Il Museo del Prado – La corte delle meraviglie, Jeremy Irons racconta la grande arte europea

Il documentario di Valeria Parisi celebra il museo spagnolo in occasione del suo duecentesimo anniversario. Attraverso cinque secoli di dinastie, mecenati, pittori rivoluzionari si racconta l’arte, il vero linguaggio condiviso dell’Europa. Dal 15 al 17 aprile nei cinema.

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Fa davvero impressione recensire Il Museo del Prado – La corte delle meraviglie nelle ore in cui la cattedrale di Notre Dame sta collassando, devastata da un terribile incendio. Se ancora ce ne fosse bisogno, questo raccapricciante avvenimento ribadisce come la cultura rappresenti un fattore essenziale della nostra identità, e quanto quindi qualunque ferita inferta al patrimonio finisca per fare del male a noi stessi. Il dolore che ci attanaglia nel vedere le fiamme soffocare la cattedrale a Parigi, oltretutto, conferma come nei tesori dell’arte alberghi il senso più profondo della matrice europea che ci accomuna.

Se esiste davvero un’identità europea, questa trova il suo collante più efficace nella lingua della bellezza che, come un esperanto parlato e comprensibile a ogni latitudine, tiene insieme il grande giacimento di valori condivisi del continente, fondato sulle influenze, le interdipendenze, sul continuo e proficuo dialogo tra artisti e scuole che hanno sempre arricchito il proprio bagaglio di conoscenze grazie alla libera circolazione delle idee oltre gli angusti confini delle culture nazionali.

È questo l’elemento più rilevante de Il Museo del Prado – La corte delle meraviglie, il documentario scritto da Sabina Fedeli e diretto da Valeria Parisi, distribuito dal 15 al 17 aprile in oltre 350 copie dalla Nexo Digital, anche produttrice insieme alla 3D Produzioni, con il sostegno di Intesa Sanpaolo e la partecipazione di SKY Arte. Il progetto, nato in collaborazione con il Museo del Prado, mira a celebrare i duecento anni di vita di una delle più importanti istituzioni culturali europee, uno di quei luoghi, come ha affermato la Parisi, che ribadisce come “l’arte sia linguaggio condiviso e DNA comune dell’Europa”.

Intendiamoci, siamo lontani da uno sguardo particolarmente originale, sia esso quello del visionario Arca russa di Aleksandr Sokurov – che nella stanze dell’Ermitage di San Pietroburgo ambienta una riflessione tutt’altro che ottimistica sul tramonto della cultura russa ed europea – o di National Gallery di Frederick Wiseman, che mostra il funzionamento d’una grande istituzione museale, dal punto di vista organizzativo, finanziario, culturale. Il documentario, all’interno dei confini accettabilmente encomiastici d’un prodotto su commissione, guidato da un maestro di cerimonie come Jeremy Irons, racconta una vicenda di eccezionale valore, in cui si annodano le storie, legate a doppio filo, degli artisti e dei regnanti loro mecenati. A partire da quel Carlo V che, a metà del Cinquecento, nell’autunno della sua vita, commissionò all’amato Tiziano una grande tela di denso significato telogico, La Gloria, che accompagnò fino alla fine le meditazioni dell’imperatore sulla vita, la morte e la vanità dei successi terreni.

Più che la presenza dei testimonial, l’architetto Norman Foster autore d’un ampliamento del museo, la nipote di Federico García Lorca o Marina Saura, attrice e figlia del pittore Antonio Saura, valgono le dichiarazioni dei tanti responsabili di quella complessa macchina che è il Museo del Prado, a partire dal direttore Miguel Falomir. Che aiutano a mettere in luce la storia d’una raccolta, come dice con fin troppa enfasi Jeremy Irons, “fatta più con il cuore che con la ragione”. Da cui però emerge, attraverso cinque secoli di storia e nei passaggi dagli Asburgo ai Borbone e oltre, il profilo d’una collezione di vocazione paneuropea, segnata dalla continua circolazione degli artisti, alla ricerca di un linguaggio non localistico ma all’altezza delle loro necessità espressive – di qui i viaggi di apprendistato in Italia, tra Venezia, Roma, Napoli, di pittori come Velázquez, El Greco, Rubens.

È fin troppo affannato Il Museo del Prado – La corte delle meraviglie, che condensa troppi secoli e troppi nomi in appena un’ora e mezza, dagli spazi tridimensionali di Rogier van der Weyden alle densissime narrazioni stratificate di Hieronymus Bosch in cui ogni dettaglio racconta una storia, fino a Francisco Goya – di cui il Prado possiede un corpus di oltre 900 opere – capace di inoculare anche nei lavori giovanili su commissione uno sguardo autenticamente critico, destinato a esplodere nelle pitture tarde, di sconcertante modernità. Resta però lo spazio per alcune sorprese, come la storia delle rarissime pittrici, Sofonisba Anguissola o la fiamminga Clara Peeters, specializzata in nature morte all’interno delle quali celava dei minuscoli autoritratti, testimone consapevole di quanto fosse angusto lo spazio riservato alle artiste donne.

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