La recensione di WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO? di Billie Eilish, filastrocche trip hop tra le lamiere dell’industrial

La giovane cantautrice esplora le sue paure e le inchioda sul nostro viso con 14 brani freddi e sensuali

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WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO? di Billie Eilish è la scoperta di una cosa ben attesa, dunque non necessariamente quella novità discografica nata dal genio e dall’intuizione. Al suo interno troviamo un prontuario di sospiri, rumori ed elettronica che possiamo incontrare nelle ultime cartucce sparate in un rave, nei postumi di una festa e – perché no? – in tutta la fase preparatoria di un festino macabro. Billie Eilish è riuscita, nell’arco di un anno, ad attirare su di sé l’attenzione di tutto il mondo con singoli ben assemblati e confezionati insieme al fratello Finneas O’Connell. Il risultato, alla fine, è stato un album che qualsiasi regista horror che ama il sadismo userebbe per una colonna sonora.

A partire dalla copertina, che mostra Billie uscire dal letto con gli occhi completamente bianchi, ciò che troviamo in questa giovane artista di Highland Park è la sua voglia di essere estrema, di arrivare al confine per una necessità che spinge fortissimo e che nelle canzoni viene traslata in un mix di trip hop e industrial, con una spolverata di dubstep e vintage. I PortisheadBjörk si fanno sentire, ma troviamo anche una Lana Del Rey sfinita e barcollante. La dolcezza, in questo disco, è solo una bambola avvolta nel filo spinato. In WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO? di Billie Eilish troviamo la ragazza dark e maledetta che ha appena scoperto gli Einstürzende Neubauten di Sabrina e ha deciso di attingere dalla loro mostruosità con il filtro della “teenage angst” di cui i Nirvana sono ancora i principali portavoce.

Sesso, gioco perverso e amore tossico sono i temi principali del disco. Billie sospira, poi canta a voce piena e si sovraincide per abbellirsi con un coro, per moltiplicarsi e stanarci ovunque. Il disco è casa sua, e quando vi entriamo troviamo !!!!!!! come prima traccia, un semplice speech disturbato da rumori che introducono Bad guy, l’ultimo singolo arrivato nelle radio che subito ci travolge con quel beat trascinante e quel basso corposo, per poi schiaffeggiarci quando si approssima l’ending con uno switch repentino su sonorità più vicine alla dubstep. House e lamiere, imperanti, ci aprono un mondo che ci rinchiude in un capannone umido e pieno di detriti industriali. Siamo legati su una sedia e Billie ci tortura senza sfiorarci.

Xanny è un’ottima prova dell’essenzialità, con la voce di Billie accompagnata solamente dal basso che, dopo le prime battute, si macchia di acido, ma c’è un pianoforte che affascina con note oniriche. Un coro, inoltre, colora di vintage un testo che parla di quanto sia inutile un ansiolitico come lo Xanax, ma lo fa con l’ermetismo ferroso della cantautrice: non devi baciarla mentre fai pausa con una sigaretta, non devi forzarla ad innamorarsi, non devi darle un ansiolitico. Luci al neon si agitano a intermittenza con You should see me in a crown, con la falsa partenza velata di romanticismo, ma l’apparente malinconia nasconde un testo incattivito dalla voglia di onnipotenza: «Mi mordo la lingua, aspetto il mio momento, indosso il segnale, aspetto finché non farò mio il mondo», e la pacatezza del sound – tradita da una cassa che somiglia a un battito cardiaco – cede all’industrial del ritornello. Sporco, disturbato e violento, il testo vede una Billie Eilish pronta a far inchinare tutti al suo cospetto.

All the good girls go to hell è, se restiamo nella linea di pensiero delle scelte provocatorie di Billie Eilish, la canzone maledetta per eccellenza: «Il mio Lucifero è solitario», dice la cantautrice quando apre il brano, e tutto il resto è uno spiritoso beat che accompagna un testo in cui Dio è presentato al femminile e viene dipinto come una donna che prima o poi accoglierà Satana nel suo “team”. Scherza ancora, Billie, quando scimmiotta il giro di basso che chiude il brano. Scherza un po’ meno, forse, quando in Wish you were gay racconta il rifiuto da parte della persona di cui è innamorata. Non capacitandosi di essere semplicemente fuori dalle corde della sua fiamma, Billie sposta l’attenzione sull’orientamento sessuale opposto al suo.

