“Momenti di trascurabile felicità” è un apologo consolatorio per italiano medio (recensione)

Nel film di Luchetti tratto dai libri di Francesco Piccolo, Pif è un morto che torna sulla Terra. Invece di usare il poco tempo per cose importanti, continua a preoccuparsi delle sue piccole manie. Un racconto mediocre e autoassolutorio. E per questo un efficace specchio dei tempi.

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L’effetto déjà-vu morettiano dura per un attimo in Momenti di trascurabile felicità, il tempo di vedere nella prima sequenza del film Pierfrancesco Diliberto in arte Pif sfrecciare in scooter per le strade di Palermo coi suoi pensieri che scorrono in voice over, e allora sembra di ritrovarsi catapultati nel vecchio Caro diario. Ma è giusto un’impressione, perché, mentre è concentrato nelle sue riflessioni Pif, che nel film si chiama Paolo e ha l’inveterata abitudine di passare col rosso in un incrocio affollato nel momento esatto in cui nessuno dovrebbe attraversarlo, viene inopinatamente travolto da un camion. E si ritrova in una burocratica anticamera dell’altro mondo, animata e confusionaria come una Vucciria. Qui un solerte ma sbadato funzionario (Renato Carpentieri) lo informa che è stato commesso un errore nel calcolo dei suoi meriti e demeriti mondani. Così Paolo ha diritto a vivere ancora un’ora e 32 minuti, un ultimo viaggio premio sulla Terra da usare come meglio crede.

È questa la curiosa premessa fantastica, tratta da vecchi eleganti classici hollywoodiani come L’inafferrabile signor Jordan o Il cielo può attendere, da cui parte Momenti di trascurabile felicità, che Daniele Luchetti ha ricavato dalla coppia di libri dedicati alle trascurabili felicità e infelicità da Francesco Piccolo, scrittore e sceneggiatore tra i più celebrati del cinema italiano, da Moretti a Paolo Virzì. E c’è anche qui la sua mano di sceneggiatore, nella non facile impresa di ricavare una storia dai volumetti aforistici che accumulano piccoli paradossi, fastidi e bizzarrie della vita di tutti i giorni (“La luce si spegne davvero quando chiudiamo la porta del frigorifero?”, “Perché le donne restano senza assorbenti?”).

L’ambizione dei due libri, e del film, sta nello svelare come questo repertorio di minuscole manie e sussulti del cuore apparentemente insignificanti componga invece la trama essenziale dell’esistenza e l’autentico ritratto dell’uomo contemporaneo. Il quale non mira ad alte imprese o a rispondere ai grandi quesiti sul senso della vita, ma s’attarda, più umilmente, a rattoppare un più gestibile senso della sua di vita, affannandosi il meno possibile per trovare un confortevole cantuccio nel mondo, nel quale baloccarsi con domande cui è semplice trovare una risposta, palleggiandosi piccoli piaceri e inevitabili frustrazioni.

Disimpegno e voglia di non complicarsi la vita sono le attitudini fondamentale di Paolo, cui Pif presta il suo volto stralunato e sempre fuori posto, il che può andar anche bene, nonostante gli oggettivi limiti delle sue capacità attoriali, per un personaggio obbligato ad affrontare il mondo guardandolo dall’esterno. Paolo è un uomo medio ai confini della mediocrità, che pur di non far troppa fatica quando prende un appuntamento calcola minuziosamente le distanze, scegliendo un posto che sia sempre più vicino a lui che all’altra persona.

Non fa apparentemente fatica nemmeno nelle sue avventure extraconiugali che, semplicemente, accadono. E dopo torna da sua moglie (Thony, assai più brava di Pif) senza grossi sensi di colpa, dandosi un tono con pensieri letterari da uomo che amava le donne (“guardo quelle donne del sabato sera che non c’entrano nulla con la domenica mattina”) o distratto da futili interrogativi sulle file dei taxi o sul significato di quella frase che le sue amanti gli hanno tante volte ripetuto (“ti penserò sempre, ma non tutti i giorni”).

Momenti di trascurabile felicità attraverso un itinerario che è più raccolta d’aneddoti che vero e proprio racconto ritrae un uomo senza qualità. Che diventa uno specchio consolatorio nel quale è facile identificarsi perché, lo sappiamo tutti – ricordiamo che Piccolo ha vinto il premio Strega con un romanzo-memoir intitolato Il desiderio di essere come tutti –, la vita s’è fatta parecchio complicata e allora ben venga un apologo autoassolutorio che ci conferma che andiamo bene come siamo, che le nostre meschinità e leggerezze son quelle di chiunque, e dunque non è il caso di darsi troppi assilli.

La vita è esattamente questa sequenza più insapore che dolceamara di piccole fissazioni, banali tradimenti senza conseguenze, sentimentalismi compiaciuti, emozioni passeggere. Non facciamoci illusioni, prendiamola per quella che è. Accontentiamoci. Tanto poi, sebbene le premesse sembrino tragiche, le cose poi si aggiustano da sole. Che è proprio quello che accade nel tranquillizzante finale di Momenti di trascurabile felicità, film che accarezza l’italiano medio che è in noi.

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