Gli alieni esistono e sono tra noi: Patrizia Laquidara, un’artista di un altro pianeta

Non c'è bisogno di cercare gli alieni sugli altri pianeti. Ho trovato un'aliena sul palco di un teatro dietro casa mia.

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Mio zio Rodolfo faceva il pittore. O meglio, era un pittore. Rodolfo Gentili, un pittore con una sua storia, anche piuttosto seguito, almeno dalle mie parti. A lui si deve tutt’oggi, per dire, la Marguttiana che ogni estate anima le vie del centro di Porto Recanati, chi c’è stato non può che esserne felice. Dipingeva in una maniera che, da totale estraneo alla storia dell’arte, definirei alla Dalì, nel senso che a vederlo è quello il pittore che per primo mi evocano i suoi quadri. Almeno quelli del suo periodo più importante. Poi è stato male. Ha avuto un serio problema di salute e delle obiettive difficoltà nei movimenti. Ciò nonostante ha continuato a dipingere, andando a fare delle marine, dei paesaggi, delle nature morte. Qualcosa che aveva e ha, anche oggi che mio zio è morto, molto a che fare con la nostra terra, le Marche. In molti dei paesaggi marini ambientati sulla spiaggia di Porto Recanati, con le barche dei pescatori, o nelle campagne che ne delimitano i confini, si vede sempre una strana luce in cielo. Abbastanza incomprensibile, a occhio nudo. Si tratta di un UFO. Sì, di una navicella spaziale appartenente a una razza aliena, non umana. Il fatto è che mio zio Rodolfo, con sua moglie Renata, che poi sarebbe in realtà la mia vera parente, cugina di mio padre, hanno visto un UFO scendere in riva al mare. E di questo mio zio Rodolfo ha spesso dipinto, così, senza essere troppo invasivo. Una luce in cielo, lì, magari quasi impercettibile.

Ecco, io ho sempre trovato questo fatto, sia che mio zio Rodolfo e mia zia Renata, zii che in realtà non ho mai chiamato “zio” e “zia”, ma semplicemente Rodolfo e Renata, perché li ho sempre visti più vicini a me che ai miei, non tanto per questioni anagrafiche ma per ragioni di attitudine, di modi di vedere e sentire il mondo, ecco, io ho sempre trovato questo fatto, si che Rodolfo e Renata avessero visto un UFO e che lo raccontassero con grande tranquillità, sia che Rodolfo lo mettesse su tela, con la stessa naturalezza con cui ci metteva una barca di pescatori in riva all’Adriatico, una cosa molto bella. Perché trovare naturale un fatto sovrannaturale, così verrebbe descritto da chiunque, significa guardare al mondo con voglia di farsi sorprendere, certo, ma anche con il cuore aperto a queste sorprese, puro. Non solo, perché non fermarsi ai preconcetti, agli stereotipi, e quindi dare per buono quel che si vede, anche se inspiegabili, volendo anche se impossibile, è un atteggiamento meritevole di stima, encomiabile.

Bene, io ieri sera ho visto un alieno. O meglio una aliena.

Non ho dubbi sul fatto di aver visto una aliena, né sul fatto che di aliena e non di alieno si tratti. Non l’ho solo vista, ma l’ho anche sentita. Visto che l’aliena era su un palco e cantava avrei forse dovuto dire che l’ho prima sentita e poi vista, in barba alla faccenda della velocità del suono e della luce, ma l’averla vista ha contribuito, ce ne fosse stato bisogno, a dimostrarmi che era una aliena e che era una aliena femmina, non un alieno maschio.

