classica. Ma ho soprattutto, errore gravissimo, commesso, suppongo, per quella tipica ingenuità di bambino maschio non eccessivamente timido, quindi portato a dire quel che gli passava per la mente anche laddove sarebbe stato assai più saggio tacere, macerarsi piuttosto nel non detto, ho soprattutto commesso l’errore di aver commentato l’ascolto del Lago dei cigni, in classe, in prima elementare, con un qualche commento poetico e pregno di significati che ha portato il mio maestro di allora, maestro di cui ho rimosso il nome ma non la faccia, vagamente pasoliniana, a suggerire a mia madre di farmi studiare musica classica, vista la mia sensibilità e il fatto che, vai a capire perché, si capiva fossi particolarmente portato per.

Così, a sei anni, mi sono dapprima trovato a suonare il clarinetto nella locale banda comunale, parlo della banda di Ancona, esperienza agghiacciante che ancora oggi mi fa rabbrividire ogni qualvolta mi capiti di ascoltare un clarinetto, di qualsiasi clarinetto si tratti, e subito dopo mi sono trovato a essere il più giovane violoncellista marchigiano, iscritto all’Istituto Pergolesi della mia città, sorta di filiale del vicino Conservatorio di Pesaro, di lì a poco frequentato da mia sorella Caterina, poi diplomatasi in oboe.

Così, di colpo, ho cominciato a passare i miei pomeriggi a suonare violoncello, un piccolo violoncello fatto su misura arrivato in Ancona vai a capire da dove. A studiare ore e ore, in casa o a casa del mio maestro, il maestro Moscardelli, sfiga vuole residente esattamente di fronte al mio palazzo, io al numero 1 di Via Vittorio Veneto, lui al numero 2. Ho memoria della sua sala in perenne penombra, le tapparelle costantemente abbassate, e dell’odore della pece che si passava sull’archetto come qualcosa che, suppongo, potrebbe serenamente rappresentare una mia personale versione di inferno. Nel mentre, ca va sans dire, il calcio, cioè lo sport praticato praticamente da chiunque conoscessi, mi era negato, per paura che mi si rovinassero le cartilagini. Paura per altro ben riposta, perché nel momento in cui, anni dopo, abbandonerò lo studio dello strumento, dopo un passaggio fulmineo allo studio del pianoforte, presente in casa proprio per gli studi al Conservatorio di mia sorella, sposando in tutto e per tutto la mia passione per il calcio, mi si vedrà piuttosto spesso al Pronto Soccorso dell’Ospeldale Umberto I, con cartilagini dei polsi fottute, e altre fratture varie.

