Peterloo, storie di un massacro e di lotta di classe (recensione)

Mike Leigh racconta la strage a Manchester nel 1819 degli operai che manifestavano pacificamente per il diritto al voto. Un film volutamente didattico su politica e società, che mostra classi e vita dell’epoca. Lo spirito è manicheo, ma la ricostruzione storica è di prim’ordine.

Valutazione:
26
CONDIVISIONI

Grazie agli ingenti investimenti di Amazon, Mike Leigh è riuscito a dare vita a un film in costume di notevole impegno produttivo, Peterloo, che ripercorre una tragica pagina di storia inglese: il massacro di St. Peter’s Field a Manchester del 16 agosto del 1819, ricordato dalla stampa dell’epoca con il nome di Peterloo, richiamando la battaglia di Waterloo di quattro anni prima.

Circa sessantamila persone appartenenti alla classe lavoratrice erano lì per chiedere pacificamente l’allargamento del suffragio. Ma vennero attaccati dalla guardia nazionale, e alla fine si contarono una quindicina di morti e circa cinquecento feriti. Per dare vita a un affresco filologicamente attendibile Mike Leigh ha compiuto un notevole sforzo sul piano delle scenografie, dalle fabbriche stipate di rombanti macchine tessili ai delicati interni delle modeste abitazioni popolari illuminate dal sole che filtra dalle finestre, con un trattamento della luce di mirabile qualità pittorica, com’era da attendersi dal regista che ha firmato la biografia di Turner.

A questo Leigh aggiunge una ricostruzione storica d’impronta volutamente didattica, che racconta la stratificata e conflittuale società inglese d’epoca. Ci sono la corte, le riunioni parlamentari, le aule dei tribunali in cui si svolgono processi incredibilmente vessatori nei confronti dei più deboli, le concioni tra magistrati, le assemblee dei politicanti radicali, i dibattiti delle protofemministe, fino alle conversazioni in famiglia in cui i temi della politica, dalle corn laws all’abolizione dell’habeas corpus, diventano fatti concreti che incidono sulla vita quotidiana della gente qualunque. Peterloo mette in scena l’Inghilterra tutta, tenendo conto anche della discriminazione verso le donne, e i punti di vista di ognuno emergono netti, con le lingue e gli accenti a rendere evidenti le differenze di classe – uno sforzo di verosimiglianza purtroppo perduto nel doppiaggio.

Certo, Mike Leigh in Peterloo non nasconde mai da che parte sta. Il che purtroppo inficia in parte il risultato finale, perché talvolta le riunioni dei notabili sono raccontate con un sovrappiù di smorfie, balbettamenti, volgarità – il principe regnante è un inetto chiaramente al di sotto delle responsabilità del suo ruolo – che sfociano in una deformazione grottesca troppo insistita.

Sull’altro versante, la rappresentazione della nascente classe operaia, per quanto benevola, non nasconde contrasti e divisioni: c’è l’oratore Henry Hunt (Rory Kinnear), proprietario terriero dalla parte dei poveri, che unisce talento retorico, egocentrismo e smaliziato spirito di autopromozione – va in giro con un vezzoso cappello bianco proprio per farsi notare sempre in mezzo alla folla –, politicanti radicali fanatici di vena quasi messianica e animi moderati che credono nelle ragioni del riformismo.

Peterloo racconta l’embrionale formarsi d’una coscienza di classe proletaria – mancano ancora trent’anni alla pubblicazione del Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels –, con gli operai non ancora pienamente consapevoli di portata e conseguenze delle loro proteste. L’impreparazione affiora evidente durante il comizio di St Peter’s Field: se da un lato è palese l’orgoglio di un popolo che si scopre unito e numeroso – Leigh ritrae la bellezza e la felicità insite nel gesto politico dello stare insieme in piazza a manifestare per i propri diritti –, dall’altro emerge la disorganizzazione dei dimostranti, che subiscono inermi la feroce repressione scatenata dalle classi possidenti in difesa dei propri privilegi.

Peterloo è anche un film sull’individuo soggiogato dalla Storia con la s maiuscola, il cui senso finisce fatalmente per sfuggirgli. Ciò traspare dal personaggio del soldatino figlio di operai che è stato a Waterloo. Quando è lì, sul campo di battaglia, è frastornato, non capisce cosa stia accadendo, come Fabrizio del Dongo ne La certosa di Parma di Stendhal, il quale a Waterloo s’aspetta di vedere letteralmente la Storia nel suo farsi e invece s’aggira disorientato, immerso in una guerra che non è “quel nobile e concorde slancio d’anime innamorate della gloria che si era immaginato leggendo i proclami di Napoleone”, ma solo fame, stanchezza, paura.

Tornato in famiglia, il soldatino resta bloccato nel suo trauma, infatti non si toglie mai la giubba rossa dell’esercito. Così vestito partecipa al comizio di St. Peter’s Field: ancora una volta si trova in mezzo a una Storia più grande di lui, dalla quale, come i poveri cristi che stanno a cuore a Mike Leigh, è destinato pure in questo caso a essere schiacciato.

Lascia un commento

NB La redazione si riserva la facoltà di moderare i commenti che possano turbare la sensibilità degli utenti.