Ieri sera, con mia moglie Marina, siamo andati al concerto di Patrizia Laquidara, al Teatro Fontana di Milano. Seguo Patrizia sin dal suo esordio, e l’ho sempre trovata di un altro pianeta. L’ho anche conosciuta, ormai anni fa, ho avuto l’onore di ascoltare i brani del suo attesissimo album nuovo, C’è qui qualcosa che ti riguarda, prima che l’album venisse inciso, siamo in qualche modo diventati amici. Ma non l’avevo mai vista dal vivo. L’ho però ascoltata e riascoltata, e il suo nuovo album, ne ho scritto quando è uscito, credo sia una delle opere più imporanti di cantautorato e di cantautorato femminile uscite in Italia. Non recentemente, in assoluto. Canzoni che riescono, e non è mica così facile come scriverlo qui, adesso, a mettere su traccia la multiformità del femminile, la fragilità e la forza, la complessità e la semplicità, la potenza e l’atto. Un brano in particolare, Il cigno (the great woman) mi ha commosso fino alle lacrime, e mi ha portato a chiederle l’onore di averla con me sul palco il 12 dicembre a Roma, presso l’Officina della Arti Pier Paolo Pasolini, durante la prima del mio monologo sul femminile Cantami Godiva, monologo che mi vedeva in compagnia di Ilaria Porceddu, mio contraltare canoro in quel viaggio nel corpo della donna, e che aveva appunto in Patrizia Laquidara, oltre che in Noemi e La rappresentante di lista, ospiti preziose. Nell’introdurla, in quell’occasione, come del resto avevo scritto recensendo il suo nuovo album, dicevo come con quelle canzoni Patrizia riuscisse nell’epica impresa di mostrarsi completamente nuda, lei che di solito calca il palco scalza, fieramente donna, consapevolmente donna, con tutte quelle caratteristiche di cui parlavo sopra, fragilità e forza, e tutto il resto. Come se la Patrizia che appariva ripiegata su se stessa, davvero nuda, nella copertina di Funambola, si fosse finalmente alzata. Un po’ come, è uscito da pochissimo, fa Amanda Palmer nella copertina del suo There Will Be No Intermission, per intenderci. A sentirla cantare il brano di Camille, quella Tout Dit che cita Ildegarda Von Bingen, la santa, compositrice e scienziata che così tanto ha detto e fatto per il corpo della donna, andando decisamente controcorrente e contro gli stereotipi, lì, sul palco romano, mi ha commosso alle lacrime, dimostrandomi come Patrizia sia quello che sempre avevo saputo essere, una voce incredibile, una interprete incredibile, oltre che una cantautrice incredibile, ma ieri, al Teatro Fontana, siamo andati oltre. Decisamente oltre.

Ieri, mentre la ascoltavo cantare, accompagnata dalla sua band, lì, riempiendo il palco vuoto, se non per gli strumenti e gli strumentisti, giocando con dei boa di struzzo, dei cambi di abito fatti direttamente in scena, via una camicetta nera, su una camicetta verde, velata, lei a camminare, a danzare sinuosa, a muoversi costantemente, soprattutto a cantare, ma anche col corpo, oltre che con la voce, lei a leggere suoi racconti, in forma di narrazione, come in forma di poesia, raccolti in una agendina rossa, portata legata al fianco, come una borsetta, ecco, ieri mi sono sentito Rodolfo e Renata, la cugina di mio padre col suo marito pittore, mentre lì sulla spiaggia di Porto Recanati hanno visto atterrare un UFO.

Patrizia Laquidara è una artista che andrebbe proclamata Patrimonio dell’Unesco, come l’Arena di Verona o le Dolomiti. La sua costante ricerca musicale, lessicale, scenica, è qualcosa che lascia a bocca aperta, apparentemente innaturale nell’oggi fatto di frammentarietà e di distrazione dopo i canonici ventotto secondi, ma del tutto credibile, come l’UFO nei quadri di Rodolfo Gentili da Macerata, lì al fianco dei pescatori, o di un ulivo secolare, come niente fosse.

Patrizia Laquidara ha un repertorio importante, fatto di canzoni che sanguinano, canzoni mestruate nel loro essere canzoni femmine, canzoni gravide, nel loro essere canzoni femmine, canzoni sensuali da far perdere la testa nel loro essere canzoni femmine.

Patrizia Laquidara è una aliena scesa in riva al Teatro Fontana di Milano, pronta a stupire e affascinare noi spettatori. Sorprende, me che non ho nessuna difficoltà a riconoscerla come aliena e come aliena femmina, che non sia atterrata sul palco dell’Ariston di Sanremo, sempre che lì avesse mai pensato di atterrare, o in quello del Concertone del Primo maggio, idem, o su quello di un qualsiasi Festival di quelli che tanto fanno notizia. Sorprende che non sia atterrata, questo sì, sulla scrivania di una major, Andrea Rosi, Alessandro Massara, Marco Alboni, Dino Stewart, ci siete? Stavate forse dormendo? Avete smesso di chiedere ai vostri di fare scouting? Perché una così come cazzo avete fatto a farvela passare sotto il naso senza firmarla?

Sorprende, ma del resto il mondo sembra andare così, oggi. E lei, Patrizia Laquidara, l’aliena, ce lo sa raccontare in tutta la sua multiforme anomalia. Sentirle fare Acciaio e Preziosa dal vivo, per dire, o recitare Senza pelle, è qualcosa di paragonabile a un’estasi mistica, per non voler essere triviali e tirare in ballo orgasmi. Curioso che l’alienità arrivi dal Veneto, dove oggi si muovono altre artiste in odore di alienità, penso a una Irene Ghiotto o a una Chiara Vidonis. Ma in fondo gli alieni, o meglio, le aliene, son così, imprevedibili. Noi che le vediamo e le sentiamo, scalze su un palco a incantare, non possiamo che crederci e raccontarlo agli altri. Qualcuno ci prenderà per matto, probabile, ma tanto noi l’aliena l’abbiamo davvero vista e sentita cantare su un palco, scalza a incantarci, che ce ne frega degli altri?

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