Tornando però a quella mia prima infanzia, lì a suonare il violoncello, il fatto che io sapessi suonare la Marcia turca al pianoforte, e la sapessi leggere su uno spartito, grazie allo studio del solfeggio fatto con la maestra Rosignoli, la prima vegetariana che mi è capitato di incontrare in vita mia, con una caratteristica pelle verdastra che all’epoca mi ha fatto credere che a mangiare verdure si diventi così, lo dico a vantaggio di Daniela Martani che costantemente prova a farmi abbandonare la carne, il fatto che io sapessi suonare la Marcia turca al pianoforte, che la sapessi leggere su uno spartito, che sapessi riconoscere l’oboe dal corno inglese su un disco, che passassi le domeniche pomeriggio all’auditorium del Liceo Rinaldini a seguire concerti de Gli amici della musica, ecco, tutto questo non faceva di me, questo il punto cui volevo arrivare, esattamente il bambino più popolare della scuola. Nel senso, se gli altri si dileggiavano in gare di rutti, o esibivano i lividi sulle caviglie procuratisi durante lunghissime partite di calcio giocate al campo del Pincio o della Lunetta, io non potevo certo contraccambiare parlando della differenza tra la chiave di violino e la chiave di basso. Ero, diciamolo apertamente, uno sfigato. Uno sfigato con una passione per la musica probabilmente indotta. Uno sfigato che, questo forse l’aspetto più drammatico, dotato di una certa fantasia, nonché di un senso di rivalsa nei confronti di tutti coloro che lo circondavano causato da fattori classisti che non è il caso di andare a mettere sul piatto ora. Così, visto che ero in qualche modo quello diverso dagli altri, anche qui credo indotto da mia madre, che, altro aspetto da mettere sul tavolo, riversava in me, gemello sopravvissuto a un parto tragico, luttuoso, un sacco di amore materno, avvolgente, visto che ero diverso dagli altri ho deciso di mettere in risalto la mia diversità, diventando un supereroe. Ho fatto, ma questo l’ho scoperto dopo, molto dopo, troppo dopo, come quella stronzata dei vasi giapponesi rotti, le cui giunture, una volta aggiustati, vengono fatte in oro per metterle in rilievo, non per nasconderle. Ecco, i miei filamenti d’oro, le mie cicatrici d’oro erano il mio essere Violoncellik, un supereroe che aveva per simbolo, la mia E di Superman, il mio Pipistrello di Batman, una cazzo di chiave di violino. Su questo mio ipotetico alterego, di cui non ho più memoria perché ho un subconscio assai amorevole, tanto quanto la mia madre di allora e di oggi, altrettanto avvolgente e capace di rimuovere il passato come neanche una passata di acido muriatico, su questo mio ipotetico alterego, all’epoca, scrivevo storie in un diario. Un pomeriggio, di questo ho un blando ricordo ma conto presto di dimenticarmene, sono andato a casa del mio amico Giacomo, che abitava a poche centinaia di metri da casa mia, indossando una calzamaglia nera e un paio di stivali da pioggia nera, proprio come fosse un supereroe. Temo, e lo temo davvero, di aver fatto anche la cazzata di firmare alcuni dei diari del cuore, quei diari che si chiudevano con un lucchettino che si sarebbe potuto aprire anche solo starnutendoci sopra, dove si tendeva a farsi fare disegni e dediche da parte dei propri amici e compagni di classe, ecco, temo di aver lasciato traccia di Violoncellik firmando miei disegni, ero e sono piuttosto bravo anche a disegnare, sorta di artista rinascimentale in chiave contemporanea, nei diari di qualche mia compagna di classe di allora. Nadia, tu che sei la sola che ancora frequento, o amiche mie con cui sono in contatto su Facebook, se così è, vi prego, bruciate le tracce di quel mio passato, abbiate pietà di me.

Ecco, sono stato un supereroe di nome Violoncellik nel volgere degli anni Settanta. Non so che superpoteri avessi, a parte quelli di rovinare la mia giovane reputazione a imperitura memoria. E sono stato un giovane violoncellista, anche bravino. Poi il calcio è arrivato a liberarmi da quel giogo. Alla domanda: “A te la scelta, o il calcio o la musica classica” ho optato senza indugi per il calcio, finendo con una certa continuità al Pronto Soccorso dell’Umberto I, esattamente come tutti i miei amici.

Anni dopo, però, all’inizio delle superiori, la chitarra è tornata sulla mia strada. La musica non c’era mai uscita, ovviamente, perché sono sempre stato un grande appassionato, perché mio cognato è stato un turnista di un certo talento, e poi ha dato vita a un’orchestra, di quelle che animavano feste di piazza e di paese molto famosa nella mia regione, perché sotto casa mia abitavano dei miei carissimi amici, i Bartola, Paolo due anni più di me, Roberto uno meno di me, e Sara, la più piccola, che mi hanno introdotto al punk e alla New Wave. Perché Stefano, altro mio caro amico, con cui giocavo a calcio all’oratorio di San Francesco alle Scale, un sabato pomeriggio se n’è andato dalla classica partita per andare a seguire gli U2, nome pronunciato in italiano, al Live Aid, concerto di cui non sapevamo nulla nessuno, introducendomi a quella che sarebbe poi stata la prima band internazionale vista dal vivo, a Modena, nel 1987, durante il tour del The Joshua Tree. Insomma, la musica c’è sempre stata, ma la chitarra di mio fratello Marco, otto anni più di me, una certa passione per Le Orme e la west coast, chitarra mai usata credo da decenni, mi è capitata tra le mani, e da lì è ripartita una passione che mi ha portato a suonare ovunque e con chiunque per anni, in decine di band, per poi, ma questo forse già lo sapete, decidere di mollare il tutto per passare a scrivere, altra passione arrivatami da mia madre e da mio fratello, e oggi a scrivere prevalentemente di musica.