Una chitarra stoppata accompagna al canto,+ e il vintage contaminato con l’elettronica più contemporanea ci confinano al limite con i Portishead. Settime+ e cori sono pura bellezza, e il risultato è un brano rilassante da ascoltare nei club di fine serata. Billie sospira un po’ meno: le sue modulazioni ci presentano un cantato più simile a un lamento, un capriccio di una persona insicura. Con When the party’s over, invece, gioca la carta dell’intensità. La sua voce si poggia su un tappeto corale che si affaccia al gospel. Falsetti e dolcezza si abbracciano, e il brano si rivela struggente quando interviene il piano per completare il sound. Lana Del Rey ne andrebbe fiera, ma con questo brano Billie Eilish rivela uno stile che finalmente emerge nella sua sincerità. Rabbia e insicurezza fanno a pugni. Il testo è ben chiaro: lasciami, ma stammi vicino.

In 8 il timbro di Billie è alterato da un pitch modulato per far somigliare la sua voce a quella di una bambina e il testo, in effetti, si fa portavoce di una persona che soffre nell’innocenza della parte ferita di una coppia. Per questo brano è stata scelta la ballad, un po’ meno intensa di When the party’s over ma sempre sulla linea intimista che segna uno dei momenti più profondi del disco. Frivolezza ed elettronica, invece, fanno parte di My strange addiction, dove il suo lui crea dipendenza e il loro fuoco viene descritto con la metafora della bomba pronta ad esplodere: «Ho brutte notizie: uno di noi due perderà. Io sono la polvere, tu la miccia. Serve un po’ di attrito».

Groove, basso sintetico e beat trascinante e continuo tengono ben in alto le dinamiche del brano, in pieno stile trip hop e senza le sfumature macabre presenti in altri brani. Non si può dire lo stesso, però, con Bury a friend, per la quale Billie Eilish ha scelto di descrivere lo strano e perverso rapporto con un mostro che vive sotto il suo letto, ma che si svela essere il suo inconscio. Il cantato iniziale e del ritornello ricorda l’intro di She wolf di Shakira – SOS, she’s in disguise – e proprio per questo Bury a friend è un brano grottesco, dal beat apparentemente movimentato ma che presenta connotati funebri e sinistri.

Una strana e inquietante atmosfera fiabesca e sognante degna di Tim Burton definisce i contorni di Ilomilo. Una filastrocca soft-dark che racconta la paura della separazione. Non troviamo, in questo brano, particolari picchi emozionali tradotti in suono. Il livello è una scala di grigio nella quale sprofondare lentamente, accompagnati da un carillon che ci culla e ci spaventa. Sprofondare, appunto, come quando il tema del suicidio ci tocca nel profondo con Listen before I go. Billie ci chiede di accompagnarla sul cornicione e di ascoltarla un’ultima volta. Non si butterà, ma quello è il suo modo per parlare della sua depressione, ma i suoi patemi d’amore emergono particolarmente in I love you, una ballad acustica piena di sentimento.

I love you racconta, dolcemente, le dinamiche di una relazione complicata che si possono riassumere con una frase nel ritornello: «Ti amo, ma non voglio». WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO? di Billie Eilish arriva, con questa traccia numero 13, al suo picco più intimista. Arpeggi e suoni diventano la volta celeste che accoglie le ali del pianto, elevato nella scala in crescendo del ritornello a un lamento disperato ma fermo, dignitoso.

Goodbye, come il titolo suggerisce, saluta il pubblico con un riassunto di quanto abbiamo appena ascoltato: il testo cita frasi dei brani precedenti ed è intonato con più voci sovrapposte per un ultimo, audace, brano che segue la pozione onirica che già abbiamo assaporato dalle prime tracce.

WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO? di Billie Eilish è un dispensatore di paure che la cantautrice ha deciso di raccontare con pancia e petto, senza proteggersi con le mani. Per questo troviamo le sue immagini così macabre e così frivole: Billie gioca a fare la maniaca maledetta, poi si atteggia da rapper e infine ci fissa dallo schermo senza battere ciglio per ossessionarci. Lo fa, ma solo parzialmente, perché ci fa capire che non ha tanto tempo per noi che non siamo come lei, o che non siamo come noi.

WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO? di Billie Eilish è il disco d’esordio di un’artista che ha già trovato un suo pubblico, alla sua giovane età e durante la sua maturità in continua evoluzione, elemento che già lievita lungo le tracce dell’album, necessarie da digerire ma di nuovo indispensabili per nutrirci di qualcosa che abbiamo già sentito ma che ci fa sempre venire fame.

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