Riccardo Scamarcio è “Lo spietato” nel film sulla malavita milanese per tre giorni al cinema

Dall’8 al 10 aprile, e poi su Netflix, il film di Renato De Maria. Tra poliziottesco e Scorsese, una storia della criminalità dai Sessanta al Duemila, attraverso la storia di un ragazzo calabrese che si fa strada a Milano a modo suo. Uno svelto film d’azione, con Scamarcio in parte.

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Il regista Renato De Maria s’era appassionato alle storie della criminalità quando ha girato nel 2015 Italian Gangsters, un documentario che ripercorreva le vicende di malavitosi tristemente famosi come Horst Fantazzini, Luciano Lutring, Pietro Cavallero (gli ultimi due raccontati da Carlo Lizzani, rispettivamente, in Svegliati e uccidi e Banditi a Milano). Nasce da questa scintilla Lo spietato, ispirato al libro Manager calibro 9 di Pietro Colaprico e Luca Fazzo (sulla vera storia del boss pentito Saverio Morabito). Il film esce per tre giorni, dall’8 al 10 aprile nei cinema, distribuito da Nexo Digital, per poi atterrare dal 19 su Netflix.

Il film racconta la storia della malavita organizzata milanese, seguendone l’evoluzione dagli anni Sessanta fino al Duemila, attraverso la vicenda di Santo Russo, un criminale di origini calabresi che si fa strada a modo suo nella città meneghina. Riccardo Scamarcio è decisamente a suo agio nel ruolo di cattivo senza limiti e remore, con un retrogusto d’ironia sbruffona in linea col personaggio e il tono de Lo spietato. Lo incontriamo, nella prima scena del film, ormai adulto e vincente, mentre sta sdraiato sul terrazzo della sua bella casa borghese vista Duomo a rimirarsi la Madonnina, abbagliato dai riflessi d’oro della statuina, che ha sempre costituito il centro dei suoi interessi.

Il film poi torna indietro ripercorrendo l’ascesa di Santo, che commenta in voice over la sua storia criminale, partita dagli anni Sessanta in cui, adolescente, arriva a Milano al seguito della famiglia calabrese, il cui padre è uno ’ndranghetista caduto in disgrazia e costretto a emigrare per rifarsi una vita. Il ragazzo è sveglio e ambizioso, in breve entra in contatto con la malavita seguendo un prevedibile cursus honorum, dall’inevitabile passaggio nel carcere minorile di Buccinasco, la sua università, fino alle prime rapine e alla costruzione della banda con cui si farà strada, insieme agli inseparabili soci Slim (Alessio Praticò) e Mario (Alessandro Tedeschi). Li vediamo, negli anni Settanta, inquadrati dal basso a partire dalle scarpe, a testimoniare l’immancabile gusto vintage del film, che segue mode e fogge del tempo, che corrispondono anche all’evoluzione del business criminali, col passaggio da rapine e sequestri allo spaccio di droga negli anni Ottanta della Milano da bere – richiamata dalla frase di lancio: “Nella Milano da bere vince chi ha più sete”.

Ogni epoca lascia un segno su quella spugna assorbente che è Santo, capace fin dall’arrivo al Nord Italia di imparare il dialetto locale, poi evolvendosi, nell’abbigliamento come nel lessico, in un manager per il quale gli omicidi sono una forma di gestione degli “esuberi di personale”, e i tossici vengono usati per testare il taglio dell’eroina, “come le imprese che fanno i focus group”. In bocca a Santo compaiono parole come target, factotum, agreement e il tormentone ça va sans dire, che lui usa mutuandolo dall’amante francese Annabelle (Marie-Ange Casta, sorella di Laetizia), mentre a casa lo aspetta la moglie calabrese Mariangela (Sara Serraiocco).

Il processo di mimetizzazione milanese è il suo modo per rifiutare l’estrazione di partenza, simbolizzato dalle due donne tra cui oscilla. Ed è questo uno dei tratti più personali de Lo spietato, che però nei sempre più veloci passaggi d’epoca fino ai primi anni del Duemila, diventa più sbrigativo e superficiale. De Maria mostra i criminali calabresi a rallentatore mentre parlano fuori dal bar in cui si riuniscono: e quella quotidianità malavitosa dimessa, priva di grandezze, ricorda volutamente le inquadrature alla Scorsese (Quei bravi ragazzi), cui pure fanno pensare le scelte accurate della colonna sonora, da Aznavour a Tony Dallara a Malamore di Enzo Carella riletta da Riccardo Sinigallia.

Lo spietato non riesce a perseguire quel modello di scandaglio antropologico, però resta un buon film di genere, perché sa pescare consapevolmente dal cinema che l’ha preceduto senza imitarlo piattamente – i poliziotteschi anni Settanta, da Fernando Di Leo in giù – e per la capacità di Scamarcio di indossare con convincente naturalezza questo personaggio integralmente negativo attraverso la sua parabola di ascesa e caduta. Un cattivo, calcolatore e manipolatore di tutto e tutti, che non conosce redenzioni.

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