Ermal Meta è inarrestabile, come Rocky ha l’occhio della tigre

Chi va ad un suo concerto capisce quanta ostinazione abbia Ermal Meta, quanta energia da spendere e quanta voglia di prendersi tutto fino all'ultima briciola del suo meritato successo. Conquisterà gli stadi.

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Quando ero poco più di un bambino è arrivato al cinema un film che ha in qualche modo fatto storia. Nel senso che ha inciso profondamente nel nostro immaginario, dove per nostro intendo di noi giovani e giovanissimi occidentali. Parlo di Rocky, il film che ha lanciato nell’Empireo hollywoodiano Silvester Stallone, sempre che guardandosi indietro tutto questo sia da raccontare con toni positivi. La storia la conoscete tutti, non è di questo che vi voglio raccontare, già lo sapete. La storia di riscatto per antonomasia. Ancora più potente perché legata a doppio filo con quella del protagonista assoluto della pellicola, Silvester Stallone, appunto.

Come tutte le storie che funzionano, purtroppo, quella favola è diventata una serie di favole, via via sempre più annacquate. Come annacquato è diventato il mito legato al riscatto di Stallone e tutto quel che vi ha girato intorno. Forse, ma qui dovrei far ricorso a competenze che non ho, è stata una delle prime serializzazioni di successo, di quelle che oggi sembrano talmente tanto obbligatorie da prevedere già verso il finale dei film ganci per le puntate successive, ma poco importa.

Quel che importa è che a Rocky siano seguiti anche altri Rocky, via via con un qualche numero romano a indicare la sequenza.

Quando nel 1982 è uscito Rocky III, nel mentre stavo passando dalla fase bambino alla fase adolescente, a colpirmi non fu tanto la storia, che onestamente oggi neanche ricordo più se non per la presenza come cattivo di Mr T., quello dell’A Team, quanto una canzone contenuta nella colonna sonora. Anzi, per la canzone tema principale della colonna sonora.
Chiunque abbia visto il primo Rocky non potrà non ricordare il tema che accompagnava il film, qualcosa di talmente epico da essere ancora oggi usato per sottolineare scene che con quel film hanno poco a che fare. Talmente epico da aver fatto il paio con la ormai abusata frase “Adriana, ce l’ho fatta”. Insomma, parliamo di storia del cinema.

Il film Rocky III, invece, ci ha regalato un motivo altrettanto adrenalinico, anche se decisamente più pop e meno orchestrale. Anch’esso entrato nel nostro immaginario. Si tratta di Eye of the tiger, di tali Survivor (confesso che per ricordare il nome degli interpreti sono dovuto ricorrere alla rete). Il riff di chitarra che lo introduce è qualcosa che ancora oggi, per chi all’epoca c’era, induce a uno sviluppo di adrenalina fuori dal comune. Qualcosa che ci porta, quasi pavlovianamente, a voler menare le mani.

Da quel momento, credo, l’espressione “ha l’occhio della tigre” è entrata a far parte del nostro linguaggio comune. Come a dire, non lo fermeresti neanche con una bomba. O anche, ha fame di vittoria, è inarrestabile.

Ecco, e veniamo a noi, sempre che già non ci fossimo, giorni fa ho visto la chiusura del tour di Ermal Meta. Quale tour non saprei dirlo, perché Ermal ha passato gli ultimi tre anni in costante movimento, sfornando tre album, non so quanti singoli fuori dagli album, l’ultimo, Ercole, di pochi giorni fa, inanellando tour su tour, anche differenti tra loro. Per dire, la data finale è stata al Forum, accompagnata dalla storica band capitanata da Marco Montanari, ma arrivava dopo venticinque date fatte nei principali teatri italiani in compagnia degli Gnu Quartet, in questo che sarebbe dovuto essere, così aveva dichiarato, un anno di pausa. Un anno di pausa dopo l’esordio solista al Sanremo, nel 2016, con Odio le favole, terza classificata in un Sanremo Giovani che ha visto la vittoria di Gabbani e la partecipazione di Mahmood, sorta di pesca miracolosa di San Carlo Conti, dopo il terzo posto conquistato a Sanremo nel 2017, con Vietato Morire, dopo la vittoria a Sanremo 2018, in compagnia di Fabrizio Moro con Non mi avete fatto niente e dopo tutto quanto. E con quel “tutto quanto” si intende una fama via via sempre più cristallizzata, meritatissima, sbranata canzone dopo canzone, concerto dopo concerto, partecipazione a Amici o a quel che è dopo partecipazione.