La chitarra, però, ha contribuito come poche altre cose a regalarmi quella vita sociale che il violoncello mi aveva tolto. Una volta imbracciata la chitarra, infatti, e capito non solo di saperla suonare, anche grazie agli anni passati sul violoncello, ma di avere anche una discreta voce, ho iniziato anche io a cantare a feste e eventi pubblici. Per dire, ho suonato al diciottesimo compleanno di una ragazza che mi mandava letteralmente fuori di testa, Marina, ragazza poi diventata donna che mi manda ancora oggi letteralmente fuori di testa, e che al momento si trova di là, in sala, mia moglie e madre dei miei quattro figli. Ma non ha solo aiutato me a ricostruirmi una reputazione, anzi, a fare di me quello figo che suonava nelle band, ma ha contribuito a farmi capire che si poteva comunicare attraverso le note e attraverso le parole, si parla di canzoni, no? Fatto che poi mi ha spinto verso la scrittura.

Per questo, e credo di aver scritto l’incipit più lungo della storia dell’umanità, oggi, quando giorni fa ho letto un pezzo idiota su Rolling Stone Italia, un pezzo in realtà tradotto da Rolling Stone USA, che diceva che gli assoli di chitarra sono fortunatamente in via d’estinzione, pezzo in cui si confondeva costantemente la chitarra solista con la chitarra tout court, come se suonare la chitarra e fare assoli fosse la stessa cosa, dicendo che oggi ormai le canzoni non usano più le chitarre, ecco, quando ho letto quel pezzo, e l’ho letto solo perché qualcuno, maledetto, me lo ha girato, perché per mia natura non leggo quel giornaletto, ecco, quando ho letto quel pezzo ho provato un moto di rabbia. Perché si permette a un ignorante di scrivere e perché la chitarra non solo non andrebbe dileggiata in questa maniera, ma andrebbe difesa con tutti noi stessi. Non è segreto che l’ultimo Primo Maggio di Roma non abbia trovato il mio placet, no? Bene, anche solo guardando a quel palco, di chitarre se ne sono viste tantissime, da Drigo e Mac dei Negrita a Daniele Silvestri, da Omar Pedrini, visto poco grazie a Mamma Rai, a Max Casacci dei Subsonica, ma anche a tutte le varie band, da La Rappresentante di Lista ai Canova, dai The Zen Circus ai Fast Animals and Slow Kids, per passare ai tanti cantautori più o meno indie, da Fulminacci in poi. Insomma, la chitarra c’è e lotta insieme a noi. Come ho suggerito mesi fa, andrebbero lasciate agli angoli delle strade, come si fa per i libri con il book crossing, non fosse che costano troppo. Anzi, rinnovo l’invito a chi le chitarre le produce, penso alla Eko, fatelo. Date vita al Giuitar Crossing, vedrete che la gente tornerà anche a comprarle, le chitarre, poi.

Voi che invece avete gioito pensando che le chitarre siano davvero in via d’estinzione, sappiate che da qualche parte c’è un Violoncellik che aspetta solo il proprio riscatto sociale, non lasciatelo in balia del suo destino, vogliategli bene.

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