Fabrizio De André incontra l’indie in Faber Nostrum, un tributo della nuova musica italiana da Gazzelle agli Ex-Otago (recensione)

Da "La Canzone Di Marinella" interpretata da La Municipàl a "Rimini" cantata da Fadi, il nuovo cantautorato abbraccia la storia

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C’è tutto il mondo indie in “Faber Nostrum”, una delle novità musicali più attese di aprile. Non necessariamente una novità né una mossa discografica necessaria, piuttosto una finestra sul nuovo cantautorato italiano, quel pianeta apparentemente intoccabile e blindato, ma dal quale prima o poi tutti attingono. Ce ne eravamo accorti nello stile canoro di Francesco Bianconi dei Baustelle – non presenti nella raccolta – e nelle parafrasi di Appino dei The Zen Circus, ma se il mondo dei cantautori è quella terra in cui tutto soffre, tutto protesta e tutto respira a fatica allora sì, la realtà indie potrebbe essere uno strumento per riportare le canzoni di Faber alle coordinate temporali contemporanee.

Coordinate che tuttavia sono già un parametro scomodo, perché se parliamo di indie non possiamo scomodare la contemporaneità: l’indie non si colloca né si incastra, semplicemente fa di testa sua e con esso i suoi autori. Gli artisti indie, in “Faber Nostrum”, omaggiano il compianto cantautore genovese con rivisitazioni di 15 suoi brani. Il risultato è un prontuario viscerale, un fruscio analogico che ricorda la bellezza del nastro di una musicassetta, sotto la produzione di Massimo Bonelli e con il beneplacito della onlus intitolata a Fabrizio De André.

Come riporta BillboardDori Ghezzi si è espressa a favore dell’iniziativa:

Sono senza dubbio favorevole a rivisitazioni che comportano scelte coraggiose e quasi spericolate, per poi scoprire, piacevolmente, che hanno ragione di esistere. Del resto, anche Fabrizio sentiva di volta in volta l’esigenza di sperimentare e innovarsi cercando di non ripetere se stesso. Queste operazioni oltretutto ci confermano che c’è sempre un forte punto di congiunzione e comprensione fra più generazioni e diversi linguaggi.

Ascoltare “Faber Nostrum” significa saziare una ricerca di nuove intensità, perché per cantare De André bisogna già disporre di una certa sensibilità. L’apertura delle danze è affidata affidate a quel “punk” di Gazzelle che offre la sua versione di Sally: la fisarmonica che apriva i 6/8 della versione originale contenuta nel disco “Rimini” (1978) viene rivisitata con un sintetizzatore su una base in 4/4. Ritroviamo, tuttavia, la stessa amarezza dell’originale, con il canto apparentemente annoiato di Gazzelle che trasforma uno dei brani più belli di De André in un manifesto del disagio generazionale.

Gli Ex-Otago interpretano Amore Che Vieni, Amore Che Vai e lo fanno nel loro stile un po’ scanzonato – con vocali tagliate a metà e timidi shuffle – ai confini con un blues disperato e un brano indie da B-side, ma in “Faber Nostrum” si trovano sul lato A con la testa alta. Non riscopriremo le lacrime dell’originale, piuttosto chiuderemo gli occhi per deglutire una tempesta. Willie Peyote rappa Il Bombarolo e sì, questa volta forse si skippa: la re-interpretazione è sconfinata nell’osare troppo e ciò che ascoltiamo potrebbe farci storcere il naso. Dopo aver skippato, però, dobbiamo tornare un attimo indietro e capire. Willie Peyote ripropone con il rap una canzone che altrimenti, una certa fascia di ragazzi di oggi, potrebbe non capire.

I milanesi Canova propongono la loro versione de Il Suonatore Jones. Alzata di tonalità, la canzone diventa una filastrocca nera che non tradisce il crepuscolo sonoro di “Non Al Denaro, Non All’Amore Né Al Cielo” (1971) ispirato dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, e il timbro di Matteo Mobrici ben si sposa con il nuovo arrangiamento, leggermente più moderno ma onirico. Lodo Guenzi de Lo Stato Sociale “featurizza” con Federico Cimini in Canzone Per L’estate, più ritmata rispetto all’originale che Fabrizio De André eseguiva interamente in acustico per una scelta di Francesco De Gregori (co-autore del brano), alla quale i due cantautori aggiungono quella dovuta rabbia esistenziale dei nostri tempi.