Ecco,  giorni fa ho visto la chiusura del tour di Ermal Meta, e ho potuto constatare ancora una volta come, nonostante il suo viso dica tutt’altro, Ermal Meta ha decisamente l’occhio della tigre.

Mi spiego meglio. Vederlo cantare e correre e chiacchierare e scherzare e divertirsi e divertirci per due ore e mezzo Ermal su quel palco gigantesco, supportato dal suono della sua band e da giochi di luce degni di produzioni internazionali non mi ha fatto venire in mente niente di aggressivo, come invece il riff di Eye of the tiger di Rocky III voleva evidentemente fare. Ma vederlo non fermarsi mai, con una generosità fuori dal comune, ma soprattutto con la voglia esplicitata di non perdersi neanche un secondo di quella festa, per altro celebrata proprio nel giorno del suo trentottesimo compleanno, mi ha indotto a pensare che raramente mi è capitato di vedere un artista che si sia conquistato il posto che occupa nel mondo dello spettacolo con altrettanta ostinazione. Perché Ermal Meta, tre anni fa, ormai quasi quattro, via, quando ha preso la sua carriera solista e ce l’ha sbattuta in faccia con tutta la passione del caso, era già un professionista della musica più che affermato. Dopo averci provato in tutti i modi, con le sue due band precedenti, come autore di hit conto terzi, sembrava avviato a una legittima storia di autore di successo, di quelli che, anche grazie ai vituperati talent, sono tornati utili negli ultimi anni. Quasi allo scadere di quello che musicalmente potremmo chiamare calendario biologico, cioè intorno a quella data in cui partecipare a Sanremo Giovani non è più possibile per superati limiti di età, Ermal si è imposto, facendoci sapere e facendo sapere a quello show business che già lo coccolava come autore, di essere un signor cantautore. E lo ha fatto nel modo più naturale possibile, usando canzoni che avessero la sua faccia, con uno stile che è incontrovertibilmente il suo, sia nel modo di raccontare le storie mentre le scrive, sia in quello di cantarle.

Ecco, l’occhio della tigre Ermal ce lo ha mostrato e ce lo mostra esattamente quando non si ferma un attimo, generosamente e anche ostinatamente, per cercare di dire tutto quello che si sente di dover e poter dire. Quando finito un disco e un tour è già lì, chiuso in studio a pensare nuove canzoni. Quando dichiara, ma chi ci crede più ormai, che andrà in vacanza per qualche tempo, ma ha già pronta l’idea per una nuova collaborazione. Anche quando si ferma con tutti per una battuta, per un selfie, per un abbraccio. Perché, qui parla uno che in questo ambiente ci si muove, suo malgrado, da oltre venti anni, Ermal non è affatto cambiato, da quel punto di vista lì. Non è diverso oggi che riempie il Forum dal giorno in cui, nel 2016, appunto, incontrava la stampa al primo piano di un bar di fronte all’Ariston, accompagnato dalla grande Manuela Longhi della Mescal, casa discografica che con altrettanti occhi della tigre in Ermal ha creduto e ancora crede.

Il concerto del Forum, quella che state leggendo non è la recensione di quella data conclusiva, semmai dello sguardo di Ermal, credo primo caso al mondo della recensione di un’attitudine, è stata una grande festa. Due ore e mezza di canzoni cantate in coro da tutti i presenti. Con un tiro quasi rock. Ermal sarebbe potuto anche stare zitto, perché tanto i testi li conoscevano tutti e tutti li cantavano. Ma fino all’ultimo secondo si è donato con generosità. Gustandosi anche le briciole di quel lauto pasto.

Ora, lo dico senza paura di essere poi smentito, Ermal deve conquistare gli stadi. Se lo merita, ce lo dice la sua carriera e i risultati raggiunti, e se li conquisterà. Perché, altro che vacanze, starà già lì a pensare alle prossime mosse. Alle prossime canzoni. Alle prossime collaborazioni. Ha lo sguardo della tigre, Ermal, mica si può fermare.

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