Ministri cantano Inverno, e straziano le carni come nella loro Tempi Bui, specialmente quando Federico Dragogna scala le ottave per cantare la morte e la rinascita di cui Fabrizio De André parlò magistralmente in “Tutti Morimmo A Stento” (1968). Con devozione Colapesce canta Canzone Dell’Amore Perduto con voce sommessa, e l’originale di Faber diventa una ninna nanna rassegnata, un addio che non ha soluzione, un sorriso rivolto al passato con gli occhi lucidi, ma troveremo un po’ di leggerezza con The Leading Guy che in “Faber Nostrum” interpreta Se Ti Tagliassero A Pezzetti, quella strana canzone pop macchiata di sangue e ardore nel titolo, ma che raccontava la bellezza dell’anarchia. Un’anarchia che The Leading Guy, tuttavia, sovverte mantenendosi fedele all’originale contenuta nell’album omonimo del 1981.

Motta, con il suo timbro disincantato e disimpegnato, canta Verranno A Chiederti Del Nostro Amore. Gli accordi del pianoforte si sposano con gli archi, e noi dobbiamo chiudere gli occhi. Ogni frase è scandita, sottolineata lentamente per raccontare quell’ottavo capitolo di “Storia Di Un Impiegato” (1973) che vede un uomo riscoprire le proprie premure per la sua donna mentre si trova costretto in un carcere. Con La Municipàl, però, troviamo uno dei momenti più intensi del tributo indie in “Faber Nostrum”: Carmine e Isabella Tundo cantano La Canzone Di Marinella, una scelta audace e rischiosa, trattandosi di uno dei brani più popolari del cantautore genovese. 6/8, tutto in crescendo, le due voci si rincorrono prima e si abbracciano poi. Il risultato è una fiaba macabra, favorita dall’attitudine dark che Carmine Tundo ha esibito nel suo progetto solista. Non è un caso se, dopo una sessione di archi fuori scala e suoni evanescenti, il duo chiude l’interpretazione con una citazione dell’arpeggio di Bang Bang di Nancy Sinatra.

Fadi canta Rimini e lo fa bene. La sua voce intensa, quel timbro profondo e le doti interpretative fanno sì che il cantautore italo-nigeriano faccia della sua partecipazione uno dei momenti più alti di “Faber Nostrum”, quasi una preghiera. L’esegesi di uno dei brani più enigmatici di De André potrebbe non servire, perché la profondità di questa versione è sufficiente per parlare di bellezza. The Zen Circus cantano Hotel SupramonteUn brano importante che De André scrisse per raccontare il suo stato di prigionia vissuto durante il sequestro in Sardegna. Appino può, e può eccome, farsi carico del dolore cantato da Faber per riproporlo alle nuove generazioni, e dell’empatia di Appino ci siamo accorti con la partecipazione dei The Zen Circus al 69° Festival di Sanremo.

Pinguini Tattici Nucleari interpretano, e lo fanno benissimo, Fiume Sand Creek. Il loro apporto è fatto di chitarre distorte, sintetizzatori, cori e aperture soniche che rendono pienamente giustizia all’originale, ma ritroviamo uno strazio fendente nell’interpretazione di Artù del Cantico Dei DrogatiAlessio Dari, questo il suo vero nome, gratta la voce e accentua il grido di dolore e paura che già Faber cantava nella sua versione.

Vasco Brondi chiude “Faber Nostrum” con Smisurata Preghiera. Tutto tace, dopo aver incontrato quel pianoforte e quegli archi strazianti che dedicano un ultimo saluto al cantautore genovese scomparso, alla sua arte e al suo cuore così ispirato e profondo. Il mondo indie, in “Faber Nostrum”, rende grazie a Fabrizio De André con gli artisti più noti, che offrono ai puristi una loro versione di quella musica così tormentata e colta, di uno dei punti più alti della storia della musica italiana di cui oggi, anch’essi, fanno dignitosamente parte.

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